Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA.

 

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Puntata n. 32 – La vocazione (II)

Vocazione e libertà dell’uomo: la vocazione come compito

Il primo significato che riconosciamo alla parola vocazione è quello più ampio: in esso sono comprese tutte le relazioni dell’uomo con Dio:

– sia quelle che non comportano una libera risposta da parte dell’uomo;

– sia quelle che comportano una risposta che chiama in causa la libertà.

Tutto ciò che riguarda la dimensione della vocazione all’esistenza (creaturalità), collocata in una condizione storica concreta, come l’essere chiamati ad esistere come uomo o come donna, in un’epoca storica piuttosto che un’altra, appartenendo ad una razza e a una cultura anziché ad un’altra, non chiama in causa la libertà, ma fa parte di una vocazione che Dio dà oggettivamente senza interpellare, una vocazione che non possiamo scegliere.

È in questo senso ampio che anche una morte prematura e imprevedibile è una “vocazione”.

Ma fra tutte le possibili relazioni che Dio stabilisce con me, ve ne sono alcune che chiamano in causa la mia libertà e in particolare la mia libera adesione a ciò che Dio mi chiama a vivere seguendo Cristo nella Chiesa. Ma non è la mia libertà a creare la vocazione ad arbitrio, quanto piuttosto a scegliere di aderire alla vocazione che Dio ha preparato per me.

In un senso pienamente umano, dal momento che l’uomo è un essere intelligente e libero, la parola vocazione spetta a questa seconda categoria di relazioni. In questo secondo caso la vocazione è sempre collegata con un “compito”: Dio chiama l’uomo ad impegnare la sua libertà secondo un “fine”, cioè per uno scopo da conseguire, una costruzione da realizzare, un compito per la vita.

Di conseguenza l’uomo si sentirà “utile”, percepirà la sua esistenza come non vana, come un bene, solo se si dedicherà interamente al compito che Dio gli ha affidato. I restanti tre significati della parola vocazione si riferiscono a queste relazioni dell’uomo con Dio che chiamano in causa la libertà dell’uomo, affidandogli un compito.

  1. b) secondo significato: la vocazione a “seguire Cristo”

L’incontro con Cristo, nella Chiesa, attraverso un carisma, costituisce la vocazione, la “chiamata a seguirlo” come fecero gli Apostoli e i discepoli. Ripercorriamo rapidamente il tracciato delle vocazioni incominciando dai Vangeli.

«Mentre camminava lungo il mare di Galilea [Gesù] vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono» (Mt 4,18-22).

«Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì» (Mt 8,9).

«Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da Lui» (Mc 3,13).

«Il giorno dopo Gesù aveva deciso di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi”» (Gv 1,43).

La “vocazione a seguire Cristo” ha poi raggiunto quanti si sono aggregati alla primitiva comunità apostolica e, nel corso dei secoli, quanti hanno seguito una compagnia destata da un carisma.

«Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sostene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono chiamati ad essere santi» (1Cor 1,1-2).

Questa vocazione a seguire Cristo chiama in causa la “libertà”: essa può essere seguita, come il Vangelo stesso ci mostra negli esempi precedenti, o non seguita come nel caso del giovane ricco.

«Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Udito questo il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze» (Mt 19,21-22).

È estremamente importante sottolineare che la vocazione, anche quando chiama in causa la libertà, non nasce da una mia iniziativa.

E anche il “modo” della sequela è dato

Non sono io che invento neppure il “modo” (“metodo”) con cui seguire Cristo, ma è Lui che mi chiama secondo una modalità che mi propone. La libertà non è coinvolta per “inventare”, ma per “aderire”.

Questo a volte può giungere addirittura a scontrarsi con la mia aspettativa, con il mio progetto. Avevo progettato di seguire il Signore per la strada che a me sembrava la migliore e invece tutte le porte sono state sbarrate. Ed è Gesù stesso a darcene un esempio nel Vangelo, dopo la guarigione dell’indemoniato geraseno:

«Mentre [Gesù] risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con Lui. Non glielo permise, ma gli disse: “Va nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”. Ed egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati» (Mc 5,18-20).

Gesù lo chiama ad un modo di seguirlo diverso da quello che lui si sarebbe immaginato, e lui risponde accogliendo questo nuovo modo. C’è anche un altro episodio molto forte e significativo del Vangelo, che mostra come non siamo noi a decidere il metodo con cui seguire il Signore.

«E un altro dei discepoli gli disse: “Signore permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti” (Mt 8,2122).

Non è un atteggiamento eccessivo di Gesù: è la necessità di seguire rispettando un “metodo” che non è nostro. Se non è così non è seguire ma pretendere.

Per capirlo basta pensare alla nostra vita: abbiamo capito ben poco di Cristo e della Chiesa fino a che non abbiamo seguito un carisma, lasciandoci indicare anche il “modo” della sequela, senza porre tante condizioni. Non siamo chiamati a fare la scelta che a nostro parere è la migliore – magari poi secondo un criterio di bene che è quello di moda e non è nemmeno cristiano – ma siamo chiamati a fare la volontà di Dio, perché in quella è il bene, seguendo i canali oggettivi attraverso i quali Cristo ce la comunica. Non a tutti è data, in un modo del tutto esplicito, la chiarezza di avere compiuto un passo decisivo nella fede come a coloro che sono stati attratti e guidati da un carisma, sono entrati a far parte di una comunità ben strutturata, dotata di una “regola”. Ma è pur vero che se uno è nella Chiesa lo deve a qualcuno che lo ha istruito: i genitori, un amico, un sacerdote, qualcuno la cui umanità e la cui fede lo hanno convinto.

Seguire Cristo attraverso un carisma

Per inciso, va detto che questa questione del fatto che non siamo noi a stabilire il modo in cui seguire Cristo, chiama in causa anche la questione del “carisma”; nella Chiesa ci sono tanti modi per  vivere il cristianesimo, tante comunità destate da carismi diversi: così che uno possa dire di averne incontrato una e di avere aderito a questa che lo ha accolto, convinto e aiutato. Questa ha un metodo e la vocazione a seguire Cristo, allora, è definita attraverso questo metodo, da questo modo di concepire il cristianesimo e la Chiesa. Se voglio maturare devo seguire questo metodo e non svolazzare a mio arbitrio da una parte all’altra. E questa “obbedienza” al quel metodo rimane come patrimonio della mia vita cristiana anche se, a causa delle contingenze storiche, quella comunità dovesse venire meno con il tempo, o alterarsi non rimanendo più fedele a se stessa.

 

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