Pentecoste (Immagine generata con IA di Gemini) nuova
Pentecoste (Immagine generata con IA di Gemini)

Chi è veramente l’Israele santo di Dio?

«Suscépit Israel púerum suum» (Lc 1,54)

 

 

di Fabio Vessillifero

 

 

  1. La promessa ad Abramo e il compimento del Magnificat

Il Magnificat è anzitutto il canto di gratitudine con cui Maria celebra Dio che «si è ricordato» di Israele, suo servo e suo bambino. Il Cristo-Messia, in divina gestazione nel grembo della Vergine, è la risposta concreta e fedele che il Padre dona alle secolari attese del suo popolo, rimanendo fedele al patto stipulato con Abramo e con i patriarchi Isacco e Giacobbe-Israele.

Nel considerare questa fedeltà, appare fondamentale tracciare una chiara distinzione di fondo: l’Israele della Rivelazione biblica e dell’Alleanza divina — realtà teologica e spirituale fatta di fede, attesa ed elezione — non si identifica e non si risolve in alcuna struttura politico-statale terrena, né tantomeno nello Stato d’Israele dell’era contemporanea o nelle dinamiche di potere del capitale globale. L’elezione di Israele nel disegno di Dio non è una categoria geopolitica né un privilegio economico-fondiario, ma un mistero di grazia destinato alla salvezza dell’umanità.

In Gesù si intrecciano mirabilmente le due grandi unzioni dell’Antica Alleanza: la regalità e il sacerdozio. Attraverso Giuseppe, padre putativo, Gesù eredita legalmente la discendenza regale di Davide, compiendo la solenne promessa divina che un «frutto delle sue viscere» avrebbe seduto su un trono eterno (Sal 132,11). Allo stesso tempo, la tradizione attesta la radice davidica di Maria giacché all’epoca vi era il dovere e la consolidata consuetudine di sposarsi all’interno dello stesso clan parentale e della medesima tribù, in adempimento alla norma stabilita dalla legge di Mosè (cf. Numeri 36,6-9). Tuttavia, i legami di parentela della Vergine con la tribù sacerdotale di Levi — evidenziati dal vincolo con la cugina Elisabetta, sposa del sacerdote Zaccaria e madre del Battista — rivelano che, attraverso l’intreccio parentale tra le casate d’Israele, nel grembo della Vergine il Messia assume in sé anche la pienezza della dignità sacerdotale. Egli è il Re dei re secondo la carne e la legge, ma è pure il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza.

L’intervento di Dio non si limita alle tribù storicamente centrali del popolo di Israele (Giuda e Levi), ma raggiunge anche quelle più disperse e periferiche: «La terra di Zàbulon e la terra di Nèftali […], il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in regione e ombra di morte una luce si è levata» (Mt 4,15-16; cf. Is 9,1-2). In Gesù, Dio si manifesta fedele a ogni parola data ai padri. Durante la sua missione terrena, Cristo si rivolge anzitutto alla casa d’Israele (cf. Mt 15,24), e di fronte ad eventuali rivendicazioni che pretendono di prescindere dalla storia della Salvezza, ricorda alla Samaritana che «la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22), per poi aprire proprio attraverso la fede il varco all’universalità.

  1. La svolta della fede e la vocazione universale

Tuttavia, proprio mentre celebra il compimento di questa promessa, Maria intuisce profondamente che il Messia che porta in grembo non nasce per restare chiuso nei confini di un privilegio di sangue o di un patrimonio etnico. Il disegno originario di Dio, prefigurato già nell’Antico Testamento, possiede fin dal principio una vocazione universale destinata ad abbracciare tutte le nazioni della terra: fin dalla vocazione di Abramo («in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», Gn 12,3; 22,18), passando per il Servo del Signore costituito «luce delle nazioni» (Is 49,6), il pellegrinaggio escatologico dei popoli verso il Monte del Tempio (Is 2,2-4; Mi 4,1-3) e il regno in cui Dio sarà Re di tutta la terra (Zc 14,9).

Il Figlio concepito per opera dello Spirito Santo rivela che la vera appartenenza al popolo eletto nasce dalla docilità alla Parola di Dio, superando ogni presunzione di appartenenza puramente carnale o biologica. Già Giovanni Battista aveva denunciato l’illusione di uno scudo meramente generazionale, gridando alle folle: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Lc 3,7-9). 

Lo confermerà poi Gesù medesimo: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,48-50). Maria ne è il modello insuperabile: ella è pienamente Madre non soltanto per il legame fisico della carne, ma perché per prima, al momento dell’Annunciazione, ha pronunciato il suo Fiat fidandosi totalmente: «Si compia in me la tua Parola» (Lc 1,38).

In perfetta continuità, san Paolo ribadirà nelle sue lettere che «il giusto vivrà per fede» (Rm 1,17), additando proprio in Abramo l’archetipo di questa paternità spirituale: «Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rm 4,3). Abramo diventa così il vero padre di quanti accolgono l’amicizia con Dio, dimostrando che l’elezione d’Israele non era un muro di separazione, ma un servizio sacerdotale e un tramite storico affinché l’intero creato — segnato dal male — potesse avviarsi verso la salvezza e la redenzione in Gesù, Figlio di Dio.

  1. La contesa della primogenitura

Attorno alla figura di Abramo si consuma uno dei nodi più intricati e drammatici della storia umana, dove la fede si intreccia indissolubilmente con le radici culturali, le tensioni politiche e l’attualità dei nostri giorni. Gli ebrei si riconoscono discendenti del Patriarca attraverso Isacco, il figlio della promessa nato da Sara; gli arabi, in maggioranza di fede musulmana, vedono la propria discendenza spirituale e genealogica in Ismaele, il primogenito nato da Agar, come attesta il testo biblico e riprende con forza la tradizione esegetica islamica.

Questa contesa storica esplode drammaticamente nell’attualità della Terra Santa, prima fra tutti la Spianata del Tempio — o Spianata delle Moschee (Haram al-Sharif). Proprio su quel monte, infatti, la tradizione ebraica colloca il luogo del sacrificio di Isacco richiesto ad Abramo, mentre la tradizione islamica vi riconosce prevalentemente il luogo della prova del primogenito Ismaele e il punto da cui il Profeta Maometto ascese al cielo. In sintesi, gran parte dei conflitti religiosi, culturali e geopolitici che dilaniano il Medio Oriente dei nostri giorni ruota attorno a questa domanda drammatica: chi è il vero erede delle promesse divine? È la lotta per una primogenitura esclusiva, in cui la benedizione dell’uno sembra spesso esigere la negazione o l’esclusione dell’altro.

La novità del cristianesimo risiede nel superamento di questo scontro radicale, riconducendo l’intera elezione a una sola persona: Gesù di Nazareth. È proprio nel Nazareno che le barriere crollano e si spalancano le porte all’universalità. La scelta dei dodici apostoli — richiamo simbolico alle dodici tribù di Giacobbe-Israele e ai dodici principi nati da Ismaele (cf. Gn 17,20) — pone le basi di un’alleanza affrancata dai legami di sangue o dalle rivendicazioni etnico-nazionali. Il numero dodici manifesta così la rigenerazione e il riscatto dell’intero albero genealogico della famiglia umana: le radici, un tempo disperse e contrapposte nella carne, vengono ora ricucite in Cristo, trasformando la storica dispersione di Babele (Gn 11,1-9) in una sovrannaturale comunione.

Questa tensione escatologica trova il suo apice nella visione finale della Gerusalemme Celeste nell’Apocalisse: la città santa viene presentata con dodici porte, sulle quali sono scritti i nomi delle dodici tribù (Ap 21,12), e dodici fondamenta, su cui stanno i nomi dei dodici apostoli dell’Agnello (Ap 21,14). Subito dopo, il testo biblico precisa che l’albero della vita produce dodici frutti e le sue foglie servono alla «guarigione delle nazioni» (Ap 22,2).

Nel Nuovo Testamento questa emancipazione emerge con straordinaria chiarezza. Nella testimonianza dell’evangelista Luca, la vita pubblica di Gesù si snoda come un lungo viaggio dalle periferie della Galilea fino a Gerusalemme… Ma da lì, attraverso il mandato missionario, il cammino supera ogni confine geografico e nazionale, come narrano gli Atti degli Apostoli: la missione si espande a macchia d’olio fino a giungere a Roma, la capitale dell’Impero Romano. Il termine Cattolicos (“universale”) attesta che l’elezione cessa di essere un muro divisorio, come canta l’Apostolo nella Lettera agli Efesini (2,13-14): «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo…». 

  1. Il Christus totus e la diffusione della vita divina

È questa la missione universale che spinge la Chiesa fino ai confini del mondo per corrispondere al disegno ultimo di ricapitolare tutta la storia nella formazione del Christus totus, il “Cristo totale” in cui il Capo si unisce inseparabilmente al suo Corpo diffuso in tutti i popoli. Come insegna con chiarezza il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen Gentium (n. 17): «La Chiesa è spinta dallo Spirito Santo a cooperare perché si attui il disegno di Dio, il quale ha costituito Cristo principio di salvezza per tutto il mondo […]. Con la sua attività fa sì che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio […]. Così la Chiesa insieme prega ed opera, affinché la pienezza del mondo intero passi nel popolo di Dio, nel Corpo del Signore e nel Tempio dello Spirito Santo, e in Cristo, capo di tutti, sia reso al Creatore e Padre di tutti ogni onore e gloria».

Il Christus totus non è una semplice struttura organizzativa, ma la diffusione stessa della vita divina nel mondo. È l’irruzione di una vita soprannaturale che chiama gli uomini a uscire dalle proprie strettoie ideologiche o nazionali per entrare nel mistero di Dio e del suo amore universale.

Proprio in questa rivelazione, il senso stesso dell’essere umano trova la sua luce definitiva, come ricorda la Costituzione pastorale Gaudium et Spes (n. 22): «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era la figura di quello futuro, cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione».

Se dunque Cristo è il nuovo Adamo che svela pienamente l’uomo a se stesso e ricapitola in sé l’intera famiglia umana, Maria si erge al suo fianco come la nuova Eva, vera «Madre di tutti i viventi» (Gn 3,20). In Lei, che per prima ha pronunciato il Fiat della fede, la maternità supera definitivamente i confini del sangue per abbracciare la totalità dei redenti. È la grande intuizione che San Anselmo d’Aosta sintetizza contemplando in Maria la Madre della nuova creazione:

«Dio creò ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio che aveva creato ogni cosa, si fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria». 

(San Anselmo, Orazione 52)

«Suscépit Israel púerum suum»

 

Le precedenti puntate le trovate qui: 1, 2, 3, 4 


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