di Giuseppe Russo
Ci sono uomini di Chiesa con i quali si può dissentire senza per questo smettere di riconoscere la serietà delle loro battaglie. Monsignor Athanasius Schneider appartiene, a mio giudizio, a questa categoria.
Le sue preoccupazioni sulla dignità della liturgia, sulla centralità dell’Eucaristia, sulla necessità di non relativizzare l’unicità di Cristo nel dialogo interreligioso e sulla prudenza con cui guardare a determinate interpretazioni della sinodalità meritano attenzione. In molti casi pongono domande che sarebbe semplicistico liquidare come nostalgia del passato o come opposizione pregiudiziale alla Chiesa contemporanea.
Proprio per questo, però, una sua recente affermazione sul titolo mariano di «Corredentrice» merita una riflessione che vada oltre la questione specificamente mariologica.
Il problema, infatti, non è soltanto se sia teologicamente appropriato chiamare Maria «Corredentrice». Il problema è un altro: che cosa accade quando un pronunciamento del Magistero stabilisce che un determinato titolo non è appropriato e un vescovo afferma invece che i fedeli possono continuare legittimamente a utilizzarlo, arrivando persino a ritenere che, in futuro, sarà proprio quel pronunciamento ecclesiale a essere superato?
Qui entriamo nel cuore della questione.
Una storia che non può essere cancellata
La posizione di Schneider non nasce dal nulla. Il titolo di «Corredentrice» possiede una storia reale nella teologia e nella devozione cattolica. È stato utilizzato da santi, teologi e anche da alcuni Pontefici, sebbene con significati e contesti differenti. Negarlo sarebbe storicamente scorretto.
Ma proprio qui occorre introdurre una distinzione fondamentale: l’esistenza storica di un’espressione non coincide automaticamente con il suo valore normativo attuale.
La Chiesa non vive semplicemente accumulando parole. La Tradizione non è un museo nel quale ogni formula utilizzata nel passato debba necessariamente rimanere per sempre disponibile nello stesso significato e con la stessa legittimità.
La Tradizione è viva proprio perché la Chiesa, nel corso della sua storia, ha continuamente operato un discernimento: ha conservato alcune espressioni, ne ha precisate altre, ne ha abbandonate alcune, ne ha approfondito il significato.
Non tutto ciò che un santo ha detto diventa per questo dottrina della Chiesa. Non tutto ciò che un Papa ha utilizzato in un’omelia diventa automaticamente una formula normativa del Magistero. Non tutto ciò che è stato presente nella pietà cattolica per secoli possiede lo stesso grado di autorità.
È una distinzione elementare, ma decisiva.
Che cosa ha detto realmente la Chiesa?
Il 4 novembre 2025 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato la Nota dottrinale Mater Populi fidelis, approvata da Leone XIV il 7 ottobre 2025. La Nota dedica ampio spazio alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza e ricostruisce anche la storia dell’utilizzo del titolo di «Corredentrice», ricordando che alcuni Pontefici lo hanno impiegato e che san Giovanni Paolo II lo utilizzò in diverse occasioni. Proprio per questo, la conclusione del documento è particolarmente significativa: il titolo viene giudicato «sempre inappropriato» per esprimere adeguatamente la cooperazione di Maria all’opera della salvezza.
La Nota non nega affatto la singolare cooperazione della Vergine all’opera salvifica di Cristo. Al contrario, la riafferma in diversi passaggi. Ciò che viene messo in discussione è l’adeguatezza di una determinata espressione.
Ed è proprio qui che occorre evitare un equivoco.
La questione non è: «Maria ha collaborato all’opera della salvezza?».
La risposta è sì.
La questione è: «Corredentrice» è oggi un termine appropriato per esprimere questa verità senza creare ambiguità sul carattere unico della Redenzione compiuta da Cristo?
La risposta del Magistero è no.
E questa risposta non può essere semplicemente archiviata come una delle tante opinioni teologiche presenti nel dibattito ecclesiale.
Maria non diventa più grande aggiungendo un prefisso a Cristo
La questione, a ben vedere, non è nuova.
La stessa Nota ricorda il parere espresso nel 1996 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, contrario alla richiesta di definire dogmaticamente Maria come «Corredentrice» e «Mediatrice di tutte le grazie». La prudenza di Ratzinger nasceva precisamente dalla necessità di evitare formulazioni che potessero oscurare l’unicità della mediazione di Cristo.
Il punto cristologico è semplice e non dovrebbe essere perduto nelle discussioni terminologiche: tutto ciò che Maria è, lo è in relazione a Cristo.
Maria non perde nulla quando la Chiesa evita di chiamarla «Corredentrice». Al contrario, viene custodita proprio la logica più profonda della sua grandezza.
Ella è la Madre del Redentore, non una seconda Redentrice.
È la prima discepola, non una seconda sorgente della salvezza.
È associata in modo singolare all’opera del Figlio, ma questa associazione non introduce una seconda causa salvifica accanto a Cristo.
La grandezza di Maria non consiste nell’aggiungere qualcosa a Cristo, ma nel mostrare fino a che punto una creatura possa essere raggiunta dalla grazia e corrispondervi.
Il suo «fiat» non compete con l’azione di Dio: la manifesta.
La sua presenza sotto la Croce non diminuisce la Croce di Cristo: ne mostra la radicale partecipazione nella fede.
La sua maternità spirituale non crea una seconda salvezza: conduce alla salvezza che viene da Cristo.
Per questo il vero onore di Maria non consiste nel moltiplicare i titoli, ma nel comprenderne correttamente il rapporto con il Figlio.
Ma Schneider pone una questione che non possiamo ignorare
Ed è qui che la posizione di Schneider diventa interessante, anche quando non la condivido.
Il vescovo fa osservare che il titolo di «Corredentrice» ha una storia plurisecolare e che è stato utilizzato anche da esponenti autorevoli della Chiesa. Da questa premessa trae però una conseguenza che, a mio giudizio, è molto più problematica: quella secondo cui i fedeli potrebbero continuare a utilizzare il titolo facendo riferimento alla tradizione precedente e non alla recente Nota del Dicastero per la Dottrina della Fede.
È precisamente questo passaggio che dovrebbe interrogarci.
Perché se ogni pronunciamento del Magistero può essere accantonato sulla base della convinzione che una formula precedente abbia una tradizione più lunga, allora il problema non riguarda più Maria.
Riguarda la Chiesa.
E riguarda soprattutto il rapporto tra Tradizione e Magistero.
Chi interpreta la Tradizione?
È certamente vero che il Magistero non è padrone della Rivelazione. Il Papa e i vescovi non possono inventare una nuova fede. La Chiesa non può trasformare arbitrariamente la verità rivelata in ciò che essa desidera che sia.
Ma da questo non segue che ogni singolo fedele, teologo o vescovo possa trasformare la propria interpretazione della Tradizione nel criterio con cui giudicare il Magistero.
La Chiesa ha ricevuto il deposito della fede e ha ricevuto anche il compito di custodirlo, interpretarlo e trasmetterlo.
Altrimenti si produce una situazione paradossale: tutti si dichiarano fedeli alla Tradizione, ma ciascuno stabilisce autonomamente quale sia la Tradizione autentica e, soprattutto, quale atto del Magistero debba essere accolto e quale invece possa essere ignorato.
A quel punto non avremmo più una Tradizione interpretata dalla Chiesa, ma una pluralità di tradizioni private utilizzate per giudicare la Chiesa.
Ed è una deriva che può assumere forme diverse.
Può manifestarsi nel progressismo quando qualcuno invoca lo «spirito del Concilio» per oltrepassare i testi conciliari.
Ma può manifestarsi anche nel tradizionalismo quando qualcuno invoca la «Tradizione» per oltrepassare un atto dell’autorità ecclesiale.
I due atteggiamenti sembrano opposti, ma sotto questo profilo rischiano di avere una medesima struttura: un criterio esterno mediante il quale giudicare la Chiesa concreta.
Il problema dell’autorità
Qui è necessario essere ancora più precisi.
Nella Chiesa non tutti gli atti del Magistero hanno lo stesso grado di autorità. Non tutto è dogma. Non tutto è definito ex cathedra. Non tutto richiede il medesimo tipo di assenso.
Ma sarebbe un errore altrettanto grave pensare che ciò che non è definito infallibilmente possa essere semplicemente ignorato.
Il Concilio Vaticano II, nella Lumen gentium, n. 25, insegna che al Magistero autentico del Romano Pontefice deve essere prestato «religioso ossequio della volontà e dell’intelletto» anche quando il Papa non parla ex cathedra. Il Codice di diritto canonico riprende la medesima dottrina nel canone 752 e aggiunge che i fedeli devono evitare ciò che non concorda con tale insegnamento.
Questo non significa che il teologo debba rinunciare alla propria intelligenza, né che ogni atto magisteriale sia sottratto a ogni approfondimento. Significa qualcosa di molto più semplice e, al tempo stesso, molto più esigente: la Chiesa non chiede al fedele di obbedire soltanto quando il Magistero coincide con ciò che egli già pensa.
È precisamente qui che la questione Schneider diventa ecclesiologicamente rilevante.
Si può discutere un pronunciamento. Si può chiedere di chiarirlo. Si può approfondirne i presupposti teologici. Si può persino manifestare, con i dovuti criteri ecclesiali, una difficoltà intellettuale.
Ma altra cosa è dire ai fedeli: nonostante ciò che il Magistero ha appena stabilito, potete continuare tranquillamente a fare diversamente perché la tradizione precedente ci autorizza a farlo.
Qui il problema non è più la libertà della ricerca teologica.
È il criterio dell’obbedienza ecclesiale.
La tentazione di diventare giudici della Chiesa
È questa, a mio avviso, la questione più seria.
Si può arrivare a pensare che la propria fedeltà alla Tradizione autorizzi a stabilire quali pronunciamenti della Chiesa meritino obbedienza e quali no.
Ma chi decide?
Se la risposta è: «la Tradizione», bisogna immediatamente aggiungere: quale interpretazione della Tradizione?
Quella di un Papa del passato?
Quella di un santo?
Quella di un teologo?
Quella di una scuola teologica?
Quella di un vescovo contemporaneo?
La Tradizione cattolica non può diventare un arsenale dal quale ciascuno estrae le citazioni necessarie per dimostrare che la Chiesa di oggi si è allontanata dalla vera Chiesa.
Altrimenti la Tradizione, invece di essere la memoria viva della Chiesa, diventa un tribunale permanente contro la Chiesa presente.
E questo sarebbe un paradosso difficilmente sostenibile sul piano cattolico.
Non tutto ciò che è stato detto ieri deve essere ripetuto oggi
C’è un’altra questione che merita di essere chiarita.
La Chiesa possiede una storia lunga duemila anni. Nel corso di questa storia ha conosciuto formule teologiche, espressioni liturgiche, interpretazioni disciplinari e linguaggi devozionali che sono stati successivamente precisati o abbandonati.
Questo non significa che la Chiesa di oggi sia «contro» la Chiesa di ieri.
Significa che la Chiesa cresce nella comprensione della propria fede.
La Tradizione non è dunque semplicemente ripetizione materiale delle parole del passato.
È fedeltà alla verità trasmessa attraverso un processo vivo di ricezione, approfondimento e discernimento ecclesiale.
Per questo può accadere che una formula un tempo utilizzata venga successivamente ritenuta poco opportuna. Non perché improvvisamente Cristo sia cambiato o Maria abbia perso qualcosa, ma perché la Chiesa ha compreso che quella formula non esprime più adeguatamente, o può esprimere male, ciò che intende custodire.
È precisamente ciò che accade con «Corredentrice».
Una questione di comunione, non di archeologia teologica
Si potrebbe obiettare: ma se il termine può essere spiegato correttamente, perché non lasciarlo alla libertà dei fedeli?
La risposta della Mater Populi fidelis è significativa: il problema non riguarda soltanto ciò che una formula può significare in un sistema teologico rigorosamente elaborato, ma anche ciò che essa può comunicare nel linguaggio ecclesiale concreto.
Una parola può essere storicamente legittima e teologicamente interpretabile, ma nondimeno risultare oggi inappropriata perché suscettibile di creare un’immagine distorta del rapporto tra Maria e Cristo.
Non tutto ciò che può essere spiegato correttamente è necessariamente il modo migliore per parlare della fede.
Un teologo può spiegare per cinquanta pagine che «Corredentrice» non significa «seconda Redentrice». Ma il problema del linguaggio ecclesiale non può essere risolto immaginando che ogni fedele debba possedere quelle cinquanta pagine di spiegazioni.
La Chiesa deve anche chiedersi: questa parola conduce con chiarezza a Cristo oppure rischia di creare un’immagine teologica diversa da quella che intendiamo trasmettere?
La risposta del Magistero è stata chiara.
E da cattolici possiamo certamente studiarla, approfondirla e persino confrontarci criticamente con essa.
Ma non possiamo comportarci come se non fosse stata pronunciata.
Il vero problema non è Schneider
Per questo non credo che la questione debba essere trasformata in un processo a monsignor Schneider.
Sarebbe troppo facile.
E sarebbe anche ingiusto.
Schneider pone questioni reali. La sua difesa della sacralità dell’Eucaristia nasce da una convinzione profondamente cattolica. La sua insistenza sulla centralità di Cristo nel rapporto con le altre religioni merita di essere presa sul serio. Le sue critiche ad alcune derive della sinodalità possono costituire materia di riflessione anche per chi non condivide le sue conclusioni.
Ma proprio per questo occorre evitare che una legittima battaglia per la Tradizione conduca a un atteggiamento nel quale la propria interpretazione della Tradizione diventa superiore al discernimento della Chiesa.
Non sarebbe più fedeltà alla Tradizione.
Sarebbe una forma di autoreferenzialità tradizionale.
E l’autoreferenzialità rimane autoreferenzialità anche quando si veste di linguaggio ortodosso.
La vera fedeltà non è scegliere il Magistero che ci piace
Questo vale molto oltre la questione mariana.
La tentazione contemporanea è quella di costruirsi una Chiesa a propria immagine: alcuni scelgono ciò che proviene dal magistero recente e relativizzano ciò che li disturba nella Tradizione; altri fanno esattamente il contrario, scegliendo dal passato ciò che conferma le proprie convinzioni e guardando con sospetto ogni atto del Magistero contemporaneo.
Ma la fede cattolica non consiste nel costruirsi un proprio magistero personale.
Non siamo cattolici perché abbiamo trovato il Papa, il documento, il teologo o il periodo storico con cui siamo maggiormente d’accordo.
Siamo cattolici anche quando la Chiesa ci chiede di correggere qualcosa nella nostra comprensione.
Questo non significa che ogni atto dell’autorità ecclesiastica abbia lo stesso grado di autorità, né che non sia possibile discutere, criticare rispettosamente o chiedere ulteriori chiarimenti. La teologia ha precisamente anche questa funzione.
Ma c’è una differenza enorme tra discutere con il Magistero e collocarsi al di sopra del Magistero.
La prima cosa appartiene alla vita della Chiesa.
La seconda rischia di compromettere proprio quella comunione ecclesiale che si pretende di difendere.
Maria ci insegna qualcosa anche su questo
Ed è forse qui che la questione torna finalmente a Maria.
Il paradosso è che la donna che alcuni vogliono onorare chiamandola «Corredentrice» è la stessa donna che, nel Vangelo, non pronuncia mai una parola per reclamare un titolo per sé.
A Cana dice:
«Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2,5).
Questa frase contiene, in fondo, una chiave preziosa per comprendere tutta la mariologia.
Maria non si mette davanti a Cristo.
Non prende il suo posto.
Non rivendica una propria centralità.
Non dice: guardate me.
Dice: guardate Lui.
E proprio per questo è grande.
La Chiesa, dunque, non deve avere paura di rinunciare a un titolo quando ritiene che quel titolo possa creare confusione sul primato di Cristo. Maria non ha bisogno di essere difesa contro la Chiesa, perché Maria appartiene alla Chiesa e conduce alla Chiesa, così come conduce a Cristo.
La Mater Populi fidelis non impoverisce Maria. Cerca, piuttosto, di custodire proprio quella relazione che costituisce il cuore della sua grandezza: Maria è tutta di Cristo e, proprio per questo, è tutta per noi.
La Tradizione non è una fortezza contro la Chiesa
Forse, allora, il punto da cui ripartire è questo.
La Tradizione non è una fortezza nella quale rifugiarsi per difendersi dalla Chiesa presente.
La Tradizione è la vita della Chiesa attraverso il tempo.
E il Magistero non è il nemico della Tradizione: è uno degli strumenti attraverso i quali la Chiesa, nel presente, custodisce, interpreta e trasmette ciò che ha ricevuto.
Per questo possiamo amare la liturgia tradizionale senza trasformarla in un criterio per giudicare tutta la Chiesa contemporanea.
Possiamo criticare alcune applicazioni del Concilio senza diventare anti-conciliari.
Possiamo difendere la dottrina cattolica senza sospettare di ogni parola del Magistero.
Possiamo riconoscere gli errori pastorali del nostro tempo senza immaginare che la Chiesa sia diventata incapace di custodire la fede.
E possiamo amare profondamente Maria senza chiamarla «Corredentrice».
Non perdiamo nulla della sua grandezza.
Anzi, forse comprendiamo meglio proprio ciò che Maria non ha mai smesso di essere: la donna che tutto riceve da Dio e tutto riconduce a Dio.
Il problema, alla fine, non è stabilire se Schneider sia abbastanza tradizionale o se il Dicastero per la Dottrina della Fede lo sia abbastanza.
La domanda è molto più esigente:
siamo disposti a essere cattolici anche quando la Chiesa ci chiede di rinunciare a una formula che personalmente amiamo?
È qui che si misura la fedeltà.
Perché è relativamente facile obbedire quando il Magistero conferma ciò che già pensiamo.
È molto più difficile quando ci chiede di fare un passo indietro.
E forse è proprio allora che scopriamo se la nostra fedeltà appartiene davvero alla Chiesa o, più semplicemente, alla nostra idea della Chiesa.
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