di Sabino Paciolla
Un nuovo studio pubblicato sull’EXCLI Journal da Yaffa Shir-Raz e Yaakov Ophir, e successivamente ripreso dagli stessi autori in un articolo sul Brownstone Institute, che vi invitiamo a leggere nella sua interezza, ricostruisce per la prima volta la cronologia interna con cui il Ministero della Salute israeliano individuò, monitorò e comunicò il segnale di miocardite legato al vaccino Pfizer contro il Covid-19.
XCLI Journal (il cui nome per esteso è Experimental and Clinical Sciences International Online Journal for Advances in Sciences) è una rivista scientifica accademica peer-reviewed, internazionale. EXCLI Journal è pubblicata dall’IfADo (Leibniz Research Centre for Working Environment and Human Factors), un istituto di ricerca con sede a Dortmund, in Germania. Si tratta di una rivista di alto profilo nel panorama scientifico internazionale, che ha recentemente (giugno scorso) ottenuto un Impact Factor di 6.2.
L’allarme del 28 febbraio 2021
Poco più di due mesi dopo l’avvio di una delle campagne vaccinali più rapide al mondo, il 28 febbraio 2021 il Ministero della Salute israeliano informò l’Agenzia europea per i medicinali di un «segnale di sicurezza relativo a miocardite/perimiocardite nella popolazione più giovane (16–30 anni)», con circa 40 casi già registrati. Lo stesso giorno una nota interna del CDC statunitense riferiva che Israele stava riscontrando «un gran numero di segnalazioni di miocardite, in particolare tra i giovani», contrassegnando il messaggio come «Importanza: Alta». Tre giorni dopo, il vicedirettore del dipartimento di epidemiologia israeliano, Roee Singer, scrisse direttamente al CDC chiedendo un confronto urgente con un esperto competente.
Nell’ambito della farmacovigilanza, un segnale di sicurezza (o safety signal) è un’informazione che suggerisce una potenziale nuova associazione causale, o un nuovo aspetto di un’associazione già nota, tra la somministrazione di un farmaco e un evento avverso. La sua comparsa indica che la questione richiede un’indagine approfondita. È essenzialmente un “campanello d’allarme” clinico o statistico.
Il registro mai reso pubblico
Il cuore dello studio è un set di dati interno di farmacovigilanza del Ministero della Salute israeliano, fornito ai ricercatori da un informatore anonimo, intitolato in ebraico «Segnalazioni di ricoveri e decessi relativi a Pfizer». Si tratta di un registro compilato in tempo reale, non ricostruito a posteriori: otto versioni cumulative, tutte create originariamente il 25 marzo 2021 e aggiornate fino al 9 maggio 2022.
Già alla prima versione, tre settimane dopo l’allerta internazionale, il registro conteneva 157 segnalazioni di ricovero e 46 di decesso, di cui 65 ricoveri per miocardite o pericardite. Nella versione finale i casi cardiaci arrivavano a 250 su 531 ricoveri totali, quasi la metà; tra gli under 30 la proporzione saliva a 151 su 211, oltre il 70%.
I dati non consentono di stabilire un nesso causale né un tasso di incidenza, poiché manca un denominatore demografico. Tuttavia, come sottolineano gli autori, l’inclusione dei casi in un registro strutturato e la loro trasmissione a Pfizer indicano che venivano considerati clinicamente o temporalmente rilevanti rispetto alla vaccinazione. Per permettere un controllo indipendente, i ricercatori hanno pubblicato una versione anonimizzata del database come materiale supplementare allo studio.
I numeri più critici
La concentrazione del segnale tra i giovani maschi è particolarmente marcata: l’85% dei ricoveri tra i maschi under 20 riguardava miocardite o pericardite, percentuale che scende all’82% nella fascia 20-29 anni. Il fenomeno non era però esclusivo maschile: tra le ragazze under 20, 11 ricoveri su 16 erano legati a problemi cardiaci, così come 6 su 35 tra le donne 20-29enni. Tra i casi più giovani compariva anche una bambina di nove anni, ricoverata dopo la seconda dose.
Su 151 pazienti under 30 con miocardite o pericardite, 99 — quasi due terzi — non avevano alcuna anamnesi clinica significativa. Il registro documentava inoltre 67 decessi complessivi, nove dei quali sotto i 50 anni; tra questi, il caso di una donna di 22 anni deceduta per miocardite fulminante e shock cardiogeno dopo la seconda dose.
La tempistica della comunicazione ufficiale
Mentre in Israele l’allerta scattava a fine febbraio, negli Stati Uniti i medici avrebbero ricevuto linee guida formali del CDC solo il 28 maggio. Nel frattempo, negli Stati Uniti il 10 marzo un documento interno CDC-FDA (“Myocarditis Response.docx”) registrava appena 27 casi segnalati al sistema VAERS statunitense, contro i circa 40 israeliani — un confronto sorprendente considerando che gli Stati Uniti hanno una popolazione oltre 30 volte superiore. In proporzione, i casi segnalati sarebbero dovuti essere 1.200, non 27. Qualcosa, evidentemente, non quadrava, anche tenuto conto del fatto che in Israele era stato somministrato il vaccino Pfizer, mentre negli USA anche quelli di Moderna e Johnson & Johnson / Janssen.
Il 15 marzo il CDC chiese a Israele di presentare i propri dati al gruppo di lavoro tecnico sulla sicurezza vaccinale (VaST); il 5 aprile la presentazione israeliana riportò 62 casi di miocardite/perimiocardite, 15 di pericardite, 172 ricoveri e 48 decessi in prossimità della vaccinazione. Una bozza di rapporto del CDC riconobbe che il segnale «dovrebbe essere ulteriormente esaminato nei sistemi di monitoraggio della sicurezza statunitensi».
Il punto cruciale della cronologia negli USA è il 10 maggio 2021: la data in cui la FDA estese l’autorizzazione d’emergenza del vaccino Pfizer agli adolescenti di 12-15 anni. A quel punto il segnale era noto da oltre dieci settimane e già discusso formalmente con CDC e FDA — eppure le linee guida cliniche statunitensi arrivarono solo il 28 maggio, e gli avvisi ufficiali della FDA sulle schede informative solo il 25 giugno, dopo che l’ACIP il 23 giugno aveva concluso che i benefici vaccinali superavano comunque i rischi anche per adolescenti e giovani adulti.
«A luglio, la posizione ufficiale era chiara: la miocardite associata al vaccino era rara, concentrata in particolare tra i giovani di sesso maschile dopo la seconda dose, generalmente di decorso clinico acuto lieve e superata dai rischi del Covid-19.», scrivono gli autori dell’articolo.
La rassicurazione ufficiale era giustificata?
La narrativa della “rarità” messa alla prova
Lo studio non si limita alla cronologia: esamina anche la solidità scientifica della narrativa istituzionale secondo cui la miocardite vaccino-correlata fosse rara, lieve e transitoria. Diversi elementi la complicano:
- Uno studio di Hong Kong ha rilevato miocardite in circa 1 adolescente maschio su 2.700 dopo la seconda dose, tanto da spingere le autorità locali a raccomandare una sola dose per i 12-17enni.
- Lo studio israeliano di Mevorach e colleghi, pur riportando un rischio di 1 su 6.600 tra i maschi 16-19enni, usava un follow-up di soli 21 giorni. Applicando la stessa finestra temporale ai dati del registro, gli autori hanno trovato 52 segnalazioni gravi aggiuntive tra i maschi e 36 tra le femmine non incluse in quell’analisi; circa il 12% dei casi di miocardite/pericardite si manifestava oltre i 21 giorni.
- Uno studio su 777 dipendenti ospedalieri ha rilevato danno miocardico subclinico, rilevabile solo tramite biomarcatori, nel 2,8% dei casi dopo richiamo con vaccino mRNA-1273.
- Uno studio del 2022 su 16 adolescenti con miopericardite ha mostrato che, pur in presenza di miglioramento clinico, 11 di loro presentavano ancora dopo mesi un enhancement tardivo al gadolinio alla risonanza cardiaca — segno che il recupero clinico non implica necessariamente guarigione completa del tessuto cardiaco.
«Abbiamo inoltre esaminato la logica alla base dell’affermazione secondo cui il Covid-19 fosse più pericoloso per il cuore rispetto alla vaccinazione. La vaccinazione e l’infezione sono state spesso presentate come rischi alternativi, come se una persona dovesse affrontare l’uno o l’altro. Tuttavia, i vaccini non hanno impedito in modo affidabile l’infezione, quindi una persona vaccinata poteva essere esposta a entrambi i rischi. Presentare il confronto come una scelta tra il rischio cardiaco della vaccinazione e quello dell’infezione poteva quindi essere fuorviante: implicitamente considerava la vaccinazione come se eliminasse il rischio concorrente dell’infezione, quando in realtà poteva aggiungere un’ulteriore esposizione a un rischio che rimaneva.», scrivono gli autori, richiamando alcuni studi come prova di quanto affermato.
Un ampio studio israeliano su 800.000 non vaccinati non trovò aumento di miocarditi post-Covid; uno studio britannico su oltre un milione di bambini e adolescenti non registrò decessi Covid-correlati né miocarditi nei non vaccinati, mentre le rilevava solo nei gruppi vaccinati. Uno studio nordico su 23 milioni di persone ha stimato, tra i maschi 16-24 anni, 1,37 casi in eccesso di miocardite ogni 100.000 dopo infezione, contro 5,55-18,39 dopo la seconda dose di vaccino.
Le domande aperte
Gli autori sollevano una questione centrale sul consenso informato: se il segnale era abbastanza solido da giustificare avvisi a CDC ed EMA e un’indagine formale nel VaST, perché non è bastato a giustificare un’informazione tempestiva a medici e famiglie, specialmente prima dell’estensione vaccinale agli adolescenti più giovani? Il ritardo comunicativo, sostengono, può aver influito anche sulla capacità dei medici di riconoscere e segnalare correttamente i casi legati alla vaccinazione.
«I genitori e gli adolescenti che dovevano decidere se vaccinarsi avevano bisogno di sapere cosa si sapeva già e cosa rimaneva incerto riguardo a quel rischio. (…) Nella comunicazione del rischio, la tempistica e l’inquadramento sono fondamentali. Il consenso informato dipende da come viene presentato un rischio noto. Eppure, quando il rischio è stato infine comunicato, è stato descritto come raro, generalmente lieve e superato dai rischi del Covid-19, una rassicurazione che l’evidenza complessiva non giustifica.», scrivono gli autori.
Lo studio si conclude sottolineando che, sebbene Pfizer avesse ricevuto rapporti dettagliati su ricoveri e decessi, questi dati non erano mai stati resi disponibili per un controllo pubblico o indipendente — da qui la decisione di pubblicarne una versione anonimizzata, a oltre cinque anni di distanza dai fatti.
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