Incontro per la pace ad Assisi delle principali religioni del mondo - 27 Ottobre 1986
Incontro per la pace ad Assisi delle principali religioni del mondo – 27 Ottobre 1986

 

 

di Giuseppe Russo



Ci sono testi che meritano di essere discussi non tanto per le intenzioni di chi li pronuncia, che non abbiamo il diritto di giudicare, quanto per le parole che vengono utilizzate e per le conseguenze che quelle parole possono avere.

È il caso dell’esortazione (vedi qui) pronunciata da don Gabriele D’Avino al termine del pellegrinaggio Bevagna-Assisi, nella quale vengono affrontati alcuni temi certamente importanti: l’unicità salvifica di Cristo, il rapporto tra cristianesimo e altre religioni, l’incontro interreligioso di Assisi, la libertà religiosa e la situazione della Fraternità San Pio X.

Sono questioni serie. Proprio per questo meritano un linguaggio serio.

E qui occorre fare una precisazione che può sembrare soltanto linguistica, ma in realtà è teologica: non basta dire cose che, prese isolatamente, possono contenere una parte di verità. Bisogna anche dire le cose nel modo in cui la fede cattolica consente di dirle.

Perché anche il modo verbale della fede ha un peso.

Si può dire: «Cristo è l’unico Salvatore».

Si può dire: «Le altre religioni non possiedono la pienezza della Rivelazione cristiana».

Si può dire: «La Chiesa cattolica professa Cristo come unico Mediatore tra Dio e gli uomini».

Si può persino sostenere, e senza alcuna ambiguità, che alcune dottrine delle altre religioni siano incompatibili con la fede cristiana.

Ma è un’altra cosa dire che ogni altro culto è culto del demonio, definire «amenità» le convinzioni religiose altrui, descrivere l’ebraismo attraverso formule sprezzanti o ridurre tradizioni religiose millenarie a caricature.

Qui non è più soltanto in gioco ciò che si dice.

È in gioco come lo si dice.

L’unicità di Cristo non ha bisogno di caricature

Il punto di partenza cristiano è fuori discussione: Gesù Cristo non è semplicemente uno dei tanti fondatori di religioni.

È il Figlio di Dio fatto uomo.

È il Verbo incarnato.

È il Redentore.

È l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini.

«Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

La Chiesa non può relativizzare questa confessione senza cessare di essere se stessa.

Ma proprio per questo non ha bisogno di falsificare le religioni altrui.

Il Concilio Vaticano II, nella Nostra aetate, non ha affermato che tutte le religioni siano equivalenti. Ha detto qualcosa di molto diverso: la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni e riconosce che in esse possono trovarsi «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». E nello stesso tempo ribadisce che la Chiesa è tenuta ad annunciare Cristo, nel quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa.

Questa è una distinzione fondamentale.

Riconoscere ciò che è vero non significa dichiarare vera un’intera religione.

Dialogare non significa relativizzare Cristo.

Rispettare una persona non significa condividere la sua fede.

Queste distinzioni sono talmente elementari che sorprende doverle ancora ricordare.

Il problema dei «falsi culti»

Nel testo di D’Avino si afferma che qualsiasi altro modo di pregare una qualche divinità costituisce «un culto falso» e addirittura «un culto dato al demonio».

È una formulazione estremamente grave.

Non perché il cattolico debba smettere di credere nella verità della propria fede. Ma perché non tutto ciò che è teologicamente errato può essere automaticamente identificato con un atto demoniaco.

La teologia cattolica ha sempre conosciuto la distinzione tra errore, ignoranza, idolatria, ricerca religiosa, conoscenza naturale di Dio, superstizione e opposizione consapevole alla verità.

Non si può semplicemente cancellare questa complessità con una formula.

E soprattutto non si può trasformare ogni uomo che non crede in Cristo in un uomo che deliberatamente «stende la mano contro l’unico Mediatore».

Il giudizio sulla coscienza dell’uomo appartiene a Dio.

La Chiesa annuncia la verità; non si sostituisce a Dio nel giudizio ultimo delle coscienze.

L’ebraismo non può essere trattato come una caricatura

Ancora più problematica appare la descrizione degli ebrei come coloro che «attendono ancora un Messia terreno e seguono i nefasti precetti del Talmud».

Qui la questione non è il politically correct.

È la teologia cattolica.

La Nostra aetate dedica un passaggio specifico al rapporto con il popolo ebraico e richiama il comune patrimonio spirituale che unisce cristiani ed ebrei. Non nasconde affatto la differenza decisiva: per il cristiano Gesù è il Messia e il Figlio di Dio.

Ma una cosa è affermare questa verità.

Un’altra è descrivere una tradizione religiosa complessa attraverso una formula denigratoria.

Il cattolico dovrebbe essere il primo a sapere che la confutazione dell’errore richiede la conoscenza dell’errore, non la sua caricatura.

Se vogliamo discutere teologicamente con l’ebraismo, dobbiamo conoscere l’ebraismo.

Se vogliamo confrontarci con l’islam, dobbiamo conoscere l’islam.

Se vogliamo criticare il buddhismo o l’induismo, dobbiamo prima sapere che cosa realmente insegnano.

Altrimenti non stiamo difendendo la verità.

Stiamo semplicemente parlando contro un bersaglio costruito da noi.

E gli altri cristiani?

Lo stesso problema emerge quando si parla dei protestanti.

«I protestanti» non costituiscono una realtà teologica uniforme. Esistono tradizioni confessionali profondamente diverse, con concezioni differenti della Scrittura, dei sacramenti, della giustificazione, della Chiesa e della Tradizione.

Naturalmente esistono divergenze dottrinali fondamentali con la fede cattolica.

Ma dire che il protestante «interpreta da sé la Scrittura» non è una descrizione sufficientemente seria del complesso mondo delle confessioni nate dalla Riforma.

E ancora più delicato è il discorso sugli ortodossi.

La Chiesa cattolica non considera gli ortodossi semplicemente come appartenenti a una «falsa religione». Il Vaticano II riconosce nelle Chiese orientali separate dalla piena comunione con Roma una realtà ecclesiale e sacramentale autentica, e considera le Chiese d’Oriente come Chiese nelle quali esistono veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l’Eucaristia.

La questione del primato petrino rimane certamente una questione teologica fondamentale.

Ma contestare il primato del Papa non equivale a non avere una Chiesa, né autorizza a descrivere l’ortodossia come una realtà semplicemente subordinata alle autorità politiche locali.

Anche qui: la differenza teologica è una cosa; la caricatura polemica è un’altra.

Assisi: una discussione che si può e si deve fare

Arriviamo così ad Assisi.

Qui una critica cattolica seria è assolutamente possibile.

Si può discutere del significato dell’incontro del 1986.

Si può discutere delle sue interpretazioni successive.

Si può chiedere se alcune forme concrete di dialogo interreligioso abbiano rischiato di generare ambiguità.

Si può persino sostenere che alcuni sviluppi dell’esperienza di Assisi siano stati teologicamente infelici.

Ma tutto questo richiede una cosa: distinguere.

Una cosa è pregare insieme.

Una cosa è pregare nello stesso luogo.

Una cosa è pregare contemporaneamente, ma separatamente.

Una cosa è affermare che tutte le religioni sono equivalenti.

Una cosa è incontrare persone appartenenti ad altre religioni senza mettere sullo stesso piano le rispettive concezioni della verità.

Se non facciamo queste distinzioni, finiamo per combattere non contro ciò che è realmente accaduto, ma contro ciò che immaginiamo sia accaduto.

E un cattolico dovrebbe essere particolarmente prudente quando parla di Assisi, proprio perché Giovanni Paolo II non può essere liquidato come un uomo che avrebbe semplicemente messo Cristo sullo stesso piano delle altre religioni.

La questione merita ben altra profondità.

Il punto più problematico: la libertà religiosa

Ma il passaggio che personalmente considero più grave nell’esortazione non riguarda nemmeno l’islam, l’ebraismo, il buddhismo o Assisi.

Riguarda la libertà religiosa.

D’Avino afferma esplicitamente:

«noi però rifiutiamo il principio della libertà religiosa».

Qui occorre fermarsi.

Perché non stiamo più discutendo di una particolare applicazione della libertà religiosa.

Non stiamo discutendo se una determinata legislazione sia giusta.

Non stiamo discutendo se il dialogo interreligioso debba avere determinati limiti.

Viene rifiutato il principio.

E questo entra evidentemente in tensione con Dignitatis humanae, che afferma che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa e che tale libertà consiste nell’immunità dalla coercizione in materia religiosa, anche nella manifestazione pubblica e comunitaria della propria religione. Il documento precisa inoltre che tale dottrina non significa affatto relativizzare il dovere dell’uomo di cercare la verità né la dottrina tradizionale cattolica sull’unica vera religione e sull’unica Chiesa di Cristo.

Questo punto è decisivo.

La libertà religiosa non nasce dalla convinzione che tutte le religioni siano vere.

Nasce dal riconoscimento della dignità della persona e della natura libera dell’atto di fede.

È precisamente Dignitatis humanae a ricordare che nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la propria volontà e che la libertà religiosa non implica l’indifferentismo religioso.

Perciò si può essere cattolici convinti dell’unicità salvifica di Cristo e, contemporaneamente, sostenere la libertà religiosa.

Non c’è contraddizione.

Il paradosso

Ed è qui che emerge un paradosso difficile da ignorare.

Da una parte si afferma:

«noi rifiutiamo il principio della libertà religiosa».

Dall’altra si denuncia il fatto che alla Fraternità San Pio X non venga consentito di pregare pubblicamente nella basilica.

Ma su quale principio si fonda la rivendicazione di una libertà religiosa pubblica, se il principio della libertà religiosa viene rifiutato?

È una domanda che non riguarda le simpatie personali.

È una domanda logica.

Se la libertà religiosa è falsa in linea di principio, non si può poi utilizzarla come criterio per denunciare come ingiusta la limitazione della propria libertà religiosa.

Se invece si ritiene che la persona e la comunità religiosa abbiano un diritto alla manifestazione pubblica della propria fede, allora occorre spiegare perché questo diritto dovrebbe valere per noi e non come principio generale.

Non è possibile utilizzare un principio soltanto quando tutela la propria parte.

La libertà religiosa non significa che tutte le religioni siano vere

Qui, però, bisogna evitare un altro equivoco.

Difendere la libertà religiosa non significa sostenere che tutte le religioni siano vere.

Non significa dire che Cristo è una possibilità fra le altre.

Non significa affermare che il cristianesimo e l’islam siano semplicemente due strade equivalenti.

Non significa rinunciare all’evangelizzazione.

Non significa neppure negare che esista una verità religiosa oggettiva.

Dignitatis humanae è chiarissima: l’uomo è moralmente obbligato a cercare la verità, soprattutto quella religiosa, e ad aderire ad essa una volta conosciuta. Ma nessun potere umano può costringerlo in materia religiosa.

Questa è una distinzione che dovrebbe essere conosciuta soprattutto da chi pretende di difendere la Tradizione.

La verità cristiana e il modo cristiano di dirla

Ed è qui che torniamo al problema iniziale.

Non sono contrario all’affermazione dell’unicità di Cristo.

Al contrario.

Non sono contrario alla difesa della dottrina cattolica.

Al contrario.

Non sono contrario alla critica teologica delle religioni non cristiane.

Al contrario: una Chiesa che non sa più distinguere il vero dal falso avrebbe già smesso di essere Chiesa.

Ma proprio perché credo nella verità, ritengo che la verità non debba essere difesa attraverso la falsificazione dell’altro.

Il cristiano può dire:

«La dottrina islamica nega la divinità di Cristo».

Deve poterlo dire.

Può dire:

«Il buddhismo non riconosce la creazione e la salvezza nel senso cristiano».

Può dirlo.

Può dire:

«L’ortodossia non riconosce il primato universale del Romano Pontefice come lo intende la Chiesa cattolica».

Deve poterlo dire.

Può dire:

«Il protestantesimo nasce da una frattura ecclesiale e presenta divergenze dottrinali sostanziali rispetto alla fede cattolica».

Può dirlo.

Ma dovrebbe evitare di trasformare queste affermazioni in un linguaggio di disprezzo.

Perché la precisione è più cattolica dell’insulto.

Anche il verbo conta

Forse è proprio questa la lezione più semplice.

In teologia contano i sostantivi, ma contano anche i verbi.

Non è la stessa cosa dire:

«La Chiesa insegna».

«La Chiesa ha insegnato».

«La Chiesa insegna oggi».

«Io ritengo».

«A mio giudizio».

«Si potrebbe sostenere».

«È legittimo discutere».

«È necessario obbedire».

Sono modi verbali diversi perché esprimono livelli diversi di autorità.

E questo vale anche quando si parla delle altre religioni.

Non dovremmo dire:

«Essi adorano il demonio»

quando sarebbe più corretto dire:

«La loro concezione di Dio e della salvezza è incompatibile, in punti essenziali, con la fede cristiana».

Non dovremmo dire:

«Non hanno nulla».

Potremmo dire:

«Non possiedono la pienezza della Rivelazione cristiana».

Non dovremmo dire:

«Sono amenità».

Potremmo dire:

«Questa dottrina è incompatibile con la concezione cristiana della persona e della salvezza».

Non è debolezza.

È precisione teologica.



Il cattolico non ha bisogno di urlare la propria identità

C’è poi qualcosa di ancora più profondo.

Il cristianesimo non è una religione che deve dimostrare la propria forza attraverso il disprezzo dell’altro.

Cristo non ha avuto bisogno di insultare per essere la Verità.

Gli Apostoli non hanno avuto bisogno di trasformare ogni interlocutore in un nemico.

Paolo stesso, quando si trova davanti agli ateniesi, non comincia dicendo loro che sono degli imbecilli idolatri. Parte persino da ciò che trova nel loro mondo religioso e da lì annuncia il Dio che essi non conoscono pienamente.

La verità non viene relativizzata.

Ma viene annunciata senza perdere la carità e senza perdere la misura.

È una differenza decisiva.

Non tutto ciò che è duro è forte

Talvolta nel cattolicesimo contemporaneo sembra esserci una strana equazione:

più un linguaggio è duro, più è tradizionale;
più è offensivo, più è coraggioso;
più divide, più è fedele alla verità.

Non è così.

La durezza può essere necessaria quando occorre denunciare un errore grave.

Ma la durezza non coincide con l’aggressività.

La chiarezza non coincide con il disprezzo.

La fedeltà alla Tradizione non coincide con il linguaggio sprezzante.

E soprattutto l’intransigenza dottrinale non autorizza l’imprecisione teologica.

Una domanda anche per chi difende la Tradizione

Questo dovrebbe far riflettere soprattutto quanti, come me, hanno a cuore la Tradizione della Chiesa.

Perché il rischio è quello di combattere giustamente alcuni eccessi del postconcilio e, nello stesso tempo, finire per costruire un’altra caricatura: quella secondo cui tutto ciò che è venuto dopo il Concilio sarebbe tradimento, dialogo sarebbe apostasia, libertà religiosa sarebbe relativismo, incontro con l’altro sarebbe negazione di Cristo.

Ma questa non è la Tradizione cattolica.

È una sua particolare interpretazione.

E una cosa è dire che alcune applicazioni del Concilio possono essere state discutibili o persino gravemente sbagliate.

Un’altra è respingere tout court ciò che il Magistero della Chiesa ha insegnato dopo il Concilio.

La Tradizione non è un arsenale dal quale prendere le armi per combattere la Chiesa.

La Tradizione è ciò che la Chiesa riceve, custodisce, interpreta e trasmette.

Il vero zelo

Credo che oggi serva un cattolicesimo più esigente, non meno.

Ma proprio per questo servirebbe un cattolicesimo più preciso.

Un cattolicesimo capace di dire che Cristo è l’unico Salvatore senza insultare chi non crede in Cristo.

Capace di difendere la Chiesa senza trasformare ogni interlocutore in un nemico.

Capace di criticare Assisi senza falsificare Assisi.

Capace di discutere il Vaticano II senza trasformare il Concilio in un dogma intoccabile, ma anche senza trasformarlo nel capro espiatorio di ogni male ecclesiale.

Capace di amare la Tradizione senza trasformarla in un tribunale permanente contro il Magistero.

E soprattutto capace di comprendere che la verità cristiana non ha bisogno di essere resa più vera attraverso parole più violente.

Cristo rimane l’unico Mediatore anche se noi parliamo con rispetto dei musulmani.

Rimane l’unico Salvatore anche se riconosciamo ciò che di vero e santo può trovarsi nelle altre religioni.

Rimane il Figlio di Dio anche se incontriamo un ebreo, un buddhista, un induista, un protestante o un ortodosso senza insultarlo.

La fede cattolica non diventa più debole quando diventa più precisa.

Diventa semplicemente più cattolica.

E forse, alla fine, la questione non è soltanto che cosa professiamo, ma come lo professiamo.

Perché anche le parole con cui difendiamo la verità dovrebbero lasciare intravedere la verità che professiamo.

E una verità che si proclama cristiana dovrebbe ricordarsi sempre di essere la verità di Cristo: piena di grazia e di verità (Gv 1,14).

 


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