XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 13 settembre 2026
Sir 27,33–28,9 (NV) [gr. 27,30 –28,7]; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35
don Ambrogio Clavadei
“Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”.
La risposta con cui Gesù replica a Pietro, e la successiva parabola esplicativa del Re che condona il debito al servo malvagio, ci fa comprendere innanzitutto una cosa decisiva: siamo tutti in debito presso Dio di una somma di fatto non restituibile (i diecimila talenti sono una cifra iperbolica, tenendo presente che ai tempi del Vangelo l’intero gettito fiscale annuo della Giudea, Idumea e Samaria messe insieme era di circa 600 talenti). Questa somma non restituibile (= colpa non assolvibile) dal punto di vista umano ha le sue origini nel peccato originale le cui conseguenze sono poi i peccati che gli uomini commettono ulteriormente contro Dio e, qui sta l’accento del vangelo di oggi, i peccati che anche commettono gli uni verso gli altri (i 100 denari, cioè qualche migliaio di euro). Come ottenere il condono? Supplicando, cioè ammettendo che il debito esiste e che nulla si può fare per la restituzione. Non ha senso chiedere dilazioni. Basta una sincera supplica perché il Re non attende altro per fare il condono. È questa la singolare economia del Regno dei cieli.
Come deve stare allora l’uomo di fronte a chi gli diventa debitore commettendo una colpa contro d lui? La liturgia della domenica scorsa invitava il creditore a tentare una correzione in nome della carità. Qui l’invito è a vivere un condono illimitato che inevitabilmente eccede un’economia morale puramente umana: “sette volte” sembra già tanto, perché dopo scappa la pazienza. No, bisogna entrare nella logica dell’economia divina: “settanta volte sette”, cioè sempre. Il Re è disposto a perderci sempre. Ma che cosa ci guadagna egli con queste reiterata perdita? Ci guadagna il creditore, la gratitudine di colui a cui ogni volta è condonato il debito.
Quella del Re però non è la semplice degnazione di chi è talmente ricco che può permettersi qualsiasi perdita. Quella del Re è l’assoluzione di chi è stato disposto una volta per tutte a pagare a se stesso il debito non restituibile. Lo ha pagato una volta per tutte Cristo sulla Croce, lui che “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9).
In forza di questo fatto nessuno può esigere nulla da chi commette una colpa contro di lui, perché il suo credito non gli appartiene: è già stato pagato ed espiato. Dopo la Croce vale il: “Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi”. Questo significa che la nostra vita non ci appartiene, compresi i limiti nostri e quelli degli altri. Non possiamo esigere o pretendere nulla, ma solo riconoscere che siamo stati tutti condonati invece che essere condannati. Ecco perché dobbiamo stare di fronte al limite degli altri, ma anche al nostro, con una misura diversa, non puramente umana (sette volte), ma divina (settanta volte sette).
Questa misura non misurabile si chiama misericordia. È a partire da essa che dobbiamo giudicare l’altro e noi stessi, rapportarci con l’altro e con noi stessi. Per questo, allora, nella parabola l’ira del Re si scatena sul servo malvagio, cioè verso colui che non ha fatto della misericordia ricevuta il metro di paragone del suo rapporto verso l’altro: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?“. Non si tratta di un invito ad essere più buoni. Si tratta di un richiamo alla realtà di quanto ci è accaduto: Dio ci ha fatto misericordia e ci chiede di imitare questa sua sconfinata misura: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 6, 36-38).
Vista così, la misericordia, non sembra essere nemmeno una parola umana, e infatti è come prima cosa parola divina che però ha voluto rivelarsi e identifica il mistero insondabile da cui tutto proviene, da cui tutto è sostenuto, e a cui tutto va a finire: si mostra come l’unica parola veramente umana, capace cioè di umanizzare la disumanità dell’uomo. Non è quindi, da questo punto di vista, riducibile al solo concetto di perdono, inteso come una certa proporzione tra sbagli e castighi e in qualche modo ancora concepibile dalla ragione in quanto supremo atto di giustizia (giustizia che però comporta sempre in qualche modo un limite, anche se essa non viene tolta). La misericordia non è infatti un buonismo che chiude gli occhi di fronte al male senza contrastarlo, ma offre uno sguardo capace di non cadere in un iniquo giustizialismo che cancella ogni dignità umana, oppure usa delle forme della giustizia umana asservendole ad ogni possibile ingiustizia, come avviene nelle dittature conclamate o striscianti che siano. La misericordia invece contiene anch’essa una sua giustizia che però solo il Re può e sa amministrare. Alla fine infatti il servo malvagio subisce la punizione che egli stesso si è procurato: “Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”.
Solo il pensiero di Dio e non il nostro pensiero, poteva formulare un simile vocabolo che corrisponde a come Dio pensa che dovrebbe essere vissuto il regno della terra, perché nel suo Regno, quello dei cieli, le cose stanno come abbiamo visto. È un pensiero sconvolgente che capovolge i nostri limitati criteri di vivere i rapporti con gli altri e anche di vivere il rapporto con noi stessi. Questo pensiero impensabile all’uomo lo ricorda san Paolo a proposito dell’indurimento temporaneo del popolo d’Israele: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia! O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore?” (Rm 11, 32-33). Lo afferma per primo e supremamente Gesù stesso sulla Croce con una domanda sconvolgente al Padre: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Sconvolgente perché egli chiede che i suoi uccisori siano perdonati perché “non sanno”, ma questo non significa certo che stiano agendo in modo inconscio e siano dunque esentati dalla loro colpa. Quale allora il margine insondabile tra la consapevolezza morale di chi lo ha crocifisso e un’ultima misteriosa inconsapevolezza, quella che può procurare loro un perdono? Solo Dio lo sa, così che sull’infinitesimo margine della loro ignoranza Cristo, l’accusato, si fa loro difensore.
In ultima analisi questo significa che l’agire dell’altro ed anche il nostro agire non è definito solo dai fattori che lo costituiscono dal di dentro. In ogni azione c’è un fattore che la supera e la definisce. È Cristo come misericordia che entra dentro l’azione dell’altro o la nostra e ne cambia la natura e la destinazione, altrimenti essa finirebbe annientata dalla corta misura dell’uomo che umilia l’altro, o anche se stesso, con lo spregevole: “non sei degno” o “non sono degno” (quante patologie psichiche provengono da questa incapacità a perdonarsi!), pretenziosamente irati, di conseguenza, per la non corrispondenza di chi ha sbagliato o di me che ho sbagliato, ricordando senza requie il male subito o fatto, sempre tentati di usare solo la misura umana e non quella divina.
Invece noi dovremmo essere come il Pierino di turno che ha combinato il consueto guaio, ma che invece di fissare ciò che ha guastato, fissa negli occhi la madre che lo guarda sorridendo o il padre che lo abbraccia. Allora, come conseguenza, porre davanti agli occhi il limite dell’altro o il proprio, come preoccupato ricordo di qualcosa di malefico che è accaduto, diventerebbe un’affermazione ingiusta di qualcosa che è superato, purificato, redento. La formula della nostra vita dovrebbe essere questa: “È più giusto guardare a te, o Cristo, che mi perdoni che non a me che ho sbagliato [o all’altro che ha sbagliato verso di me]. La definizione della nostra persona e dei nostri atti non è compiuta se non tiene presente l’incombente amore da cui è abbracciata in qualunque caso e che si chiama perdono come fenomeno, ma si chiama Gesù, Figlio del Padre, come espressione della natura del mistero dell’Essere verso di noi. «Tam pater nemo» – così padre nessuno -, dicevano gli antichi” (don L. Giussani, Un mistero di presenza, di perdono e resurrezione, v. qui).
La misericordia, allora, resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Preghiamo perché sia la prima parola con cui iniziamo il nostro cammino quotidiano e l’ultima parola con cui concludiamo le nostre giornate. La nostra imitazione di Cristo è nello spazio di questo abbraccio che non ha confini “Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono” (Salmo Resp.). E, ancora, preghiamo perché la misericordia possa – per miracolo di Dio – diventare sempre più la misura del rapporto tra gli uomini: “Rancore e ira sono cose orribili” e il volto della nostra terra oggi ne è più che mai sfigurato perché sempre più si sta organizzando sistematicamente un mondo senza pietà, guardando all’altro uomo solo per il proprio utilitaristico e mercificato tornaconto: “Appena uscito, quel servo [a cui erano stati condonati diecimila talenti] trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito”. Ma alla fine – come già detto sopra – in carcere ci finì lui: “Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”. E quello del Padre è un carcere eterno.




















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