mons. Athanasius Schneider, vescovo
mons. Athanasius Schneider, vescovo

 

di Sabino Paciolla

 

Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, torna a far parlare di sé con un’intervista rilasciata a AdVaticanum in cui affronta senza mezzi termini alcuni dei nodi più controversi della vita ecclesiale contemporanea: il titolo mariano di Corredentrice, la Comunione sulla mano, il dialogo interreligioso e il significato reale della sinodalità. Un colloquio che intreccia teologia, storia personale e un giudizio severo su alcune scelte compiute dalla Santa Sede negli ultimi decenni.

Corredentrice: un titolo che i fedeli possono ancora usare

Il punto di partenza è il documento Mater Populi Fidelis, con cui la Santa Sede ha definito «sempre inappropriato» il titolo mariano di Corredentrice. Schneider non condivide questa chiusura e ricorda che papi, santi e Dottori della Chiesa hanno impiegato per secoli quel titolo, insieme a quello di Mediatrice di tutte le grazie, tanto da comparire persino in formulari di Messa approvati dai pontefici stessi. Secondo il vescovo, sarebbe assurdo pensare che la Chiesa odierna abbia l’autorità di cancellare testi e formule utilizzati per un periodo così lungo della sua storia.

Per questo, sostiene, i fedeli restano legittimati a invocare la Vergine con questi titoli, appoggiandosi non al recente documento del Dicastero per la Dottrina della Fede ma alla tradizione dei Padri, dei Dottori e del Magistero papale ordinario. Schneider si spinge oltre, esprimendo la convinzione che sarà proprio Mater Populi Fidelis, in futuro, a essere superato, e non l’uso plurisecolare di quei titoli mariani.

La “pace liturgica” e la proposta di una costituzione apostolica

Sul fronte liturgico, il vescovo kazako ribadisce una proposta già avanzata in passato a Papa Leone XIV: non un ulteriore motu proprio, ma un documento più solenne — una vera e propria costituzione apostolica — capace di garantire che nessun vescovo possa vietare il Rito Romano tradizionale più di quanto possa vietare il Novus Ordo.

L’obiettivo, spiega, è superare le “piccole guerre” combattute a colpi di motu proprio, che negli ultimi anni hanno prodotto tensioni e “vittime” nelle comunità legate alla liturgia antica. Schneider immagina un percorso che coinvolga prima il Collegio dei Cardinali su questo tema specifico, poi anche i presidenti delle conferenze episcopali e i vescovi, per arrivare infine a una costituzione apostolica che il vescovo definisce, con un’espressione tutta sua, una Pax Liturgica Leonina: una coesistenza stabile e riconosciuta tra le due forme del rito romano, sul modello della pluralità liturgica che la Chiesa ha conosciuto lungo i suoi duemila anni di storia.

Dialogo interreligioso: sì alla tolleranza, no al “supermercato delle religioni”

Vescovo ausiliare in un Paese a maggioranza musulmana che ospita periodicamente il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali di Astana, Schneider offre una lettura critica di questo genere di incontri ufficiali. A suo giudizio, il rischio è che simili summit, mettendo tutte le fedi attorno allo stesso tavolo come interlocutori paritari, finiscano per trasmettere l’idea di una sostanziale equivalenza tra le religioni, relativizzando così l’unicità di Cristo e della Chiesa cattolica.

Il vescovo non nega il valore della pace e della tolleranza che questi eventi dichiarano di perseguire, ma ne critica l’impostazione: ritiene che tali congressi siano spesso promossi e strumentalizzati dai poteri politici, che se ne servono come strumento di controllo sulle religioni. Produrrebbero, inoltre, “bellissimi documenti sulla pace” che restano lettera morta, mentre nel mondo reale continuano a scoppiare guerre. In alternativa a questi grandi eventi mediatici, Schneider propone quello che chiama il “dialogo della vita quotidiana”: la convivenza concreta e fraterna con i vicini di altre fedi, fatta di visite reciproche, partecipazione a gioie e lutti familiari, aiuto reciproco nella vita di ogni giorno. È l’esperienza che racconta di vivere personalmente in Kazakistan, tra vicini musulmani e ortodossi, e che considera molto più efficace, ai fini della pace religiosa, delle grandi conferenze internazionali.

Comunione in ginocchio e sulla lingua: la lezione del Kazakistan

Una delle parti più personali dell’intervista riguarda la prassi eucaristica della Chiesa cattolica in Kazakistan, dove — con l’approvazione di Benedetto XVI — la Comunione in ginocchio e sulla lingua è la forma ordinaria obbligatoria, vietata anche ai visitatori stranieri, in assenza di ministri straordinari, chierichetti e con le grate d’altare ancora in uso.

Schneider collega questa scelta alla memoria viva dei martiri e dei confessori della fede che il Paese ha conosciuto durante la persecuzione sovietica, e racconta un episodio della propria infanzia: la famiglia, in fuga dalla Chiesa del silenzio nell’allora Unione Sovietica, si trasferì in Germania Ovest alla fine del 1973. Il parroco che li aveva preparati ai sacramenti — un sacerdote che era stato imprigionato in un campo di concentramento proprio in Kazakistan durante l’epoca staliniana — li aveva avvertiti di evitare le chiese dove si distribuiva la Comunione sulla mano. Alla notizia, racconta Schneider, sua madre reagì con sgomento e con le lacrime, promettendo che la famiglia non vi si sarebbe mai adeguata; promessa che si rivelò presto impossibile da mantenere, perché in Germania la prassi era ormai generalizzata in ogni parrocchia.

Fu proprio il dolore della madre, spiega il vescovo, a ispirargli anni dopo la stesura dell’opuscolo Dominus Est, dedicato ai rischi legati alla Comunione sulla mano, un testo il cui manoscritto ricevette un giudizio positivo direttamente da Papa Benedetto XVI, che gli scrisse personalmente definendo convincenti le sue argomentazioni.

Sul piano storico, Schneider attribuisce a Paolo VI la responsabilità di aver aperto la strada a questa prassi nel 1969, nonostante la consultazione dell’episcopato mondiale condotta l’anno precedente avesse fatto emergere una maggioranza contraria, preoccupata dal rischio di abusi, sacrilegi e indebolimento della fede eucaristica. Per il vescovo si è trattato di una decisione dalle conseguenze durature, che avrebbe contribuito a una diffusa irriverenza verso il Santissimo Sacramento; da qui il suo auspicio che ogni conferenza episcopale del mondo segua l’esempio kazako, e che sia la Santa Sede stessa, gradualmente, a “richiudere le porte” che allora furono aperte.

Sinodalità: una parola “senza definizione”

L’ultimo tema toccato è quello della sinodalità, processo che ha caratterizzato l’ultimo pontificato e che continua a generare dibattito.  «Nessuno dà una definizione di sinodalità. Ognuno può immaginare ciò che vuole riguardo alla sinodalità. È una parola in codice molto astuta per minare la dottrina cattolica» dice mons. Schneider. Il vescovo la descrive come un’espressione dal suono gradevole ma dietro cui si celerebbe, a suo avviso, un disegno concreto: adattare gradualmente dottrina e struttura della Chiesa cattolica ai modelli propri delle comunità protestanti, secondo logiche organizzative democratiche di origine umana anziché di costituzione divina, specialmente in materia di sessualità e morale.

Un progetto, sottolinea, sostenuto solo da una minoranza di ecclesiastici che a suo giudizio avrebbero smarrito l’interesse per l’evangelizzazione e la conversione, rifugiandosi in un linguaggio volutamente impreciso in cui “tutto può diventare accettabile”. L’unica eccezione a questa apertura indiscriminata, nota con una punta di ironia, riguarderebbe proprio la Messa tradizionale in latino, verso la quale il movimento sinodale manterrebbe invece un atteggiamento di netta chiusura.

Un ritratto coerente

Dalle diverse risposte emerge un profilo coerente: quello di un vescovo che rivendica continuità con la tradizione dottrinale, liturgica e disciplinare della Chiesa preconciliare, letta anche attraverso l’esperienza di una comunità, quella kazaka, forgiata dalla persecuzione comunista. Un’esperienza che Schneider pone costantemente a confronto critico con le tendenze pastorali più recenti — dal riesame dei titoli mariani alla prassi eucaristica, fino al processo sinodale — invitando la Chiesa universale a guardare non tanto ai grandi documenti e alle grandi conferenze, quanto alla fedeltà quotidiana vissuta nelle comunità locali.

 

 

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