Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto ed un approfondimento culturale, oltre alla pubblicazione dei nostri articoli originali, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo pubblicato su Rorate Caeli. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione non ufficiale da me curata.

 

Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)
Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)

 

Il seguente saggio è stato pubblicato in tedesco il 4 luglio 2020 da Michael Charlier su Summorum Pontificum, ma l’argomento è tornato di attualità, pertanto ne abbiamo reso disponibile la traduzione.—PAK

Per tutti coloro che si sentono legati all’intera tradizione cattolica, il Concilio Vaticano II è un argomento difficile. Da un lato, sappiamo che il Vaticano II non avrebbe potuto stravolgere nulla di ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Dall’altro lato, viviamo in un contesto in cui molto sembra essere stato stravolto — e ci viene detto che questa è proprio la volontà del Concilio Vaticano II, che tutti dovrebbero riconoscere. E questo non viene affermato da una persona qualsiasi, le cui opinioni si potrebbero facilmente ignorare, ma da molti professori di teologia, da quasi tutti i commentatori dei media ecclesiastici — e lo affermano anche la maggior parte dei vescovi, o almeno ne segnalano la tacita approvazione. L’opposizione allo «spirito del Concilio» e a ciò che viene spacciato per tale sembra essere l’«anatema» per eccellenza in una Chiesa in cui, per il resto, si può dire, dubitare o esigere quasi qualsiasi cosa.

È utile, quindi, riesaminare con quanta critica Joseph Ratzinger — molto prima di diventare Benedetto XVI, avendo lui stesso partecipato al Concilio come giovane professore di teologia pieno di speranze — valutò gli effetti di questa presunta alba di una «nuova primavera» appena pochi anni dopo la sua laurea. La sua valutazione, pronunciata in occasione del decimo anniversario (e probabilmente in seguito leggermente rivista per essere inclusa in uno dei suoi libri), parte da un realismo incrollabile e conduce alla constatazione che anche questo Concilio – come altri prima di esso – potrebbe non essere riuscito a realizzare lo scopo per cui era stato convocato e potrebbe aver arrecato alla Chiesa più danni che benefici.

«Che le nostre chiese, i nostri seminari e i nostri monasteri si siano svuotati nel corso di questi dieci anni è un fatto che chiunque può farsi confermare dagli statistici, se non lo ha notato di persona; che l’atmosfera nella Chiesa sia stata a volte non solo gelida, ma decisamente aspra e aggressiva, non ha bisogno di prove elaborate; che il fazionalismo stia lacerando la comunità ovunque fa parte della nostra esperienza quotidiana, minacciando la gioia della vita cristiana. Chiunque affermi queste cose viene subito accusato di pessimismo e quindi escluso dalla conversazione. Ma si tratta semplicemente di fatti empirici, e negarli tradisce non tanto pessimismo quanto una silenziosa disperazione.”

Il fatto che un concilio possa inizialmente essere seguito da grande confusione non sorprende più di tanto Joseph Ratzinger. Egli cita una lettera di Gregorio di Nazianzo, il quale nell’anno 382 rifiutò l’invito a proseguire il Concilio di Costantinopoli con parole che oggi suonano inquietantemente attuali: «A dire il vero, credo che si dovrebbe evitare ogni concilio di vescovi, poiché non ho mai assistito a un esito felice in nessuno di essi; né all’abolizione degli abusi…, ma sempre, al contrario, all’ambizione o alle contese su come procedere».

Egli cita giudizi ancora più severi da parte di Basilio, contemporaneo e amico di Gregorio. Per Basilio, i concili di quel tempo portavano a «disordine e confusione spaventosi» e riempivano l’intera Chiesa di «chiacchiere incessanti».

Solo in una prospettiva storica retrospettiva — secondo Joseph Ratzinger — i grandi concili del IV secolo sono stati riconosciuti come fari della Chiesa, che hanno contribuito a chiarire l’identità della fede nel corso dei tempi. Tuttavia, la valutazione dell’allora professore riguardo agli effetti di questi concili non è del tutto positiva. Con palpabile dolore, egli ricorda i gravi scismi che li seguirono e che inflissero alla Chiesa ferite che non si sono ancora rimarginate:

 

«I fedeli eredi del grande vescovo Cirillo di Alessandria si sentirono traditi dalle formulazioni che andavano contro la loro sacra tradizione; in quanto cristiani monofisiti, costituiscono ancora oggi una minoranza significativa in Oriente, la cui stessa esistenza ci dà un’idea della gravità delle lotte di quel tempo».

I Padri del Concilio Vaticano II speravano di evitare conseguenze così gravi astenendosi da qualsiasi dogmatizzazione. «Un concilio che non dogmatizzava e non escludeva nessuno», secondo Joseph Ratzinger, «sembrava in grado di non offendere nessuno, di non respingere nessuno, ma di attrarre tutti. In verità, non se la cavò diversamente dai concili ecumenici che lo avevano preceduto; nessuno oggi può seriamente contestare gli sviluppi crisi-dominati a cui esso condusse».

Tra le ragioni di ciò, l’allora professore ne ha evidenziate due in particolare: «Il Concilio si considerava un grande esame di coscienza per la Chiesa; in definitiva, voleva essere un atto di penitenza, un atto di conversione». Di conseguenza, c’era una grande disponibilità a riconoscere, più o meno senza esitazione, tutto ciò che il mondo rimproverava alla Chiesa come colpa effettiva della Chiesa nei confronti del mondo. Per non incorrere in nuove colpe, si voleva vedere e riconoscere solo il bene e ciò che era degno di essere adottato ovunque. Tuttavia, ciò non solo portò a una crisi generale di identità, ma aprì anche una profonda frattura con l’intera tradizione della Chiesa, che ora doveva apparire priva di valore. Di conseguenza, molti avrebbero visto in un radicale nuovo inizio l’unica alternativa.

Joseph Ratzinger individuò nell’ottimismo ingenuo dell’era Kennedy una seconda ragione. «Possiamo realizzare qualsiasi cosa, se solo lo vogliamo e vi dedichiamo le risorse necessarie. Fu proprio questa rottura nella coscienza storica – questo addolorato addio al passato – a dare origine all’idea di un “ora zero”, in cui tutto sarebbe ricominciato da capo e tutto ciò che fino a quel momento era stato fatto di sbagliato sarebbe stato finalmente corretto. Il sogno di liberazione, il sogno di qualcosa di completamente diverso (!), che poco dopo assunse un carattere sempre più violento nella rivolta studentesca, aleggiava, in un certo senso, anche sul Concilio; fu proprio questo sogno a ispirare dapprima le persone e poi a deluderle». La conclusione che il professor Ratzinger trae da entrambi questi motivi è devastante. Laddove il pentimento conduce solo al negativo, si trasforma fin troppo facilmente in orgoglio; il pentimento autentico, invece, «conduce al Vangelo — cioè alla gioia, compresa la gioia in se stessi. La forma di autoaccusa a cui si giunse al Concilio in relazione alla propria storia non riuscì a riconoscere questo aspetto e portò così a manifestazioni nevrotiche».

Cosa significa questa valutazione – a più di dieci anni dalla fine del Concilio – per Joseph Ratzinger? Da dove, secondo lui, bisogna partire per avviare la corretta ricezione del Concilio, che non è nemmeno iniziata? Per rispondere a questa domanda, egli esamina alcuni dei concetti fondamentali che hanno plasmato le discussioni del Concilio.

In primo luogo, prende in esame l’idea di communio — ovvero la «teologia del Popolo di Dio» così enfaticamente sottolineata nell’ultimo Concilio. Nel mettere in pratica questa teologia, sostiene, il Concilio e i responsabili della sua attuazione sono caduti in gravi errori interpretando «communio» e «collegialità» quasi esclusivamente in termini di comitati, consigli, commissioni e conferenze. A questo proposito, afferma: «Nessuno può dubitare che la proliferazione incontrollata di tali organismi abbia portato a un incredibile spreco di energie e alla produzione di montagne di scartoffie prive di significato, mentre le menti più brillanti venivano logorate da discussioni infinite che nessuno voleva, ma che erano inevitabili date le nuove strutture».

Prosegue poi esaminando il concetto di «semplicità», spesso sbandierato.

Nel farlo, chiarisce che «semplicità» non significava povertà o rinuncia al decoro, ma piuttosto, prima di tutto, una giustificata insistenza sulla ragione e sulla razionalità, che non devono essere intese come contrarie alla fede in Cristo. Nella pratica, tuttavia, ciò ha spesso portato alla sottomissione al concetto di razionalità dell’Illuminismo e ai dettami dello spirito del tempo.

A conclusione delle sue riflessioni, già a metà degli anni ’70 Joseph Ratzinger giunse a una conclusione che fa riflettere – una conclusione che non può che dispiacere a tutti coloro che oggi desiderano elevare il Concilio, che si astenne da ogni dogmatizzazione, allo status di super-dogma. Al termine del Concilio, Karl Rahner paragonò la mole di carta prodotta alle ingenti quantità di pechblenda necessarie per estrarre una piccola quantità di radio. Eppure tra la pechblenda e il radio esiste almeno un nesso certo: dove c’è pechblenda, c’è anche radio. «Ma non esiste un nesso altrettanto necessario tra la pechblenda delle parole e della carta e la realtà cristiana vivente. Che il Concilio diventi una forza positiva nella storia della Chiesa dipende solo indirettamente dai testi e dalle commissioni. Ciò che è decisivo è se ci siano persone – santi – che, attraverso l’impegno spontaneo del proprio essere, diano vita a qualcosa di vivo e di nuovo».

Ratzinger conclude con il pensiero inquietante che oggi dobbiamo «essere abbastanza autocritici da riconoscere che l’ottimismo ingenuo del Concilio e l’eccessiva sicurezza di molti di coloro che lo hanno sostenuto e promosso giustificano, in modo spaventoso, le cupe diagnosi dei precedenti leader ecclesiastici riguardo al pericolo dei concili. Non tutti i concili validi sono diventati anche concili fruttuosi nella storia della Chiesa; alla fine, alcuni non sono altro che una grande futilità».

Tutte le citazioni sono tratte da «Sul posto della Chiesa e della teologia oggi» in Joseph Ratzinger, Principi teologici, Donauwörth 2005, pp. 383–395.

Ripreso da Rorate Caeli

 


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