
Magnificat anima mea Dominum et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo (Lc 1, 46-47)
di Fabio Vessillifero
Lo stupore dell’Incarnazione e il paradosso dell’umiltà divina
L’eco del Magnificat si leva nella spoglia quiete di Ain Karem, nel momento esatto in cui Maria, varcata la soglia della casa di Elisabetta, si fonde con lei in un abbraccio che fa sussultare la storia e il grembo della cugina (Lc 1, 39-56). Il canto che ne scaturisce è l’esplosione di lode di Maria per l’irruzione della vita di Dio nella sua esistenza. L’Altissimo ha guardato all’umiltà della sua serva, e nel cuore della Vergine fioriscono una gioia e uno stupore travolgenti: il Dio del cielo si abbassa fino alla sua creatura, si fa uomo in lei, e Maria lo custodisce, si prende cura di Dio. L’Onnipotente diventerà il suo bambino!
I Santi ci dicono che quando saremo davanti a Dio, non ci stupiremo tanto per la sua grandezza, per il suo splendore o per la sua onnipotenza… ma rimarremo folgorati dalla sua umiltà e dalla sua innocenza. A sguardi umani questo sembra impossibile, perché non siamo abituati a pensare che lo splendore possa camminare insieme all’umiltà, o che l’onnipotenza possa accordarsi con essa. Invece Maria si accorge che questo paradosso inaudito abita e pulsa dentro di lei. Lei deve custodire questo mistero: la storia del mondo, di tutti i popoli e di tutte le epoche, si intreccia da quel momento con il suo grembo e con la sua maternità. In Maria si compie in anticipo il destino e la vocazione profonda del cosmo: essere abitato da Dio, «affinché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28).
L’oblazione eterna del Figlio e la vocazione del cosmo
Quando qui pronunciamo la parola Figlio, dobbiamo volgere anzitutto lo sguardo al Mistero trinitario, prima che il tempo e la storia avessero inizio. Il Dio cristiano è unico ma non è solitario. Egli è in se stesso una comunione d’amore di tre divine Persone che inabitano le une nelle altre: il Figlio viene generato dal Padre fin dall’eternità, in un atto senza principio né fine, e il Figlio corrisponde all’amore generativo del Padre offrendo tutto se stesso in un atto perenne di culto e di adorazione. Da questo circuito di amore infinito tra il Padre e il Figlio procede e spira perennemente lo Spirito Santo. La Seconda Persona della Trinità si configura, quindi, secondo la celebre espressione dell’Apocalisse, come «l’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo» (Ap 13, 8), perché la sua stessa identità filiale si pone costitutivamente come un atto perenne di adorazione e di lode nei riguardi del Padre.
Ma il prodigio inaudito che il Magnificat celebra risiede nel fatto che questo medesimo ed eterno Figlio del Padre, per pura eccedenza d’amore, si è fatto carne nel tempo, diventando anche il Figlio di Maria. Nel momento in cui viene concepito nel grembo della Vergine, Egli non cessa di essere Dio, ma porta finalmente l’umanità intera – attraverso la carne e il sangue assunti da sua Madre – dentro quell’atto eterno di adorazione e di offerta al Padre. Ora, finalmente, dopo il tragico non serviam di Lucifero e dopo il peccato di Adamo, la creazione non è più separata dal suo Creatore: essa può attuare la sua vocazione originaria e realizzare il fine stesso per cui è stata pensata, voluta e creata da Dio, che è quello di unirsi alla voce del Figlio nel suo eterno canto di lode verso il Padre; ed è proprio nel Magnificat della Vergine che questo canto trova ora la sua prima espressione.
La pienezza dell’essere, la gratuità del creato e il destino della materia
Ora possiamo intuire profondamente il senso della creazione dell’uomo e del cosmo. Dio non crea per rispondere a un proprio bisogno o per colmare una mancanza. In Dio non vi sono vuoti, Egli è il Tutto, la pienezza assoluta dell’essere in cui ogni perfezione coincide con la sua stessa sostanza. È solo per una sovrabbondanza, per un’incontenibile eccedenza d’essere che Dio ci ha voluti. E in virtù di questo medesimo traboccare d’amore, Egli desidera che l’uomo e l’intero creato partecipino alla sua stessa vita divina. Avendo assunto la realtà creaturale nel grembo di Maria, ossia avendo preso un corpo materiale di carne e un’anima umana, il Figlio permette finalmente alla creazione di entrare nel circuito vitale delle relazioni trinitarie. La materia non è un rivestimento provvisorio: il cosmo è stato voluto proprio per poter essere abitato da Dio. La materia stessa, la carne, è chiamata a essere investita della gloria divina e ad essere per sempre trasfigurata.
La ribellione angelica e l’assunzione totale di ogni dimensione creata
Secondo l’intuizione di alcuni Padri della Chiesa, il non serviam di Lucifero è scaturito esattamente da questa vertigine. Il primo degli angeli, quando ha visto il progetto eterno di Dio di assumere la natura umana per comunicare la sua stessa vita divina a una creazione fatta non solo di puro spirito (come l’angelo), ma anche di materia e di polvere, si è ribellato per orgoglio (G. Duns Scoto). «La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo», dice la Scrittura (Sap 2,24). Lucifero non poteva tollerare che la carne venisse elevata più in alto. Eppure Dio compie proprio questo: assume la natura umana per riassumere in sé tutte, ma proprio tutte, le dimensioni del creato. In Cristo abita la vita spirituale che l’uomo condivide con gli angeli (cioè la coscienza e la volontà); vi è la vita vegetale e la vita sensitiva che ci accomuna alle piante e agli animali; e vi è persino la polvere dei minerali e delle galassie che costituisce la nostra struttura atomica.
Lo scandalo biologico dell’Incarnazione contro l’illusione gnostica
Ora, con l’Incarnazione, il Figlio di Dio è diventato un tutt’uno con Maria. Vive, si nasconde e si sviluppa nel corpo di lei. Riceve la vita attraverso l’ossigeno di sua madre, viene nutrito da lei tramite il cordone ombelicale, riposa ed è protetto in quella placenta in cui la struttura biologica del grembo di Maria e le cellule del Figlio si intrecciano per tessere un unico organo di carne. C’è chi potrebbe trovare queste parole irriverenti o troppo crude, ma lo scandalo e la sconfitta di ogni gnosi – di ogni spiritualismo astratto che disprezza la materia – sta proprio qui. La mentalità del mondo grida che non è possibile che questo piccolissimo embrione umano, fatto di cellule e sangue, sia Dio! E invece, contro ogni razionalismo superbo, la poesia di Dante canta la verità più pura:
«Tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ’l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura. / Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore» (Paradiso, Canto XXXIII).
Cioè Dio, che ti ha creato, ha voluto farsi “creare” da te come uomo! Chi non prova un senso di vertigine di fronte a questo Mistero?
Il fine supremo dell’uomo, la ferita del peccato e il cardine della croce
Le creature sono portate in essere da Dio e in Dio hanno il loro fine. Qual è il motivo per cui siamo stati creati? La formula limpida del Catechismo di San Pio X è netta: «siamo creati per conoscere, amare e servire Dio in questa vita, e goderlo poi nell’altra in paradiso». Questa corrispondenza d’amore e di servizio, che è il fine stesso della creazione, è stata però scardinata dal peccato, che ha spezzato la giustizia, l’ordine e il fine che Dio aveva dato all’uomo come essere razionale e al cosmo. Per questo, l’offerta di sé del Figlio al Padre dovrà avvenire nella storia in modo cruento: la croce non esprimerà altro che questo dono totale della sua vita al Padre, che potrà essere consumato attraverso l’umanità che il Figlio ha assunto da Maria. «Caro cardo salutis», dicevano i Padri della Chiesa. La carne è il cardine della salvezza. Se Dio non avesse assunto un corpo umano non avrebbe potuto soffrire e non avrebbe potuto salvarci.
Nella vita intima della Trinità
Con il Sì di Maria all’angelo Gabriele accade l’impensabile: per la prima volta nella storia, una creatura umana viene invitata e accolta dentro questo eterno dinamismo di dono e di amore. Nel grembo verginale di Maria, il Figlio di Dio si fa carne, cresce e si sviluppa, portando dentro l’umanità l’eco di quel suo perenne stato di oblazione al Padre. Maria diventa, per così dire, l’estensione di questo atto di offerta del Figlio al Padre. Essa esprime in anticipo la nuova creazione, essa è la primizia della preghiera del cosmo che si unisce alla voce del Figlio nel canto di lode verso il Padre. Attraverso Maria, in lei e grazie a lei, l’intera umanità e tutto il creato trovano finalmente la porta aperta per entrare nella vita intima di Dio. L’esultanza che Maria prova nel cuore, e che esplode nel suo canto, non è una semplice emozione umana. È lo Spirito Santo che la afferra e la spinge con soavità dentro questo dinamismo divino, nel cuore stesso dell’Amore che lega il Padre e il Figlio.
La Liturgia contro l’alienazione del capitalismo predatorio
Tutta questa sfolgorante vertigine d’amore, questo circuito di pura gratuità e di umiltà assoluta, si schianta come un fulmine sulla miseria disperata della nostra società contemporanea, mettendone a nudo l’abbrutimento morale e l’ingiustizia profonda. L’avidità ha violentato l’anima dell’uomo, edificando un impero del possesso che idolatra l’arroganza dei potenti, la stravaganza del successo millantato e la feticizzazione delle merci. In un mondo simile, dove l’unica legge è il profitto spietato e l’unica divinità è il mercato, l’uomo è stato spogliato del suo fine eterno: non gli è più concesso di “conoscere, amare e servire Dio”, ma viene condannato alla schiavitù della produzione, costretto a idolatrare l’ingranaggio infernale che macina la sua esistenza e la sputa via come scarto. È per questo che la nostra epoca è diventata incapace di pregare e di cantare: le fauci del consumismo hanno anestetizzato lo spirito con il rumore di bisogni artificiali e con l’angoscia da prestazione, estirpando la capacità di fare silenzio e di stupirsi davanti all’innocenza e alla maestà di un Dio che si fa piccolo.
Il Magnificat come supremo atto di ribellione
La società secolarizzata rifiuta l’umiltà divina perché l’umiltà blocca la prevaricazione, ostacola lo sfruttamento del debole e nega il diritto al dominio assoluto. Ma l’irruzione dell’Agnello immolato nel grembo di Maria squarcia questa prigione immanente e mercantile. Il corpo della Vergine e il grido profetico del suo canto rappresentano la prima, radicale trincea di resistenza: uno spazio sacro e totalmente sottratto alla logica del guadagno, dove il peccato del mondo – che ha scardinato l’ordine della giustizia – viene travolto dalla logica del dono. Contro l’atomizzazione disperata che riduce i popoli a una massa di consumatori isolati e sradicati, il Magnificat ci strappa alla solitudine e ci scaraventa dentro la promessa di una nuova creazione, dimostrando che l’adorazione trinitaria non è una fuga dal mondo, ma l’unico, supremo atto di ribellione capace di restituire la creazione alla sua dignità regale e alla sua libertà filiale.
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