Don Andrej Vončina ha scritto un commento all’articolo pubblicato oggi su questo blog da don Giuseppe Russo. Per la lunghezza del commento e il suo approfondimento lo riporto non in calce all’articolo di don Russo ma di seguito come “lettera dei lettori”.
Caro don Russo,
ho letto con attenzione la tua critica (leggi qui) all’intervento di don Gabriele D’Avino (vedi qui). Non nego che in alcuni tuoi rilievi vi siano elementi condivisibili: un sacerdote cattolico deve parlare con precisione, non deve attribuire a ogni singola persona una colpa soggettiva che non può conoscere, e deve distinguere tra l’errore oggettivo e la responsabilità personale di chi è nell’errore. Ma questo, appunto, don D’Avino non lo fa.
A mio avviso, però, il problema fondamentale del tuo intervento si trova molto più in profondità. Non riguarda semplicemente il tono di don D’Avino, né il fatto che alcune sue espressioni possano apparire dure. Il problema è la diversa concezione teologica dalla quale partiamo per giudicare ciò che egli ha detto.
Tu leggi le sue affermazioni attraverso categorie che sono ormai tipiche del paradigma postconciliare: rispetto della pluralità religiosa, libertà religiosa come principio, distinzione tra le religioni e le persone, attenzione al dialogo, rifiuto di formulazioni che possano essere percepite come offensive. Tutte queste cose possono contenere elementi veri. Ma, prese come criterio fondamentale, rischiano di modificare proprio il modo cattolico di porre la questione.
Don D’Avino, invece, mi sembra che parta da un’altra domanda: che cosa insegna oggettivamente la fede cattolica circa Dio, Cristo, la vera religione e il culto dovuto a Dio?
E a questa domanda bisogna rispondere con chiarezza.
- Non basta dire che Cristo è l’unico Salvatore
Siamo tutti d’accordo che Gesù Cristo è l’unico Salvatore del mondo, l’unico Redentore e l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini.
Ma se questa verità viene presa sul serio, essa ha delle conseguenze anche sul piano della religione e del culto.
Se esiste un solo vero Dio, se Cristo è l’unico Redentore e se Egli ha fondato una sola Chiesa alla quale ha affidato la pienezza della verità e della missione salvifica, allora non possiamo considerare semplicemente equivalenti tutti i culti religiosi come se fossero differenti espressioni, ugualmente legittime, della ricerca dell’uomo verso Dio.
Questo non significa affatto che ogni persona che appartiene a una religione non cristiana sia personalmente colpevole del proprio errore. È una questione completamente diversa.
Una cosa è l’oggettività dell’errore; altra cosa è la colpevolezza soggettiva della persona.
Una persona può trovarsi nell’errore in buona fede, per ignoranza invincibile o per altre circostanze che Dio solo giudica perfettamente. Ma la buona fede soggettiva non trasforma l’errore in verità. E la mancanza di colpa personale non trasforma un culto falso in vero culto di Dio.
È precisamente questa distinzione che mi sembra mancare nella tua critica.
Quando don D’Avino parla del culto falso, o addirittura del culto dei demoni, non è necessario interpretare le sue parole come se egli stesse pronunciando una sentenza psicologica su ogni singolo musulmano, ebreo, buddhista o pagano.
Egli può benissimo parlare dell’oggetto e della natura del culto in quanto tale.
E qui il linguaggio della Sacra Scrittura è persino molto più netto di quello che oggi siamo abituati ad ascoltare. San Paolo scrive:
«Ciò che i pagani sacrificano, lo sacrificano ai demòni e non a Dio» (1 Cor 10,20).
Non mi pare che l’Apostolo stia dicendo che ogni pagano, individualmente considerato, sia personalmente un satanista cosciente e colpevole. Sta formulando una valutazione teologica oggettiva sul culto pagano.
Dunque non dobbiamo psicologizzare ciò che viene detto sul piano teologico.
- Dire che un culto è falso non significa insultare chi lo pratica
Qui bisogna essere estremamente precisi.
Dire che un culto è falso non equivale a dire che ogni persona che lo pratica è cattiva, stupida, malvagia o personalmente colpevole davanti a Dio.
Il cattolico deve amare ogni uomo, anche quello che è nell’errore. Ma proprio perché lo ama, non deve chiamare vero ciò che è falso.
La carità non esige di relativizzare la verità.
Se don D’Avino dice che un culto che non è rivolto al vero Dio non può essere considerato vero culto di Dio, questo non è un insulto. È una conseguenza della fede monoteistica e cristologica.
E anche quando si parla del demonio bisogna mantenere questa distinzione. Il fatto che una realtà religiosa sia oggettivamente contraria al vero culto di Dio non significa automaticamente che ogni persona che vi aderisce abbia una volontà esplicita di adorare Satana.
Sono piani diversi: natura oggettiva dell’atto, intenzione soggettiva, conoscenza, responsabilità morale.
Confonderli significa rendere impossibile qualsiasi discorso teologico serio.
- La questione della libertà religiosa è ancora più importante
Ed è qui che, a mio avviso, emerge la vera differenza tra la tua posizione e quella tradizionale.
Tu presenti la libertà religiosa come un principio che il cattolico deve sostanzialmente accettare, mentre contesti don D’Avino perché egli dice esplicitamente:
«Noi però rifiutiamo il principio della libertà religiosa».
Ma bisogna prima chiedersi: di quale libertà religiosa stiamo parlando?
La Chiesa cattolica ha sempre insegnato che l’atto di fede non può essere prodotto con la coercizione. Nessuno può essere costretto a credere contro la propria volontà. Questo non è una novità del Vaticano II.
Ma una cosa è la libertà dall’atto coercitivo che costringe qualcuno a credere; altra cosa è affermare come principio giuridico una libertà religiosa universale, intesa come diritto civile di ogni uomo e di ogni gruppo a professare e manifestare pubblicamente il proprio culto, indipendentemente dalla sua verità o falsità.
Sono due affermazioni diverse.
E qui non siamo più nel campo delle interpretazioni personali. Basta leggere Leone XIII.
Nella Immortale Dei, Leone XIII insegna che la Chiesa non considera lecita l’equiparazione giuridica dei diversi culti alla vera religione. E tuttavia aggiunge esplicitamente che essa non condanna quei governi che, per ottenere un bene maggiore o impedire un male maggiore, tollerano di fatto culti diversi.
Questa distinzione è fondamentale: tolleranza non significa diritto.
Si può tollerare una realtà senza riconoscerla come un diritto naturale o come una realtà avente lo stesso titolo della verità.
Questa è la posizione cattolica tradizionale.
- La tolleranza cattolica non è il liberalismo religioso
Il liberalismo parte invece da un’altra premessa: lo Stato, in quanto Stato, deve essere neutrale davanti alle religioni e riconoscere a ciascuna di esse un’eguale libertà pubblica.
Leone XIII condanna precisamente questa concezione.
Nella Immortale Dei egli descrive come errore la concezione secondo cui lo Stato dovrebbe «garantire uguali diritti a ogni religione» e considera falsa l’idea che le diverse forme di culto possano essere poste tutte sul medesimo piano.
E nella Libertas Leone XIII distingue nuovamente tra una vera libertà, ordinata alla verità e al bene, e una libertà intesa come facoltà indiscriminata di pensare, parlare o praticare qualunque cosa. Egli afferma inoltre che tali libertà possono essere tollerate in determinate circostanze, ma non per questo diventano diritti naturali incondizionati.
Questa distinzione non è un dettaglio storico.
È precisamente il punto.
La Chiesa può tollerare un male senza dichiarare che il male possiede un diritto alla stessa tutela giuridica del bene.
- Ed è qui che si comprende la differenza con Dignitatis humanae
Il problema del Vaticano II non consiste semplicemente nel dire che nessuno deve essere costretto a credere.
Dignitatis humanae formula qualcosa di più ampio: dichiara che la persona umana possiede un diritto alla libertà religiosa, inteso come immunità dalla coercizione, e che tale diritto deve essere riconosciuto nell’ordinamento costituzionale come diritto civile. Il documento estende inoltre questa libertà alle comunità religiose, compreso il culto pubblico, entro i limiti del giusto ordine pubblico.
Il documento afferma contemporaneamente di non voler intaccare la dottrina tradizionale circa il dovere dell’uomo e della società verso la vera religione. Ma proprio qui si trova la questione che la critica tradizionale non può semplicemente eliminare con una frase.
Come si conciliano esattamente queste due affermazioni? Quale accordo, appunto, ci può essere, come dice don D’Avino?
Non basta dire che sono conciliabili. Bisogna dimostrarlo, soprattutto quando la terminologia giuridica e il concetto di «diritto» sono stati formulati in maniera nuova.
Ed è proprio questo che tu, nella tua critica, dai per già risolto.
- La conseguenza logica del nuovo principio
Proviamo allora a seguire il principio fino alle sue conseguenze.
Se la libertà religiosa è un diritto civile fondato sulla dignità della persona e se tale diritto permane anche nell’uomo che non adempie al suo dovere di cercare e aderire alla verità, allora non possiamo più fondare la libertà pubblica di una religione sulla sua verità.
La questione diventa allora: che cosa costituisce il limite di questo diritto?
Se il criterio è semplicemente la libertà religiosa in quanto tale, perché fermarsi a una religione che consideriamo rispettabile?
Perché non anche un culto esplicitamente satanico, purché rispetti il «giusto ordine pubblico»?
La provocazione non è affatto gratuita. Serve a mostrare il problema del principio.
Se diciamo: «No, il satanismo non può essere pubblicamente tutelato come gli altri culti perché è oggettivamente contrario a Dio e al bene dell’uomo», allora abbiamo già ammesso che non ogni culto possiede semplicemente lo stesso titolo giuridico in quanto culto.
E se ammettiamo questo, siamo tornati precisamente alla domanda tradizionale: in base a quale principio si distingue ciò che può essere tollerato da ciò che deve essere impedito?
La risposta cattolica tradizionale non è: «perché alcune religioni ci piacciono e altre no».
È: perché esiste una verità religiosa oggettiva, esiste una legge morale oggettiva e lo Stato stesso non è sciolto dai suoi doveri verso Dio.
Leone XIII lo dice con estrema chiarezza nella Immortale Dei: la società civile, come l’individuo, è sottoposta a Dio e non può semplicemente comportarsi come se Dio non esistesse.
- Ecco perché non c’è alcun «paradosso» per la Fraternità
Tu presenti come una contraddizione il fatto che don D’Avino rifiuti il «principio della libertà religiosa» e nello stesso tempo rivendichi la libertà della Fraternità Sacerdotale San Pio X di esercitare pubblicamente il proprio apostolato.
Ma il paradosso esiste soltanto se si parte già dalla definizione liberale della libertà religiosa.
La Fraternità non deve necessariamente dire:
«Tutte le religioni hanno un uguale diritto pubblico al culto, dunque anche noi abbiamo diritto al nostro culto».
Può invece dire:
«La Chiesa cattolica ha ricevuto da Cristo una missione divina e possiede per diritto divino la libertà necessaria per compiere questa missione.»
Sono due principi completamente diversi.
La libertà della Chiesa non deriva dal fatto che tutte le religioni siano giuridicamente equivalenti. Deriva dal fatto che Cristo ha fondato la sua Chiesa e le ha affidato una missione che nessun potere umano può legittimamente sopprimere.
Ed è precisamente questo il principio che la concezione liberale tende a sostituire con un altro: non più la libertà della verità, ma l’uguaglianza giuridica delle diverse posizioni religiose.
- Anche il riferimento ad Assisi deve essere visto in questa luce
Qui torniamo direttamente alla questione sollevata da don D’Avino.
Si può discutere all’infinito se ad Assisi si sia voluto o meno affermare formalmente che tutte le religioni sono uguali. Ma questa non è l’unica questione.
La domanda più profonda è: quale concezione della religione e della libertà religiosa rende possibile un simile modo di presentare pubblicamente le diverse religioni?
Per un cattolico tradizionale, il problema non si risolve semplicemente dicendo:
«Non abbiamo detto che le altre religioni sono vere».
Bisogna anche domandarsi se, attraverso il linguaggio, i gesti, le categorie giuridiche e la prassi pastorale, non si finisca per attribuire loro una posizione che la dottrina cattolica tradizionale non attribuiva loro.
Ed è precisamente qui che la critica di don D’Avino merita di essere presa sul serio.
- Non tutto ciò che è postconciliare è automaticamente apostasia, ma non tutto ciò che è postconciliare è automaticamente Tradizione
Qui arriviamo al punto che considero più importante.
Tu scrivi che la Tradizione cattolica non è una particolare interpretazione tradizionalista della Tradizione.
Certamente.
Ma la questione è proprio questa: chi stabilisce se una determinata formulazione successiva sia lo sviluppo organico della Tradizione oppure una modificazione del precedente equilibrio dottrinale?
Non basta affermare che il Vaticano II non ha negato formalmente la dottrina precedente. È necessario esaminare anche le nuove formulazioni, i nuovi concetti e le nuove conseguenze che da esse derivano.
È precisamente questo il metodo, per esempio, di Romano Amerio, per non parlare soltanto della FSSPX: non cercare soltanto le negazioni esplicite, ma osservare anche gli spostamenti di equilibrio all’interno dell’insieme della dottrina cattolica.
Una dottrina può cambiare nella sua portata pratica e nel suo significato complessivo anche senza pronunciare una frase che dica esplicitamente: «la dottrina precedente era falsa».
Ed è per questo che la questione della libertà religiosa non può essere liquidata dicendo che il cattolico tradizionale «interpreta male» il Concilio.
La domanda rimane: il concetto moderno di diritto alla libertà religiosa è veramente identico alla tradizionale tolleranza dei culti non cattolici?
Leone XIII ci permette di vedere che non lo è: egli distingue espressamente tra la tolleranza di fatto di culti dissidenti e il riconoscimento ad essi dei medesimi diritti della vera religione.
- Dunque, il problema non è che don D’Avino «parla troppo duramente»
Possiamo certamente discutere se una determinata espressione sia pastoralmente opportuna. Possiamo chiedere maggiore precisione in questo o quel passaggio. Possiamo ricordare che Dio solo conosce perfettamente la coscienza di ogni uomo.
Ma questo non autorizza a trasformare la questione in una semplice questione di «tono».
Se don D’Avino dice:
– che Cristo è l’unico Salvatore;
– che esiste una sola vera religione;
– che esiste un solo vero culto dovuto a Dio;
– che un culto falso non diventa vero perché chi lo pratica è sincero;
– che la tolleranza di un culto falso non equivale al riconoscimento di un suo diritto naturale ad – essere equiparato al vero culto;
– che la Chiesa non può accettare il principio liberale dell’indifferentismo religioso;
allora non sta necessariamente dicendo nulla di «nuovo» o di «insultante».
Sta parlando con categorie che appartengono precisamente alla tradizione cattolica precedente al paradigma postconciliare.
E se alcune di queste affermazioni oggi sembrano troppo dure, forse il problema non è che la Tradizione sia diventata improvvisamente aggressiva.
Forse siamo noi che ci siamo abituati a un linguaggio nel quale le esigenze della verità cattolica vengono continuamente riformulate per renderle compatibili con le categorie del mondo moderno.
La vera carità non consiste nel rendere meno vere le verità scomode.
Conclusione
Per questo non condivido la tua conclusione secondo cui don D’Avino rappresenterebbe semplicemente una particolare interpretazione «violenta» o «estrema» della Tradizione.
Il problema è quasi l’opposto.
Don D’Avino sta parlando a partire da presupposti che il cattolicesimo tradizionale ha sempre considerato normali, mentre sei tu che, nella tua critica, assumi come ovvie alcune categorie tipicamente postconciliari: la libertà religiosa come principio giuridico generale, la neutralità dello Stato davanti alle religioni, il linguaggio del pluralismo religioso e una concezione della tolleranza che tende a trasformarsi in diritto.
E qui bisogna essere onesti: non è sufficiente dire che il Vaticano II ha dichiarato di non voler toccare la dottrina tradizionale. Bisogna anche verificare se le nuove formulazioni siano realmente in continuità con essa.
Perché tollerare non significa approvare; non impedire non significa riconoscere un diritto; rispettare la persona non significa rispettare l’errore; non giudicare la coscienza non significa sospendere il giudizio sull’oggetto di un atto; e amare chi è nell’errore non significa chiamare verità l’errore.
E soprattutto:
la libertà della Chiesa cattolica non nasce dal principio liberale secondo cui tutte le religioni hanno uguali diritti. Nasce da Cristo, dal quale la Chiesa ha ricevuto la sua missione e il suo diritto divino.
È da qui che, a mio avviso, bisogna ripartire per comprendere correttamente anche le parole di don D’Avino.
Dio benedica.
don Andrej Vončina
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