Qualche giorno fa vi è stato un denso e cordiale confronto pubblico tra il professor Daniele Trabucco ed un lettore, Andrea Mondinelli, sulle consacrazioni della Fraternità San Pio X e sullo stato di necessità, confronto che ha poi richiamato l’intervento di don Giuseppe Russo (qui). Andrea Mondinelli mi ha inviato un suo contributo che volentieri e con piacere pubblico.
Ringrazio don Giuseppe Russo per le sue pagine, che hanno il pregio raro di elevare un confronto invece di chiuderlo, e di cogliere, dietro lo scambio con l’amico Daniele Trabucco, una posta che va molto oltre il caso delle consacrazioni. Ringrazio anche lui, Daniele, che in queste settimane mi ha onorato di un dialogo esigente e leale: dissentiamo su non poche cose, e proprio per questo gli devo la gratitudine affettuosa che si deve agli amici veri, quelli con cui si può discutere sul serio senza che ne patisca la stima.
Don Russo osserva, giustamente, che la domanda decisiva non è stabilire chi tra noi due abbia ragione. Sono d’accordo, e vorrei fare un passo nella direzione che egli indica. La questione vera, quella che sta sotto ogni distinzione ecclesiologica e la precede, è di una semplicità che disarma: come si trasmette, oggi, integra la fede ai figli. Non è una questione accademica. È il problema gravissimo e reale che ha davanti ogni padre e ogni madre cattolici, e che nessuno, né l’autorità, né il teologo, né il fedele, può dichiarare illegittimo, perché è il primo dovere che discende dalla fede stessa e di cui ogni genitore cattolico risponderà a Dio nel giorno del Giudizio.
Su questo devo una parola di verità su di me, non per pormi al centro, ma per dichiarare da quale sguardo parlo. Non sono uno studioso accademico, come lo è Trabucco. Sono un padre di famiglia con tre figlie e il grave dovere di consegnare loro intatta la fede ricevuta. Di mestiere sono ingegnere, e la forma mentis dell’ingegnere non gli fa contemplare un problema, glielo fa risolvere: davanti a una struttura che cede, non si chiede se sia elegante discuterne, cerca il modo di farla reggere. Per cercare la soluzione al mio problema ho dovuto studiare ben oltre ciò che il mio stato richiederebbe. Non lo dico per vantarmene, che sarebbe ridicolo, ma per dichiarare la diversità del mio sguardo rispetto a quello degli studiosi: il loro, legittimamente, si volge a comprendere il problema; il mio, per necessità, a risolverlo, perché le mie figlie crescono e la fede va data loro adesso, non quando la teologia avrà sciolto le sue tensioni. Il tempo dei principi è lungo; il tempo dei figli è breve.
E qui vorrei raccogliere ciò che don Russo dice con parole che condivido: che non si deve scegliere tra Tradizione e autorità, tra coscienza e comunione, ma tenerle insieme, nella continuità viva, con umiltà. È vero. Ma quella capacità di tenere insieme ha un nome preciso, che la tradizione conosce bene, e non è un generico equilibrio: è la prudenza, che proprio per questo è la più umana tra le virtù. Non la prudenza nel senso degradato di oggi, l’abilità a schivare i rischi, il non esporsi; ma la prudenza classica, quella di Aristotele e di san Tommaso, la retta ragione dell’agire, la virtù che applica i principi universali all’atto concreto, qui e ora. È la virtù che discerne, nel caso singolo, ciò che va fatto, e per questo è stata detta l’auriga delle virtù, quella che guida e compone le altre.
Nel piccolo, ma grande libro di Marcel De Corte, Della prudenza – la più umana delle virtù – edito da Edizioni Piane – egli mostra una cosa che illumina esattamente il nostro dibattito: che la modernità ha soppiantato la prudenza con la coscienza. All’oggettività della prudenza, che è ragione ordinata al reale, si è sostituita, da Kant in poi, la soggettività della coscienza individuale, eretta a giudice unico del bene e del male. È, nota De Corte, l’origine del caos morale contemporaneo.
Colgo qui l’occasione per sciogliere un equivoco che ha attraversato tutto il confronto con l’amico Trabucco. Egli teme, e non a torto in linea di principio, che appellarsi alla coscienza significhi ergerla a sovrana, a fonte autonoma di autorità. Ma io non chiedo questo, anzi chiedo l’opposto. Non oppongo la coscienza soggettiva alla realtà; invoco la prudenza, che è oggettiva, e che De Corte contrappone precisamente alla coscienza intesa alla maniera moderna. La coscienza di cui parlo, con il cardinale Caffarra che legge Newman, è sovrana solo perché suddita, ambasciatrice e non regina: non crea la norma, la riceve e la applica. È, in una parola, la prudenza in atto. E la prudenza, insegna De Corte, non è esitazione né sospensione: è ragione, fermezza, decisione, rifiuto di ogni soggettivismo. Perciò il tenere insieme di cui parla don Russo, se è prudenza vera e non timidezza, non contempla la tensione: obbliga ad agire. Chi, in nome dell’equilibrio, rimandasse indefinitamente la trasmissione della fede ai figli, sarebbe imprudente, perché la prudenza include il non differire il bene che va fatto ora.
La prudenza, del resto, non lavora da sola: ha le sue virtù ausiliarie. Tra queste il buon senso, che non è il senso spicciolo dei non addetti, ma, nella tradizione tomista che ne ha fatto teologia, una vera virtù al servizio della prudenza, quella che coglie il retto giudizio nelle circostanze ordinarie. E quando le circostanze non sono ordinarie, quando la tempesta rende insufficienti le regole delle acque tranquille, la prudenza dispone di un giudizio superiore, che la tradizione chiama con parola greca gnome: la capacità di risalire ai principi più alti e di discernere quando l’applicazione della norma alla lettera tradirebbe lo spirito della giustizia e il bene che la norma stessa deve servire. Se il buon senso è la guida per navigare in acque tranquille, la gnome è la facoltà che permette di timonare nella tempesta. E la prudenza, con i suoi satelliti, è da sempre la virtù propria di chi governa e in questo caso proprio del padre, colui che regge la sua casa e la ordina al fine: è la virtù di cui ho bisogno, ogni giorno, per il mio compito.
Mi si conceda, a questo punto, di affidare a due immagini ciò che le distinzioni dicono con più fatica. Le offro per ciò che sono, analogie, non dimostrazioni: hanno il valore che hanno, quello di mostrare dove, per un padre, sta il cuore della questione.
La prima riguarda la Tradizione vivente, che don Russo giustamente difende, e che io non ho alcuna intenzione di negare. Ma vivente ha un senso preciso, quello che san Vincenzo di Lérins fissò per sempre: la dottrina progredisce eodem sensu eademque sententia, nello stesso senso e nello stesso significato. E san Vincenzo lo spiegò proprio con l’immagine del corpo che cresce: il bambino che diventa adulto sviluppa le sue membra, ma non gli spuntano quattro gambe e tre braccia, e soprattutto non gli si atrofizza nessun arto. Cresce restando se stesso. Ora, per una coincidenza che fa pensare, il Sacrificio della Messa ha quattro fini, come quattro sono le membra dell’uomo: l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione e l’impetrazione. Se di quei quattro fini due, la propiziazione e l’espiazione, si sono di fatto atrofizzati nella predicazione e nella percezione dei fedeli, come documento nell’appendice in calce al mio intervento, allora domando, senza polemica ma con serietà: si può ancora parlare, in quel punto, di Tradizione vivente? Un corpo che riduce due arti su quattro a moncherini non è un corpo cresciuto: è un corpo mutilato. La vera fedeltà alla Tradizione vivente è custodire i quattro fini e svilupparli insieme, non lasciarne cadere due e chiamare progresso la perdita.
I due fini non più espressi sono soltanto l’esempio più immediato e verificabile di una figura che, nel libro, ricorre su ogni piano della vita della Chiesa, sempre la stessa: la legge conservata nel suo enunciato e il regolamento, cioè l’esercizio che la rendeva operante, ritirato. Sul piano della redenzione, la distinzione tra il suo lato oggettivo, il frutto acquistato da Cristo per tutti, e il suo lato soggettivo, l’applicazione di quel frutto al singolo mediante i sacramenti, non è più tenuta chiara e si tende a dire l’uomo già redento in atto dove occorrerebbe ancora la grazia. Sul piano dei Novissimi, la dottrina del Giudizio, dell’Inferno e del Purgatorio resta scritta nei testi, ma perde il suo peso, e la stessa risurrezione della carne viene riletta in chiave di relazione più che di corpo. Sul piano della Chiesa, l’affermazione che essa è la Chiesa di Cristo diventa il più cauto e ambiguo sussiste in, con una lettura ortodossa possibile e un regolamento pratico che si allenta. In ognuno di questi luoghi la legge è al suo posto, e il suo regolamento è stato tolto; i due fini della Messa sono soltanto il caso in cui questo si tocca con mano più facilmente.
La seconda immagine riguarda la mia domanda concreta, quella di padre. Io devo, necessariamente, affidare le mie figlie alla scuola cattolica, che è la Chiesa, perché non posso insegnare loro da solo la fede intera e i suoi sacramenti: ho bisogno dei maestri, cioè dei sacerdoti e dei vescovi. Immaginiamo però che i titolari delle cattedre, per ragioni che qui non occorre discutere, abbiano smesso di insegnare integralmente la materia. E immaginiamo che si presentino dei supplenti, i quali sanno di essere supplenti, non rivendicano la cattedra, non vogliono rubarla a nessuno, e dichiarano essi stessi che al ritorno dei titolari all’insegnamento si faranno da parte. Il padre, davanti a questi supplenti, vede una via per il suo dovere. Ma chi ha autorità sulla scuola vorrebbe impedire loro di insegnare, perché non titolari, e chiede chi abbia dato loro il diritto di farlo. È, in fondo, la domanda che mi pone con acume l’amico Trabucco. E la risposta del padre è semplice: quando l’insegnamento manca, la cosa che appartiene all’essenza stessa della scuola è che la materia venga trasmessa; e questa materia, per la scuola cattolica, è la fede di sempre. Il diritto canonico dà a tutto ciò un nome, ed è l’ultima parola del suo Codice: salus animarum suprema lex, la salvezza delle anime è la legge suprema, quella che regola tutte le altre, poste al suo servizio.
So bene che l’analogia, come ogni analogia, zoppica se la si preme nei dettagli; non pretendo che regga come una prova. Serve solo a far vedere un punto, uno solo: che la scuola esiste per insegnare, e che difendere la cattedra vuota contro chi vuole insegnare significa anteporre il titolo al fine per cui il titolo esiste.
Resta la domanda più profonda che don Russo pone, e non vorrei aggirarla: che cosa significa essere Chiesa quando si ritiene che essa attraversi una crisi, senza fare della propria lettura della Tradizione un criterio privato, poiché la Tradizione non è proprietà di una parte, né la verità appartiene a uno schieramento. È giusto, e lo sottoscrivo. Ma proprio per questo la posizione che difendo non consiste nell’appropriarsi della Tradizione, bensì nel chiederne il giudizio a chi ha l’autorità di darlo. Chi si fa padrone della Tradizione non domanda che gli venga confermata; chi la riconosce come deposito comune, e non come possesso proprio, ne invoca il giudizio dalla Chiesa e lo attende. È ciò che la Fraternità ha fatto rimettendo al Santo Padre, il 14 maggio scorso, una semplice Dichiarazione di Fede: non l’ha proclamata come propria misura, ma l’ha sottoposta al giudizio del Papa, chiedendo di essere corretta se in errore. Quella Dichiarazione attende ancora una risposta. E qui l’umiltà teologica che don Russo giustamente invoca mostra il suo vero volto: umile non è chi sospende il giudizio e si acquieta nella tensione, ma chi sottopone la propria fede al giudizio della Chiesa e insieme non viene meno al proprio dovere. La vera umiltà non è tacere la domanda: è porla, e attenderne la risposta senza per questo sospendere ciò che il dovere esige. Attendere il giudizio della Chiesa sulla dottrina non significa restare inerti davanti ai figli che crescono: si attende la parola sull’una, e intanto si compie ciò che l’altra domanda, perché il dovere di trasmettere la fede non conosce rinvii. Chi attende senza agire tradirebbe i figli in nome della pazienza; chi agisce senza attendere si farebbe arbitro della Tradizione. La prudenza le tiene insieme: sottomette al giudizio ciò che fa, e non rimanda ciò che deve.
Vengo così alla conclusione, che è anche la ragione per cui queste righe non vogliono chiudere nulla, ma aprire. Credo che, al di là delle nostre diverse posizioni, tutti desideriamo la stessa cosa: che la fede giunga integra ai piccoli e all’uomo comune. Lo desidera don Russo, lo desidera Trabucco, lo desidera l’autorità, lo desidero io. E allora la domanda con cui ho congedato il mio caro amico Daniele non è un colpo polemico, ma una richiesta che ci accomuna e che rivolgo a tutti, con il cuore di un padre prima che con la mente di chi discute: che cosa proponiamo, concretamente, perché a quei bambini la fede giunga integra, oggi, mentre crescono? Quale parrocchia, quale diocesi, quale realtà può garantirne nel tempo la piena ortodossia di un corpo che cresce in modo armonico?
Non è una domanda retorica. È la domanda da cui è nato il mio studio e alla quale desidero, con tutto me stesso, che qualcuno sappia rispondere. Perché il giorno in cui quella risposta ci fosse data, e un padre potesse trovare con certezza, nei canali ordinari, la fede integra da consegnare ai figli, quel giorno lo stato di necessità, che oggi constato con dolore, sarebbe finito. E nessuno ne sarebbe più lieto di me.
Con gratitudine a don Russo, e con affetto a Daniele,
Andrea Mondinelli
APPENDICE
I quattro fini della Messa e la loro espressione nella forma del rito
A chiarimento dell’analogia vincentiana proposta nel testo, conviene richiamare il quadro dottrinale, assumendo come termine di paragone l’enciclica Mediator Dei di Pio XII (20 novembre 1947), interamente dedicata alla natura della sacra liturgia.
I quattro fini del Sacrificio eucaristico in Mediator Dei
Pio XII insegna che la Messa, riattualizzazione incruenta del Sacrificio della Croce, ne possiede i medesimi quattro fini: latreutico, cioè di adorazione e lode alla maestà divina; eucaristico, di rendimento di grazie; propiziatorio, di espiazione e riparazione dei peccati mediante l’offerta al Padre della stessa Vittima del Calvario; impetratorio, di domanda e intercessione per ogni bene necessario alla salvezza dell’anima e del corpo, viventi e defunti compresi. Sono i quattro fini che la dottrina cattolica ha sempre attribuito al Sacrificio.
Ciò che la forma pubblica esprime, e ciò che tace
La constatazione che qui si propone non riguarda la dottrina, che resta, né l’intenzione del legislatore, che non giudico, ma un dato verificabile: che cosa la forma pubblica del rito esprime da sé, per la sola forza delle parole.
Nella Lettera apostolica Desiderio desideravi (2022), che espone la ratio teologica della riforma, non compaiono i termini propiziazione, espiazione, riparazione, soddisfazione, in senso teologico, né giustizia divina o penitenza in senso sacrificale; la parola peccato ricorre solo in rapporto all’atto penitenziale e al Battesimo, mai come fine del Sacrificio. Parimenti non vi compaiono suffragio, Purgatorio, anime dei defunti in relazione alla Messa; la dimensione ultima è ricondotta all’attesa del ritorno del Signore, senza riferimento all’intercessione per i defunti. Sono assenze verificabili parola per parola, non impressioni.
Poiché Traditionis custodes (2021) ha stabilito che i libri riformati sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano, ne segue che la forma pubblica e ordinaria della preghiera della Chiesa non dichiara più, da sé, i fini propiziatorio e impetratorio, e che il fedele che segue quel rito non è più posto in condizione di pregarli per la sola forza delle parole. La dottrina dei quattro fini permane nei manuali; ma due di essi non sono più espressi nella forma pubblica. E per la legge antica che lega la preghiera alla fede, una lex orandi che tace due fini prepara una lex credendi che li dimentica. Secondo la norma di san Vincenzo di Lérins, lo sviluppo autentico conserva tutte le membra e le fa crescere insieme, eodem sensu eademque sententia; qui, nella forma, due di quelle membra non sono più espresse.
Una scena, per spiegare ciò che si intende con la forza delle parole
Poiché nei sacramenti la forma non è un ornamento esteriore ma parte costitutiva del segno, conviene un’immagine. Si pensi a due scene in cui un uomo chiede una donna in sposa. Nella prima è in abito, con un ginocchio a terra e lo sguardo rivolto a lei sola: la domanda è grave, e la scena, da sé, dice che cosa egli voglia. Nella seconda pronuncia le identiche parole, ma in tenuta dimessa e con distrazione: le parole sono le medesime, eppure ciò che la scena dice, per la sola forza di ciò che si vede e si ode, non è più univoco, e per sapere che cosa egli intenda davvero le sue parole non bastano più, bisogna chiederlo a lui. Non si guardi qui l’animo dei due, che a nessuno è dato scrutare, ma soltanto ciò che ciascuna scena afferma per la forza del suo tenore.
Portata all’altare, la scena dà il punto. Nel rito antico la forma dell’offertorio dichiara da sé il fine propiziatorio, l’ostia immacolata offerta in espiazione per i vivi e per i defunti, e non occorre chiedere al sacerdote che cosa intenda, perché la forma lo dichiara per lui. Nel rito riformato le parole in gran parte restano, ma la forma non afferma più quel fine con la stessa forza, e si muove nel registro del ringraziamento; sicché, per sapere se quel Sacrificio è offerto nei suoi quattro fini, non basta più guardare il rito, occorre conoscere l’intenzione del celebrante. Il fine, prima garantito dalla forma pubblica, viene così rimesso al foro interno del ministro, che il fedele non vede né può verificare.
Vi è poi la circostanza aggravante: la seconda maniera è oggi ritenuta l’unica ordinaria, e la prima trattata come superata; e molti fedeli non sanno più che la prima sia mai esistita, sì che manca loro il termine di paragone per avvertire ciò che non è più espresso. Chi non ha mai veduto la prima scena finisce per credere che la seconda sia il solo modo in cui la domanda si possa fare.
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