Pietà -  Giovanni Bellini tra il 1465 e il 1470 circa e conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano
Pietà – Giovanni Bellini tra il 1465 e il 1470 circa e conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano

 

«recordátus misericórdiæ, sicut locútus est ad patres nostros, Abraham et sémini eius in sæcula» (Lc 1,54-55).

 

di Fabio Vessillifero




L’asse di Gesù e la rottura del tempo

Nel mondo precristiano e pagano — così come nelle visioni gnostiche e in diverse filosofie orientali come l’induismo — il tempo era concepito come un’eterna spirale. Tutto era destinato a ripetersi all’infinito in un ciclo senza fine, proprio come il ripresentarsi cadenzato delle stagioni: «Nihil sub sole novum – nulla di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9-10). In questa prospettiva l’uomo non era veramente protagonista di una storia poiché privo di autentica libertà, rimanendo schiavo del fato, della necessità o di divinità mutevoli e capricciose.

Con la tradizione ebraico-cristiana, il tempo vive una rivoluzione radicale e si trasforma in “storia”, ossia storia della salvezza. La scansione temporale assume un andamento rigorosamente lineare: possiede un punto di partenza ben preciso nella creazione (l’Alfa) e procede verso un traguardo definitivo (l’Omega, la parusia o venuta finale di Cristo). Nella «pienezza dei tempi», Dio invia suo Figlio nato da donna (Gal 4,4): è Cristo che spacca letteralmente la storia in un prima e un dopo, spezzando i cicli soffocanti del passato e trasformando il tempo nel kairos, il tempo favorevole in cui la libertà umana, colmata dalla Grazia, cammina verso la propria compitezza eterna.

In questa luce non ci collochiamo più nella pura successione quantitativa dei giorni, ma nel tempo di Dio che abbatte i cicli soffocanti del paganesimo che, secondo la celebre espressione di sant’Agostino, sono stati spazzati via per sempre: «circuitus illi iam explosi sunt» (De Civitate Dei, XII, 20). È il definitivo scacco a Kronos, il tempo mitologico che divora i propri figli; nel corpo glorioso di Maria la morte è già vinta, e il tempo smette di essere un carnefice per diventare il grembo in cui si prepara l’eternità.

Il male interno e lo svelamento dell’ingiustizia

Tuttavia, questa lotta prosegue nella storia attraverso la Chiesa, che cammina nel tempo riflettendo la forza di Gesù per completare nella propria carne «ciò che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24). Come insegna il Concilio Vaticano II: «Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (Gaudium et Spes n. 37; cf. Mt 24,13; 13,24-30 e 36-43).

La battaglia più dolorosa non si combatte all’esterno, ma all’interno della Chiesa stessa, dove il bene e il male — il grano e la zizzania — crescono inevitabilmente insieme fino al momento del raccolto (Mt 13,24-30). La ferita più profonda resta il tradimento interno, l’allontanamento dalla verità da parte di chi era stato chiamato alla luce. Questo dramma si manifesta nel fenomeno dell’apostasia, che ha toccato il suo vertice nel Documento sulla Fratellanza Umana di Abu Dhabi; lì, affermando che «il pluralismo e le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina», si giunge a equiparare implicitamente le diverse fedi e a mettere in ombra l’unicità salvifica di Cristo, quasi che Egli non sia l’unico Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo (qui). Tuttavia questo apparente trionfo del male rientra in realtà in un misterioso disegno divino: un mezzo attraverso cui Dio costringe l’ingiustizia a svelarsi compiutamente, a gettare ogni maschera per essere infine giudicata e definitivamente superata:  «poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione» (2 Ts 2,1-17).

Questa drammatica contrapposizione spirituale, che attraversa i secoli fino alla Parusia, assume i tratti cosmici descritti nel libro dell’Apocalisse:

«Allora una scena grandiosa apparve nel cielo: una donna vestita di sole con la testa coronata da dodici stelle e la luna sotto i piedi. Era incinta, e gridava per le doglie del parto. Improvvisamente nel cielo apparve un grande drago rosso, con sette teste, dieci corna e sette diademi sulle teste. Con la coda trascinava la terza parte delle stelle dal cielo, e le scagliò sulla terra. Il drago si fermò davanti alla donna che stava per partorire, pronto a divorare il bambino, non appena fosse nato» (Ap 12,1-4). 

Questa donna che soffre le doglie del parto è figura della Chiesa stessa, la quale, pur attraversando travagli, seduzioni e persecuzioni nel tempo, genera continuamente nella storia nuovi figli a Cristo attraverso la grazia che scaturisce dai Sacramenti.

Il ruolo di Maria nei tempi escatologici

In questa prospettiva emerge l’analogia e la profezia richiamata da san Luigi Maria Grignion de Montfort nel suo Trattato della vera devozione a Maria: come nella sua prima venuta Cristo si è fatto precedere da Maria, mistica aurora della redenzione, così nella sua seconda venuta Egli sarà preceduto dalla Vergine, immagine splendente e figura della Chiesa:

VD 49 «È per mezzo di Maria che la salvezza del mondo ha avuto inizio e per mezzo di Maria che deve essere portata a compimento. Maria non è quasi apparsa nella prima venuta di Gesù Cristo […]. Ma nella seconda venuta di Gesù Cristo, Maria deve essere conosciuta e rivelata dallo Spirito Santo, affinché per mezzo suo Gesù Cristo sia conosciuto, amato e servito…»

VD 50 «Dio vuole dunque rivelare e far conoscere Maria, il capolavoro delle sue mani, in questi ultimi tempi:

  1. Perché ella si è nascosta in questo mondo e si è posta più in basso della polvere per la sua profonda umiltà […].
  2. Poiché ella è il capolavoro delle mani di Dio, sia qui in terra con la grazia, sia in cielo con la gloria, Egli vuole esserne glorificato e lodato dai viventi.
  3. Come è stata l’aurora che ha preceduto e scoperto il Sole di giustizia, che è Gesù Cristo, così deve essere la via per la quale Gesù Cristo verrà una seconda volta, sebbene in modo diverso…»

Infatti, in questo nostro tempo di oscurità e di travaglio, i richiami della Vergine nelle sue numerose apparizioni, soprattutto in questi ultimi secoli, si presentano così come inviti urgenti a ritrovare la fede e la comunione con Dio. Maria, come madre e sentinella della storia, ci invita infatti a tenere gli occhi aperti sui mutamenti del nostro tempo e a saper leggere i fatti concreti alla luce della Rivelazione.

I segni del presente e il volto dell’egoismo elevato a sistema

La dinamica escatologica della storia comporta una concomitante maturazione del bene e del male, una tensione che si manifesta in modo plastico e tangibile nei nostri giorni, rendendo sempre più evidenti i segni del traguardo finale. Da un lato, possiamo vedere come il messaggio di Gesù ha ormai raggiunto i confini della terra e il popolo ebraico è ritornato nella propria terra, compiendo i passaggi storici preannunciati dai profeti. Tra questi segnali escatologici spicca la profezia di Cristo: «Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti» (Lc 21,24), una Parola che sembra oggi trovare compimento nel progressivo ripristino della sovranità ebraica sulla Spianata del Tempio, a indicare la conclusione dell’epoca delle nazioni e l’avvicinarsi delle ultime battute della storia della salvezza. Allo stesso tempo, tuttavia, la ferita dell’infedeltà consuma la Chiesa dal suo stesso interno: «Prima infatti dovrà venire l’apostasia e dovrà essere rivelato l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione…» (2 Ts 2, 3-4).

Parallelamente, il male rivela il suo volto concreto attraverso un sistema economico predatorio e globale: una struttura che divora le risorse del pianeta e accentra i beni del mondo a vantaggio di un’esigua élite di prepotenti, riservando alla maggioranza dell’umanità soltanto le briciole di un benessere illusorio. Questo sistema, espressione dell’antico serpente, è giunto ormai al suo culmine, e accelerando da se stesso la propria dissoluzione, si pone da se stesso di fronte alla condanna imminente della giustizia di Dio.

La misericordia materna di Dio e il compimento della promessa

Proprio di fronte a questo collasso della storia, la promessa del Magnificat ci richiama alla natura profonda della memoria divina (recordátus misericórdiæ). Come ha evidenziato il teologo luterano Jürgen Moltmann, il motivo dell’immagine materna di Dio sta nel fatto che, per la mentalità biblica, il grembo che genera la vita coincide con il luogo in cui la misericordia fa contrarre le viscere: il dolore che scaturisce dall’amore partecipativo è lo stesso che si prova nelle doglie del parto. Provare misericordia, perciò, non è semplice partecipazione alla sofferenza altrui, ma è sofferenza creativa: «Aver misericordia significa provare il dolore di colui che vivifica i morti, libera i prigionieri e scioglie i legami di coloro che sono avvinti» (Cf. J. Moltmann, Nella storia del Dio trinitario, p. 54).

Se il Figlio nasce dal grembo del Padre, «egli è anche il Figlio della misericordia eterna del Padre, e la paternità di Dio non sarà altro che questa misericordia che genera la vita» (ibidem). Il Padre, perciò, attraverso la missione del Figlio, si apre al destino del mondo, chiuso nel suo peccato. La misericordia materna del Dio trinitario, quindi, non va confusa con la clemenza del Signore onnipotente, ma è amore “viscerale” che «tutto spera e tutto sopporta» (1 Cor 13,7): anche in questo senso Dio è veramente onnipotente!

Nell’immagine della Pietà — Maria che stringe sul grembo il Figlio morto — Moltmann vede un riflesso dell’amore del Padre. Un Padre che non rimane impassibile, ma partecipa al dramma della croce: mentre il Figlio prova l’abisso dell’abbandono per salvare l’uomo, il Padre soffre la dolorosa consegna del Figlio amato alla morte (Mt 27,46). In questo supremo atto d’amore trinitario, Dio accoglie il destino del mondo nella vitalità del proprio amore profondo e lo fa partecipare alla sua vita divina (pag. 57). È in questo abbraccio viscerale che la storia trova la sua redenzione e la promessa antica giunge al suo definitivo compimento. 

…sicut locútus est ad patres nostros, Abraham et sémini eius in sæcula.

 

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