Oggi in tutta Europa assistiamo a un aumento delle tensioni sociali legate alle ondate migratorie avvenute nel corso degli anni. Sono tensioni a cui bisogna guardare con grande attenzione, nel rispetto delle preoccupazioni dei cittadini. Gran parte dei migranti proviene da terre dove l’islam è la religione predominante e di Stato. Ciò potrebbe portare a contrasti di natura religiosa, rischiando di acuire tali tensioni. Proprio per evitare questo, oggi più che mai serve una proposta concreta di incontro tra cristiani e islamici, tesa a superare le diffidenze e a far maturare un mutuo rispetto nella comprensione reciproca. È un dovere cristiano, prima ancora che civico. Preziosa in questo senso è l’omelia che il vescovo Giovanni D’Ercole ha tenuto al Secondo Convegno delle realtà della Divina Misericordia. In essa, Mons. D’Ercole, oltre che trasmetterci uno sguardo cristiano sulla realtà, porta tutta la sua testimonianza ed esperienza di incontro con fedeli islamici, dal momento che da alcuni anni vive il suo ministero in Marocco. Ringrazio mons. D’Ercole per averci inviato questa intensa riflessione.

 

Pauwel Casteels · battaglia fra Re Giovanni Sobieski III e i Turchi - tela del 1677 (fonte Wikipedia)
Pauwel Casteels · battaglia fra Re Giovanni Sobieski III e i Turchi – tela del 1677 (fonte Wikipedia)

 

Omelia Secondo Convegno delle realtà della Divina Misericordia 

12 Settembre 2026 

 

di Mons. Giovanni D’Ercole

 

1. Cari fratelli e sorelle, il secondo convegno delle realtà della Divina Misericordia in Italia chiude la sua prima giornata con questa celebrazione eucaristica che avrebbe dovuto presiedere il cardinale Angelo Comastri. Lo ricordiamo con affetto e lo affidiamo, insieme a tutti noi, alla protezione della Vergine Maria di cui oggi celebriamo il Santissimo suo Nome. L’origine di questa memoria mariana è legata al 12 settembre del 1683 quando a Vienna le esigue forze cristiane guidate da Giovanni III Sobieski, re di Polonia, sconfissero l’esercito ottomano che assediava la città. La vittoria fu attribuita all’intercessione della Vergine Maria e il papa beato Innocenzo XI estese all’intero mondo cattolico la festa del Nome di Maria che già nel 1513 esisteva nella diocesi di Cuenca, in Spagna. Il significato spirituale di questa festa, connessa con la memoria della Natività di Maria dell’8 settembre, è ringraziare Maria per la sua protezione e affidarsi alla sua materna protezionein ogni momento della vita. Questa memoria invita in modo speciale noi, cristiani d’Europa, a pregare e a riflettere perché ora come allora, il nostro Continente si trova ad affrontare il rischio carico di incognite di uno scontro con l’Islam e, come in quegli anni, anche in questo nostro tempo siamo segnati da una profonda crisi che investe tutti gli ambiti della società e uno smarrimento della fede cristiana insieme a tante divisioni che creano incomprensioni e violenza.

2. Che cosa accadde a Vienna nel 1683? La realtà politica dell’epoca era ben complessa. L’Europa era profondamente divisa e la vittoria fu resa possibile da una coalizione che il Papa faticosamente riuscì a costruire, per cui è poco corretto ridurre la vittoria di Vienna 1683 nella semplice narrazione di una “salvezza dell’Occidente dall’Islam”. Quel conflitto aveva potentissime motivazioni geopolitiche fra Asburgo, Ottomani, Francia e altri Stati europei.  E il beato Marco d’Aviano, anziché essere ricordato come predicatore della guerra contro gli Ottomani, può essere ammirato per ciò che fece, prima e dopo la battaglia, lavorando con ogni sforzo per ricomporre divisioni fra cristiani che sembravano inconciliabili. Il suo ruolo poi non fu semplicemente di “benedire un esercito”, ma ricomporre le fratture e gli scontri fra cristiani che avrebbero reso possibile la sconfitta dell’Europa nello scontro con gli Ottomani. Se a Vienna questo non avvenne è perché successe qualcosa di insperato. Il Beato Marco d’Aviano promosse ovunque una campagna di capillare recita del santo Rosario specialmente attraverso gruppi e confraternite che rassomigliano molto alle realtà ecclesiali che voi qui rappresentate, all’alba del 12 settembre celebrò la Messa, impartì la benedizione alle truppe e, raccontano le cronache, rimase in preghiera con il crocifisso in mano durante la battaglia. Le forze alleate, soprattutto quelle polacche guidate da Sobieski, scesero dal Kahlenberg e nel pomeriggio una grande carica della cavalleria polacca contribuì decisivamente al crollo dell’esercito ottomano. Vienna era salva.

3. Fermiamoci a riflettere sul beato Marco d’Aviano che non fu soltanto l’uomo della vittoria di Vienna, ma che si impegnò strenuamente per la pace in Europa, cercando di ricomporre il conflitto tra Francia e il Sacro Romano Impero per favorire l’unità fra le potenze cristiane. L’azione coraggiosa di fra Marco D’Aviano, che invitò ovunque alla conversione e all’unità per respingere il nemico, ci aiuta in questo momento storico a considerare la festa del 12 settembre in una luce nuova. Questa memoria di Maria da una parte ci ricorda il confronto necessario anche se non facile con i musulmani e più in generale con gli immigrati, mentre al tempo stesso provoca la nostra coscienza chiedendoci se è reale la nostra testimonianza evangelica. Inoltre, come il papa dell’epoca il beato Innocenzo XI fece fatica a compattare i sovrani e popoli divisi e in guerra tra loro, ugualmente in questo nostro tempo papa Leone XIV invita e lavora strenuamente per la pace e la sua voce non sempre è accolta dalla pubblica opinione E le realtà ecclesiali come le vostre lo ascoltano, lo sostengono e ne rilanciano il messaggio con piena fedeltà? Allora bastò il coraggio di un frate, Marco d’Aviano (1631–1699) cappuccino friulano, noto predicatore, che unico nel seguire l’invito di Innocenzo XI e noncurante delle critiche, scosse i cristiani d’Europa e, facendo superare le loro rivalità, li convinse a combattere insieme. E oggi, in un Europa dove l’Islam non è alle porte di Vienna, ma ormai da qualche decennio sempre più dentro le nostre città, non tocca a noi svegliarci dal letargo spirituale per capire come affrontare questa sfida sempre più urgente? Occorrerà un nuovo coraggioso Marco D’Aviano per scuotere le coscienze addormentate di tante persone e stimolare tutti ad aprire gli occhi davanti alla realtà? Viviamo in un tempo nel quale può essere facile guardare con diffidenza a chi ha origini, culture o fedi diverse dalle nostre. Anche le persone di fede musulmana possono essere percepite come una minaccia. Ma il cristiano non può lasciarsi guidare dalla paura, dal pregiudizio o dalla contrapposizione. La realtà che abbiamo davanti è quella di un’Europa che invecchia, di famiglie sempre più piccole e di una natalità che, in molti Paesi, Italia compresa, non è sufficiente a garantire il ricambio generazionale. In questo contesto, i flussi migratori, compresi quelli provenienti da Paesi a maggioranza musulmana, contribuiscono a trasformare il volto delle nostre città e delle nostre comunità, portando con sé storie, esperienze, tradizioni e sensibilità diverse. Non sappiamo quale sarà il volto dell’Europa di domani, e non è corretto ridurre questa trasformazione all’idea di una sua inevitabile islamizzazione. Sappiamo però che la società sta cambiando e che siamo chiamati ad affrontare questo cambiamento con sapienza, responsabilità e spirito di accoglienza, senza rinunciare al dialogo e al rispetto reciproco. Perché ogni persona, prima ancora di essere cittadina o cittadino, migrante o residente, cristiana, musulmana o appartenente a un’altra tradizione, possiede una dignità inviolabile. Per il cristiano, questa dignità è un dono di Dio e non può essere cancellata dalla paura, dalle differenze culturali o dai pregiudizi. A questo punto nasce una provocazione profetica: perché considerare gli immigrati di fede musulmana come persone poco gradite e non invece come credenti da meglio conoscere? C’è poi un dettaglio che non deve sfuggire alla nostra considerazione: i fedeli dell’Islam nutrono un devoto rispetto per Maria che nel Corano è chiamata Myriam. Ed è qui che lo Spirito Santo parla alle nostre comunità, e, in special modo, alle vostre realtà ecclesiali ispirate alla Divina Misericordia invitando a riflettere sulla possibilità di un profetico progetto spirituale: “Dal Nome di Maria come memoria di una vittoria, al Nome di Maria come invito alla pace e al dialogo.”

4. A quest’impegno spirituale ci stimolano anche i testi biblici dell’odierna liturgia. Il Vangelo di Luca (1,39-47) narra la Visitazione: Maria entra nella casa di Elisabetta e, il saluto della cugina provoca il Magnificat. «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». Maria non canta una vittoria militare; canta la vittoria di Dio nella storia: Dio guarda gli umili, innalza gli ultimi, soccorre il suo popolo. E qui nasce un possibile collegamento tra quanto avvenne allora e la missione che ci attende oggi. Il Magnificat impedisce di ridurre Maria a una “protettrice militare” perché la sua vittoria è quella descritta da Luca: Dio rovescia la logica della potenza e della violenza e innalza gli umili. Per questo, senza paura possiamo impegnarci tutti, anche nei vostri gruppi  e associazioni,  a vivere un cambiamento di sguardo sulla realtà e sul mondo passando dalla preghiera del 1683 a Vienna : «Maria, aiutaci a vincere il nemico» alla preghiera davanti alle grandi sfide di questo momento: «Maria, aiutaci a trasformare il nemico in fratello». C’è poi un particolare ancora più sorprendente. Nel Magnificat Maria dice: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia». La parola decisiva è misericordia, parola che voi ben conoscete. Se la pace passa attraverso la conoscenza dell’altro e il coraggio del dialogo, non è fuori luogo sapere che è possibile un collegamento con il mondo musulmano proprio perché Maryam molto presente nel Corano è scelta e purificata da Dio: «Dio ti ha scelta e ti ha purificata, ti ha scelta sopra le donne dei mondi». (Qur’an 3,42). Maria può essere il ponte fra queste due grandi tradizioni religiose il Cristianesimo e l’Islam partendo proprio dal dato di fatto che cristiani e musulmani riconoscono in lei la donna scelta da Dio, pur comprendendola teologicamente in modi diversi. Ed allora il messaggio diventa: «Il Nome di Maria, che un tempo fu invocato nella paura della guerra, oggi sia invocato perché nessun popolo debba più avere paura dell’altro.» Il Magnificat appare a questo punto un manifesto perfetto per un programma di dialogo e di pace, perché Maria non proclama la gloria di un popolo contro un altro: proclama la misericordia di Dio.

5. Inoltre il Vangelo della Visitazione non presenta Maria chiusa in sè stessa, ma colei che corre verso gli altri, entra nella casa di Elisabetta e due donne si incontrano, riconoscono reciprocamente la presenza di Dio: da quell’incontro nasce il canto del Magnificat. Ecco il sogno profetico dell’incontro di due popoli diversi, di due religioni diverse che si abbracciano per celebrare insieme Maria. Non una celebrazione che mescola le due religioni perché sarebbe una grave stortura da evitare assolutamente. Ma la fraternità di un incontro che guarda a Maria con fiducia perché entrambe le religioni la riconoscono come santa, lasciando a ciascuno d’invocarla secondo la propria tradizione spirituale. Maria, inserita nel cuore stesso del mistero cristiano dell’Incarnazione, come scrive Paolo nella prima lettura tratta dalla lettera Galati (4,4-7), mostra un punto di contatto molto interessante con l’Islam: anche il Corano presenta Gesù (ʿĪsā) come figlio di Maryam, e dedica alla madre una parte straordinariamente importante della rivelazione coranica. Quindi Galati 4 e la Sura Maryam del Corano possono essere messi in dialogo senza confonderli: Paolo: il Figlio di Dio è «nato da donna»; Corano: Gesù è «ʿĪsā ibn Maryam», Gesù figlio di Maria. Certamente permangono le differenze teologiche fondamentali e sostanziali da non dimenticare: per noi cattolici, il testo proclama l’Incarnazione del Figlio di Dio, mentre il musulmano non può sottoscrivere l’interpretazione cristiana, perché l’Islam non riconosce Gesù come Figlio di Dio. Ecco perché si esige tanta cura nel saper promuovere incontri di dialogo spirituale ben dichiarando la diversità della fede e partendo da ciò che realmente può essere ascoltato insieme: la figura di Maria/Maryam. 

6. Nel 1683 il Nome di Maria fu invocato per la liberazione di una città, oggi il Nome di Maria può essere invocato per la liberazione dalla paura reciproca tra popoli e religioni. Nel1683 la vittoria cristiana e la disfatta dell’esercito ottomano impedirono l’occupazione dell’Europa. Oggi, senza cancellare la storia, il Nome di Maria, invece di commemorare una vittoria contro qualcuno, può diventare occasione per incontrarsi con persone diverse da noi che ormai convivono stabilmente con noi. Nel Nome di Maria, ciò che un tempo separava oggi ci invita a incontrarci. E non c’è nulla da inventare perché esistono in merito esperienze già consolidate  come ad esempio in Libano dove l’Annunciazione è stata trasformata in una significativa occasione nazionale di incontro cristiano-musulmano, proprio perché Maryam/Maria è percepita come una figura capace di riunire le due comunità. Il cammino possibile anche per noi è solo una reale conversione alla pace, che per noi cristiani è anzitutto vera conversione a Cristo. E se Cristo abita i nostri cuori, se salda è la nostra fiducia in Lui, possiamo dialogare con tutti. Un sano discernimento c’indicherà come camminare con coraggio e prudenza, ma dobbiamo “osare la speranza”: la speranza che un giorno i musulmani possano conoscere il vero volto di Cristo e incontrare in Lui la pienezza della Verità, della Giustizia e della Misericordia che ogni cuore umano, spesso anche senza saperlo, desidera. Perché in Cristo la Misericordia non è soltanto un attributo, ma ha un volto e la Giustizia non è soltanto una legge, ma trova in Cristo il suo compimento. E preghiamo perché questo avvenga tramite Maria, vera “figura di dialogo” tra fedeli cristiani e fedeli musulmani. Al suo Cuore immacolato affidiamo la nostra speranza, mentre con umile fiducia continuiamo a camminare, seguendo il suo esempio e facendo nostro il compito che Lei ha affidato ai servi nelle Nozze di Cana: tutto quello che Gesù vi dice, fatelo! Amen.

 

Mons. Giovanni D’Ercole è vescovo emerito di Ascoli Piceno.

 

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