«[…] La teologia modernista, negando l’oggettività del dato rivelato, mina alla radice la possibilità stessa della teologia come scienza. Essa non è più scientia Dei sub ratione Dei, bensì ermeneutica del vissuto religioso. In essa si dissolve la differenza ontologica tra Dio e mondo, tra creatore e creatura, tra natura e grazia, poiché tutto è ricondotto a una dinamica orizzontale. Di fronte a tale rottura, san Pio X risponde con la riaffermazione dell’ordine oggettivo dell’essere, nel quale la verità si manifesta come luce che precede e orienta il soggetto, e non come prodotto della sua intenzionalità. Il giuramento antimodernista, in questa luce, non è una misura autoritaria, ma un atto epistemologico, che esige il riconoscimento della trascendenza come condizione della verità. Parallelamente, la riforma della formazione sacerdotale voluta dal Pontefice si configura come un atto di ricostruzione dell’intelligenza teologica a partire dal realismo metafisico e dal principio di non contraddizione, rigettando ogni forma di fideismo esistenzialista o di storicismo assoluto. Il tomismo, proposto non come sistema chiuso ma come habitus veritatis, diviene lo strumento per liberare la ragione dalla cattività del soggettivismo e per restituirle la sua apertura al soprannaturale. In tal senso, la filosofia tomista non è una sovrastruttura razionalistica, ma un’ascetica dell’intelligenza, che guida il pensiero a riconoscere la struttura intelligibile della realtà creata e la necessità di un fondamento assoluto.
San Pio X comprende con lucidità profetica che il modernismo non è un’eresia tra le altre, ma la matrice di tutte le eresie future, perché colpisce il principio stesso della fede. Non si limita a negare un dogma, ma nega la possibilità stessa del dogma. È l’eresia del metodo, l’eresia del soggetto che si fa misura del vero, è il compimento gnostico della modernità, che ha sostituito la sapienza ricevuta con la coscienza autopoietica. Per questo il Papa non può che rispondere con un’opposizione altrettanto radicale, riaffermando che la Chiesa è mater et magistra, che la verità è oggettiva e comunicabile, che la Tradizione è vincolante, e che il deposito della fede non evolve nella sua sostanza, ma si sviluppa eodem sensu eademque sententia. Così intesa, la lotta antimodernista non è una semplice difesa dell’ortodossia, ma un atto di carità intellettuale verso la Chiesa e il mondo. San Pio X difende la fede non per paura del nuovo, ma per amore dell’Eterno. E nel farlo, anticipa molte delle crisi che la Chiesa del XX e XXI secolo avrebbe attraversato. In un tempo in cui il sensus fidei sembra vacillare sotto il peso del compromesso con lo spirito del mondo, il suo magistero si staglia come testimonianza luminosa di un pensiero cristiano radicato nell’essere, animato dalla grazia, orientato alla verità e capace di resistere alla seduzione dell’immanenza assoluta.
La sua azione magisteriale, lungi dall’essere una parentesi repressiva, rappresenta una lezione teologico-filosofica di altissimo profilo, un atto di custodia del mistero cristiano contro ogni riduzione antropologica. Nella storia della Chiesa, tale fermezza non è eccezione, ma fedeltà: la fedeltà al Logos incarnato, la fedeltà alla Tradizione apostolica, la fedeltà al mistero della fede che, anche quando appare scandaloso per la ragione moderna, resta la sola luce capace di dare senso all’uomo e al mondo. […]»
Tratto da D. Trabucco, San Pio X. Il Papa che condannò il modernismo, Rimini, Il Cerchio Editore, 2026, pp. 42-43.
Il libro può essere comprato qui.





















Scrivi un commento