
Caro don Vončina,
ho letto con attenzione la tua lunga risposta alla mia critica all’intervento di don Gabriele D’Avino. Ti ringrazio anzitutto per aver preso sul serio le questioni che avevo sollevato. Proprio perché il tuo intervento non si limita a difendere alcune espressioni di don D’Avino, ma propone una precisa lettura teologica della religione, del culto, della libertà religiosa e del rapporto tra Vaticano II e Tradizione, credo sia necessario rispondere con altrettanta precisione.
Il punto, infatti, non è stabilire se Cristo sia l’unico Salvatore, se esista una sola vera religione o se l’errore debba essere chiamato errore. Su questo non c’è alcuna difficoltà per un cattolico. Il problema nasce quando, da queste verità, si fanno derivare conclusioni che esse, da sole, non autorizzano.
Ed è precisamente questo che, a mio avviso, accade nella tua argomentazione.
- Cristo è l’unico Salvatore: vero. Ma non tutto ciò che segue è automaticamente vero
Tu parti da una verità fondamentale della fede cristiana: Gesù Cristo è l’unico Salvatore, l’unico Redentore e l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini. È una verità che la Chiesa non può relativizzare.
Ma proprio qui occorre evitare un passaggio logico indebito.
Dal fatto che Cristo sia l’unico Salvatore non segue che ogni realtà religiosa non cristiana possa essere descritta indistintamente come culto demoniaco. E dal fatto che nella Chiesa cattolica sussista la pienezza della Rivelazione affidata da Cristo alla sua Chiesa non segue che tutto ciò che appartiene alle altre religioni sia semplicemente e indistintamente falso.
Il Vaticano II, nella Nostra aetate, non ha affermato affatto l’equivalenza delle religioni. Al contrario, continua ad annunciare Cristo come «via, verità e vita» e afferma che in lui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa. Ma nello stesso tempo insegna che la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni. E, parlando dell’islam, afferma esplicitamente che i musulmani «adorano l’unico Dio, vivente e sussistente» e che rendono culto a Dio, soprattutto mediante la preghiera, le elemosine e il digiuno.
Questo non significa affermare che l’islam sia vero quanto il cristianesimo. Significa rispettare le distinzioni che il Magistero stesso compie.
Ed è proprio questo il punto della mia critica.
Io non ho mai sostenuto che tutte le religioni siano ugualmente vere. Ho sostenuto che la verità cattolica non autorizza a cancellare le distinzioni reali che esistono tra errore, verità parziale, elementi di verità, culto, intenzione soggettiva e responsabilità personale.
- Errore oggettivo e responsabilità soggettiva: la distinzione è giusta, ma non risolve la questione
Tu insisti, giustamente, sulla distinzione tra l’errore oggettivo e la responsabilità soggettiva di chi si trova nell’errore.
Sono d’accordo.
Una persona può essere soggettivamente incolpevole di un errore che oggettivamente rimane errore. La buona fede non trasforma l’errore in verità e l’ignoranza invincibile non modifica l’oggetto della realtà.
Ma proprio questa distinzione avrebbe dovuto condurti a una maggiore cautela nell’analisi delle parole di don D’Avino.
Perché il problema che ponevo io non era semplicemente: «Don D’Avino sta accusando personalmente ogni musulmano o ogni ebreo di essere colpevole davanti a Dio?».
Il problema era più radicale: è teologicamente corretto qualificare indiscriminatamente «qualsiasi altro modo di pregare» come «culto falso» e addirittura come «culto dato al demonio»?
Sono due affermazioni che devono essere analizzate separatamente.
Dire che una religione non possiede la pienezza della verità rivelata non equivale automaticamente a dimostrare che ogni suo atto religioso sia un atto di culto demoniaco.
E qui veniamo al testo biblico che tu stesso citi.
- 1 Corinzi 10,20 non può essere trasformato in una formula universale
Tu richiami 1 Corinzi 10,20:
«Ciò che i pagani sacrificano, lo sacrificano ai demòni e non a Dio».
Il testo paolino è certamente forte e non deve essere annacquato. Ma proprio perché prendiamo sul serio la Scrittura, dobbiamo anche rispettarne il contesto.
Paolo sta parlando dei sacrifici pagani e della partecipazione dei cristiani ai banchetti cultuali pagani. La sua affermazione riguarda precisamente il culto idolatrico nel contesto della polemica contro la partecipazione dei cristiani alla mensa dei sacrifici. Non è una formula che autorizzi automaticamente a identificare ogni forma di religiosità non cristiana, in ogni sua manifestazione, con un culto satanico.
Questo non significa indebolire san Paolo. Significa semplicemente non utilizzare un testo in modo più esteso di quanto il testo stesso consenta.
Da biblista affermo che è una questione di esegesi, prima ancora che di sensibilità pastorale.
Se io dicessi che Paolo insegna che i sacrifici pagani sono sacrifici ai demoni, direi una cosa vera.
Se invece trasformassi quella proposizione in:
«Qualsiasi altro modo di pregare è un culto dato al demonio»,
avrei compiuto un passaggio ulteriore che deve essere dimostrato.
Ed è proprio quel passaggio che tu non dimostri.
- «Culto falso» e «culto demoniaco» non sono sinonimi
Qui la questione diventa ancora più delicata.
Tu affermi che don D’Avino può parlare della natura oggettiva del culto senza attribuire a ogni singola persona una volontà esplicita di adorare Satana.
È vero.
Ma questo non risolve il problema: un conto è qualificare un culto come non conforme alla pienezza della vera religione; un altro è qualificarlo positivamente come culto demoniaco.
Non sono necessariamente sinonimi.
La teologia cattolica può e deve distinguere tra:
l’oggetto dell’atto religioso;
la verità o falsità del contenuto professato;
l’intenzione soggettiva della persona;
il grado di conoscenza;
la responsabilità morale;
gli elementi di verità e di bene eventualmente presenti in una tradizione religiosa.
Queste distinzioni non sono concessioni al relativismo. Sono precisamente ciò che impedisce alla teologia di diventare una caricatura.
La Nostra aetate è significativa proprio perché non assume la posizione semplicistica secondo cui tutto ciò che non è cristiano è semplicemente privo di qualsiasi valore religioso. La Chiesa riconosce nelle altre religioni quanto vi è di «vero e santo», pur mantenendo integralmente l’unicità e la pienezza di Cristo.
Dunque il problema della mia critica non era la difesa dell’errore. Era la richiesta di precisione teologica.
- La libertà religiosa: qui la tua argomentazione diventa più complessa
Arriviamo al punto centrale del tuo intervento.
Tu distingui correttamente tra l’impossibilità di costringere qualcuno a credere e il problema della libertà religiosa come principio giuridico.
E richiami giustamente Leone XIII.
Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che Immortale Dei non considera tutte le religioni equivalenti e che Leone XIII distingue la vera religione dalle altre forme cultuali. Allo stesso tempo, ammette che in determinate circostanze possano essere tollerati culti diversi per evitare mali maggiori o conseguire beni maggiori.
Questa distinzione storica è reale.
Tolleranza e diritto non sono concetti identici.
Ma qui avviene, nel tuo ragionamento, un salto che non può essere dato per acquisito.
Tu mostri che «tolleranza» non significa necessariamente «diritto». Ma da questo non hai ancora dimostrato che il diritto alla libertà religiosa insegnato da Dignitatis humanae sia incompatibile con la dottrina precedente.
Per dimostrarlo occorrerebbe molto di più.
Occorrerebbe mostrare precisamente che ciò che Dignitatis humanae chiama «diritto alla libertà religiosa» è necessariamente equivalente a ciò che il precedente Magistero condannava come indifferentismo religioso.
Ma questo passaggio non lo dimostri.
- Che cosa insegna realmente Dignitatis humanae?
Qui è necessario leggere il documento senza attribuirgli ciò che non dice.
Dignitatis humanae afferma anzitutto che la libertà religiosa consiste nell’immunità dalla coercizione in materia religiosa e che essa riguarda tanto l’esercizio individuale quanto quello pubblico e comunitario, entro i debiti limiti.
Ma c’è un passaggio che rende particolarmente difficile descrivere il documento come una semplice introduzione dell’indifferentismo religioso.
Il Concilio afferma esplicitamente che:
«questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica».
E aggiunge che tutti gli uomini sono tenuti a cercare la verità, specialmente quella concernente Dio e la sua Chiesa, e ad aderirvi una volta conosciuta.
Ancora più importante: il documento precisa che la libertà religiosa «lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo».
Dunque non è corretto presentare Dignitatis humanae come se dicesse:
«tutte le religioni sono vere e tutte hanno diritto perché sono vere».
Non lo dice.
E non dice neppure:
«l’uomo ha un diritto morale all’errore».
Dice qualcosa di diverso: l’uomo possiede un diritto civile all’immunità dalla coercizione in materia religiosa, fondato sulla dignità della persona.
La distinzione è essenziale.
- Il Catechismo cattolico rende ancora più difficile la tua interpretazione
Qui, francamente, la questione diventa ancora più chiara.
Il Catechismo della Chiesa cattolica, recependo la dottrina sulla libertà religiosa, precisa al n. 2108 che tale diritto «non è né la licenza morale di aderire all’errore, né un implicito diritto all’errore», ma è un diritto civile alla libertà, cioè all’immunità dalla coercizione esteriore in materia religiosa, entro giusti limiti.
E il n. 2109 aggiunge che tale diritto non è illimitato e che i suoi limiti devono essere determinati secondo il bene comune e norme giuridiche conformi all’ordine morale oggettivo.
Questo è decisivo.
Perché allora la questione non può essere posta nei termini:
«O tutte le religioni hanno un diritto perché sono vere, oppure non esiste libertà religiosa».
Esiste una terza possibilità, ed è precisamente quella insegnata dal Magistero postconciliare:
la verità religiosa rimane oggettiva; il dovere di cercarla rimane; l’errore rimane errore; ma la persona non può essere sottoposta a coercizione esterna in materia religiosa per il solo fatto della sua appartenenza religiosa.
Questo non è indifferentismo.
È una concezione della libertà fondata sulla dignità della persona e sulla natura libera dell’atto di fede.
- L’esempio del satanismo non confuta Dignitatis humanae
Tu proponi il caso del satanismo.
È una provocazione interessante, ma non costituisce la confutazione che pretendi.
Tu chiedi: se la libertà religiosa è un diritto, perché non dovrebbe essere protetto anche il satanismo?
La risposta va cercata anzitutto nei limiti che lo stesso documento conciliare pone all’esercizio della libertà religiosa.
Dignitatis humanae parla espressamente di «debiti limiti» e di «ordine pubblico informato a giustizia». Inoltre, il Catechismo afferma che i limiti devono essere determinati secondo il bene comune e l’ordine morale oggettivo.
Dunque l’esempio del satanismo non dimostra che la libertà religiosa equivalga all’indifferentismo.
Dimostra, semmai, che occorre discutere quali siano concretamente i limiti giuridici dell’esercizio della libertà religiosa.
È una questione seria, ma diversa.
Non puoi utilizzare una questione prudenziale sui limiti di un diritto per dimostrare che il principio del diritto è in sé liberalismo religioso.
- Il problema della Fraternità San Pio X non si risolve contrapponendo due «libertà»
Anche qui la tua distinzione contiene un elemento vero.
La libertà della Chiesa non dipende dal fatto che tutte le religioni siano vere. La Chiesa ha ricevuto da Cristo una missione divina e, perciò, non può essere privata della libertà necessaria per compiere la propria missione.
Ma questo non crea una contraddizione con il riconoscimento della libertà religiosa degli altri.
Le due proposizioni non sono:
«la Chiesa ha libertà perché tutte le religioni hanno gli stessi diritti»
contro
«la Chiesa ha libertà perché è la vera religione».
Il problema giuridico contemporaneo è più preciso: quale spazio deve essere riconosciuto alla libertà religiosa di tutte le persone e comunità senza per questo affermare che tutte le religioni siano vere o equivalenti?
Dignitatis humanae risponde proprio a questa domanda.
E lo fa riconoscendo il diritto delle comunità religiose all’esercizio pubblico della religione, sempre entro i limiti dell’ordine pubblico giusto.
Pertanto, il fatto che la Chiesa possieda una missione divina non costituisce una confutazione della libertà religiosa degli altri.
- Leone XIII e Vaticano II: la differenza deve essere dimostrata, non semplicemente affermata
Questo è, a mio avviso, il punto metodologico decisivo.
Non ho mai sostenuto che Immortale Dei e Dignitatis humanae utilizzino esattamente lo stesso linguaggio.
Non lo fanno.
Leone XIII ragiona in un contesto storico, politico e giuridico differente e insiste sulla necessità di non equiparare la vera religione alle false religioni e di non concepire la libertà come una facoltà indiscriminata.
Dignitatis humanae affronta invece il problema della coercizione religiosa e del rapporto tra persona, autorità civile e comunità religiosa, formulando la libertà religiosa come diritto civile.
La questione della continuità è dunque seria.
Ma proprio per questo non può essere risolta né con uno slogan progressista né con uno slogan tradizionalista.
Dire «è tutto perfettamente uguale» sarebbe semplicistico.
Dire «è necessariamente una rottura» lo sarebbe altrettanto.
Occorre dimostrare dove si trovi la continuità, dove eventualmente emerga una tensione e quale sia la corretta interpretazione teologica del rapporto tra le due formulazioni.
Questo è un problema reale di ermeneutica del Magistero.
Ma tu, nel tuo articolo, non lo risolvi: lo dai per risolto nella direzione della rottura.
E questo è precisamente ciò che contesto.
- Chiamare Dignitatis humanae «liberalismo» non basta
Tu utilizzi il concetto di liberalismo religioso come chiave interpretativa.
Ma anche qui occorre distinguere.
Il liberalismo religioso e l’indifferentismo sono una cosa; il principio della libertà religiosa come immunità dalla coercizione è un’altra.
Per poter identificare i due concetti, occorrerebbe dimostrare che Dignitatis humanae nega la verità oggettiva della religione cattolica, nega il dovere dell’uomo di cercare la verità, considera tutte le religioni ugualmente vere o nega il dovere della società verso la vera religione.
Ma il documento dice esplicitamente il contrario.
Perciò la qualificazione di Dignitatis humanae come «liberalismo religioso» non è una dimostrazione. È una tesi interpretativa, che dovrebbe essere argomentata.
E questa differenza metodologica è tutt’altro che secondaria.
- E veniamo ad Assisi
Anche sul tema di Assisi credo sia necessario evitare un salto dal fatto all’interpretazione.
È legittimo interrogarsi sul significato teologico di un incontro interreligioso, sui suoi rischi di ambiguità, sulla possibilità che alcuni gesti vengano interpretati come equiparazione delle religioni.
È perfettamente legittimo.
Ma una cosa è criticare un evento per le sue ambiguità o per il modo in cui può essere recepito; altra cosa è affermare che esso costituisca necessariamente la dimostrazione di un principio eretico o indifferentista.
Anche qui occorre distinguere ciò che un documento dice, ciò che un gesto significa nel suo contesto e ciò che noi riteniamo che quel gesto possa produrre nella coscienza dei fedeli.
La precisione non è relativismo.
È metodo teologico.
- Non tutto ciò che è postconciliare è automaticamente Tradizione; ma neppure tutto ciò che è precedente è automaticamente la misura conclusiva di ogni questione
Tu richiami Romano Amerio e il tema degli spostamenti di equilibrio nella dottrina.
È un problema che può essere discusso seriamente.
Non ho mai sostenuto che tutto ciò che è venuto dopo il Concilio sia automaticamente corretto solo perché è postconciliare. Né penso che basti citare il Vaticano II per chiudere una discussione.
Ma vale anche il contrario.
Non basta mostrare che una formulazione precedente era diversa per concludere automaticamente che quella successiva sia una rottura dottrinale.
Bisogna dimostrare una contraddizione sostanziale.
Ed è proprio questo il punto che mi sembra mancare nel tuo articolo.
Tu dici, sostanzialmente: prima c’era la tolleranza; ora c’è un diritto; dunque c’è una modifica sostanziale.
Ma questo non è ancora sufficiente.
Bisognerebbe dimostrare che il «diritto» di cui parla Dignitatis humanae implica necessariamente l’affermazione di un diritto morale all’errore o l’equiparazione delle religioni.
Il Catechismo esclude espressamente entrambe le cose.
Pertanto, la questione rimane aperta sul piano della discussione teologica, ma non può essere presentata come già dimostrata.
- Torniamo allora al punto dal quale ero partito
Ed è qui che, dopo tutta questa discussione, torno al mio articolo originario.
Io non avevo sostenuto che don D’Avino dovesse tacere sulla verità.
Non avevo sostenuto che Cristo fosse semplicemente «una delle tante vie».
Non avevo sostenuto che tutte le religioni fossero equivalenti.
Non avevo sostenuto che l’errore diventasse verità perché una persona lo vive in buona fede.
E non avevo sostenuto che la Chiesa dovesse rinunciare alla propria pretesa di verità.
Avevo posto una domanda molto più semplice e, proprio per questo, molto più esigente:
possiamo proclamare integralmente la verità cattolica senza attribuire alle altre religioni ciò che non possiamo attribuire loro indistintamente e senza utilizzare formulazioni che, per la loro assolutezza, rischiano di diventare teologicamente imprecise?
La mia risposta continua a essere sì.
E credo che proprio la tradizione cattolica ci chieda di farlo.
- La verità cattolica non ha bisogno di essere deformata per essere difesa
Qui veniamo alla questione del linguaggio.
Tu dici, giustamente, che non dobbiamo psicologizzare le affermazioni teologiche.
Sono d’accordo.
Ma esiste anche il problema opposto: non dobbiamo assolutizzare una formulazione fino a perdere le distinzioni che la teologia cattolica stessa ci chiede di mantenere.
Dire:
«Cristo è l’unico Salvatore»
è una professione di fede.
Dire:
«la Chiesa possiede la pienezza della verità e dei mezzi di salvezza»
è una proposizione teologica cattolica.
Dire che:
«nelle altre religioni possono trovarsi elementi veri e santi, senza per questo equipararle alla pienezza della Rivelazione cristiana»
è precisamente compatibile con Nostra aetate.
Dire:
«un atto di culto contrario alla verità rivelata non può essere equiparato al culto cristiano»
è perfettamente comprensibile.
Ma dire:
«qualsiasi altro modo di pregare è un culto falso, è un culto dato al demonio»
è una formulazione molto più ampia e molto più impegnativa.
Ed è precisamente questa formulazione che avevo contestato.
Non perché io abbia paura della verità.
Perché prendo sul serio la verità.
- La precisione non è una concessione al mondo moderno
Questo, forse, è il punto sul quale più profondamente dissentiamo.
Tu interpreti la mia richiesta di precisione come il risultato di categorie «postconciliari».
Io la interpreto esattamente al contrario.
La precisione è una esigenza della teologia cattolica.
È proprio perché credo nella verità che non voglio confondere ciò che è falso con ciò che è demoniaco, ciò che è oggettivamente erroneo con ciò che è soggettivamente colpevole, ciò che è tollerato con ciò che è approvato, ciò che è rispettato nella persona con ciò che è condiviso nella dottrina.
E soprattutto non voglio confondere la libertà religiosa con l’indifferentismo.
Dignitatis humanae stessa, prima ancora di parlare del diritto alla libertà religiosa, afferma l’unicità della vera religione, il dovere di cercare la verità e il permanere della dottrina tradizionale circa il dovere verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo.
Perciò non è serio attribuire al documento ciò che il documento esplicitamente nega.
Conclusione
Caro don Vončina, credo che a questo punto sia possibile formulare con chiarezza il punto della nostra divergenza.
Tu hai dimostrato — e io non ho alcuna difficoltà a riconoscerlo — che la fede cattolica non può relativizzare Cristo, la verità della Rivelazione, l’unicità della salvezza e la necessità della vera religione.
Ma non hai dimostrato che da queste verità derivi necessariamente la correttezza di ogni formulazione utilizzata da don D’Avino.
Non hai dimostrato che ogni forma di religiosità non cristiana possa essere indistintamente qualificata come culto demoniaco.
Non hai dimostrato che 1 Corinzi 10,20 autorizzi una simile generalizzazione.
Non hai dimostrato che Nostra aetate sia incompatibile con l’unicità salvifica di Cristo.
Non hai dimostrato che la libertà religiosa di Dignitatis humanae equivalga all’indifferentismo religioso.
E non hai dimostrato che la distinzione tra la tradizionale tolleranza dei culti e il moderno diritto civile alla libertà religiosa costituisca, di per sé, una contraddizione dottrinale.
Hai posto una questione seria: quale rapporto esista tra la dottrina precedente sulla tolleranza, il riconoscimento della vera religione e la formulazione conciliare del diritto alla libertà religiosa.
Questa questione merita uno studio serio e non può essere liquidata né in senso progressista né in senso tradizionalista.
Ma una questione aperta non diventa una conclusione dimostrata semplicemente perché la si formula con sicurezza.
E soprattutto, la mia critica a don D’Avino non nasce dal desiderio di rendere meno esigente la fede cattolica.
Nasce dal desiderio opposto: difendere la verità cattolica proprio evitando di attribuirle ciò che essa non dice.
Per questo continuo a pensare che il titolo del mio articolo fosse corretto.
La verità non ha bisogno di disprezzo.
Non ha bisogno di caricature delle altre religioni.
Non ha bisogno di semplificazioni.
Non ha bisogno di confondere la valutazione oggettiva di un errore con la responsabilità personale di chi lo vive.
Non ha bisogno di trasformare ogni differenza religiosa in una contrapposizione formulata nei termini della verità e del demonio.
E non ha bisogno di essere difesa attraverso affermazioni che devono poi essere ulteriormente spiegate per evitare interpretazioni che il loro stesso tenore letterale sembra autorizzare.
La Chiesa può dire con tutta la forza necessaria che Cristo è l’unico Salvatore, che in Lui si trova la pienezza della Rivelazione e che la Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo.
Può farlo senza paura.
Ma può farlo anche riconoscendo, come insegna Nostra aetate, che nelle altre religioni possono trovarsi elementi «veri e santi»; e può difendere, come insegna Dignitatis humanae, l’immunità dalla coercizione in materia religiosa senza per questo concedere alcun «diritto all’errore».
Questa non è una resa al mondo moderno.
È la difficoltà, e insieme la responsabilità, di fare teologia senza semplificazioni.
Perché alla fine la questione non è scegliere tra verità e carità, né tra Tradizione e precisione.
La vera Tradizione cattolica ci chiede entrambe.
Come epilogo, direi che forse, prima di affrontare con tanta sicurezza di questioni così complesse, bisognerebbe ricordare una cosa molto semplice: prima viene lo studio. Ma lo studio, da solo, non basta. Lo studio può offrire la sapienza, la conoscenza delle fonti, la capacità di distinguere e di argomentare. La vita, però, deve trasformare quella sapienza in saggezza.
Perché una cosa è conoscere una dottrina sui libri, un’altra è averla attraversata nella concretezza della vita, averne misurato le difficoltà, le tensioni, le conseguenze, gli uomini e le situazioni che quella dottrina incontra. È anche per questo che la prudenza non è una debolezza e la cautela nelle affermazioni non è un cedimento alla mentalità del mondo.
A trent’anni si può certamente avere studiato molto, avere convinzioni solide e persino avere qualcosa di importante da dire. Ma difficilmente si può pretendere di aver già compreso tutto della realtà, della Chiesa, degli uomini e della complessità delle questioni che si affrontano. Lo studio dà gli strumenti; il tempo, la vita e l’esperienza insegnano come usarli.
Per questo, più che la sicurezza con cui si afferma una tesi, mi interessa la serietà con cui la si argomenta. E più che la durezza delle parole, mi interessa la loro precisione.
Alla fine, è proprio questo che continuo a pensare: la verità non ha bisogno di essere gridata per essere vera. Ha bisogno di essere conosciuta, studiata, pensata e, soprattutto, vissuta.
Don Giuseppe Russo
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