Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

Giovanni Paolo II

 

Puntata n. 28 – L’uomo nuovo in Cristo (IV)

Il fondamento oggettivo del cambiamento

Usando i termini del Catechismo, allora, possiamo dire che il “fondamento oggettivo” del “cambiamento della persona”, operato da Cristo, è il Battesimo con i suoi due effetti: la “Grazia santificante” e il “Carattere battesimale”.

L’intervento di un carisma incontrato attraverso una persona e una comunità, radunata dalla forza persuasiva di quel carisma “destano dal sonno”, favorendo una nuova consapevolezza del valore “oggettivo” del Battesimo, offrendo le condizioni per fare esperienza “soggettiva” quotidiana, per compiere una verifica tangibile dei frutti della fede.

E quali sono i frutti della Fede? Cerchiamo di individuare i principali. Alcuni di questi frutti si sviluppano nella persona in vista del proprio “cambiamento”, della sua piena maturazione; altri si sviluppano nella persona in vista delle sue “relazioni” con gli altri e in particolare nella comunità.

  1. La visibilità del cambiamento della persona

Il cambiamento ai miei stessi occhi. Io incomincio ad accorgermi del cambiamento che accade in me, in conseguenza della sequela di Cristo, guidata dal carisma. L’esperienza del cambiare del mio animo, del mio modo di giudicare e di comportarmi è riconoscibile ai miei stessi occhi, come qualcosa che il carisma, le parole ascoltate e i gesti vissuti, tendono a trasmettermi e a fissare nella mia mente e nella mia sensibilità. L’esperienza del cambiamento, più che frutto di uno sforzo per produrlo (“volontarismo”), è frutto di una Grazia che si comunica attraverso dei canali oggettivi (preghiera, lettura, studio, Sacramenti, vita della comunità, missione). Dal punto di vista dell’esperienza, essa è percepita a somiglianza dell’accadere di un miracolo, di un dono. È da questa esperienza che nasce la gratitudine per i miracoli che il Signore compie nella nostra vita. Che io incominci a concepirmi come donato a me stesso dal Signore, che questo mi renda libero dai miei intrighi è un vero e proprio “miracolo interiore”.

Il cambiamento agli occhi degli altri. Ma non c’è avvenimento interiore che non produca degli effetti esteriori, visibili, riconoscibili anche dagli altri. E questi sono riscontrabili nei cambiamenti degli atteggiamenti, del modo parlare, di giudicare, di organizzare l’uso del tempo e del denaro, dalle abitudini di vita quotidiana. E in ultima analisi anche da un diverso umore nell’affrontare il lavoro e la giornata: quando uno è in pace con se stesso si vede. E la spiegazione di questa pacificazione con se stessi, di questa unità nella propria persona è Cristo e noi lo sappiamo e gli altri lo sanno. Anche se possono istintivamente ribellarsi a questa spiegazione non possono negare il fatto del cambiamento di vita di chi ha incontrato Cristo attraverso quel carisma. Bisogna mettersi bene in mente che questi frutti vengono dalla Grazia e non da uno sforzo artificiale di ostentarli agli occhi degli altri per sembrare migliori. L’ostentazione, al contrario, produce solo un odioso farisaismo che desta in chi lo vede una profonda antipatia verso Cristo e la Chiesa, oltre che verso chi si comporta in tal modo.

«Ora, invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione» (Rm 6,22).

«Il frutto dello Spirito, invece, è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, dominio di sé» (Gal 5,22).

  1. La visibilità del cambiamento dei rapporti

La comunione. Il secondo frutto di cambiamento della persona è riconoscibile a livello dei rapporti umani, anzitutto all’interno della comunità cristiana, e poi all’esterno. Se io ho una concezione vera della mia identità cristiana e quindi anche della tua, è inevitabile che, almeno a livello di desiderio, io cerchi di guardarti e di trattarti in modo diverso.

A mano a mano che comincio a scoprire la verità della vita, mi lascio educare a questo e tu cominci a starmi a cuore perché sei voluto, amato e salvato come me e perché mi rendi presente Cristo. Questo significa che ti amo in Cristo: anche se dovessi in futuro farti torto, se recupero questo modo di guardarti perché sei di Cristo, io ritrovo l’amore verso di te; tu sei importante per me e io per te perché ci doniamo la presenza del Signore. È Lui che ci regala la nostra reciproca affezione, è Lui il centro che ci unisce.

Tutto questo, per quanto noi abbiamo limiti e difetti, là dove è richiamato e vissuto con un minimo di sincero desiderio, là dove è domandato al Signore, comincia ad accadere, come per miracolo e si vede, si gusta. E se nascono delle difficoltà queste possono essere vissute come un’occasione che il Signore ci dà per maturare, per dare più credito a Lui che non alle nostre meschinità.

La storia ci conferma che là dove c’è un carisma vivo, là dove c’è un fondatore, un santo, il fenomeno della comunione tra coloro che sono uniti da questo avvenimento rinasce per opera dello Spirito Santo e la Chiesa risorge in tutta la sua bellezza e verità, come accadde la prima volta.

«La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32).

Questa oggettiva visibilità del cambiamento – come le guarigioni che operava Gesù, che si vedevano – che si vede accadere in una persona quando incontra una comunità cristiana destata da un carisma vivo, che si vede nei rapporti tra coloro che sono accomunati da questo tipo di esperienza e che si manifesta come presenza socialmente riscontrabile negli ambienti sia di lavoro che di altro tipo, della comunità cristiana visibile, questo cambiamento visibile, in tutti i suoi aspetti, è il più tangibile motivo di credibilità, storico della Chiesa. A poco serve l’apologetica teorica senza questa apologetica storica, nei fatti.

Missione e cultura. La “missione” altro non è, per chi vive in questo modo l’esperienza cristiana, che “essere se stessi” in ogni luogo e ambiente. Quando mi è accaduto qualcosa di grande come faccio a non dirlo? Anzi, a volte traspare al punto tale che altri chiedono: che cosa ti è capitato?

La “cultura” poi significa che questo modo di vivere il cambiamento nella persona, nei rapporti e nell’ambiente non è lasciato all’improvvisazione, ma si dà degli strumenti adeguati di formazione e di espressione comunicativa di una mentalità e di una civiltà.

Occorrono strumenti educativi ed espressivi del modo di pensare e di vivere propri dell’esperienza cristiana. Questa esperienza non è un fatto privato e individuale, perché se così la si intendesse non si rispetterebbe la grande Legge dell’Incarnazione, che significa visibilità, dimensione pubblica, incontrabile e identificabile, riconoscibile.

«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Giovanni Paolo II, Discorso al Meic, 16 gennaio 1982).

Vale la pena, a questo punto, fare qualche considerazione su questo aspetto della “fede che diviene cultura”, perché è parte integrante dell’esperienza cristiana. La cultura non è delegabile ai soli studiosi, perché alla sua origine non si riduce solo allo studio, anche se dello studio può e deve servirsi.

Cultura cristiana significa anzitutto:

  1. a) riflessione sulla propria esperienza: posso dire che la mia fede è divenuta cultura quando ho una “consapevolezza” e una “mentalità” che scaturisce dalla mia esperienza di fede personale e comunitaria;
  2. b) capacità di “rendere conto” della propria fede: la nostra adesione alla fede non è fideistica, cioè un atto emotivo senza ragioni, ma un “giudizio” sostenuto da un’affettività liberamente esercitata.

C’è una “convenienza umana”, ci sono delle “ragioni”, c’è una “verifica” nell’esperienza a comprova della bontà dell’atto di fede;

  1. c) capacità di “giudicare i fatti” della storia a partire dall’esperienza che si vive e dalla tradizione cristiana alla quale si appartiene;
  2. d) capacità di “elaborare” anche teoricamente una concezione dell’uomo e della realtà che corrisponda all’esperienza che si vive: a questo livello si colloca la dimensione dello studio;
  3. e) capacità di “organizzare” anche la “vita materiale” in ordine a quella concezione dell’uomo e del suo rapporto con Dio, in funzione della piena vivibilità dell’esperienza cristiana; quando questo livello di organizzazione della vita materiale assume una dimensione socialmente e storicamente rilevante la cultura ha creato una civiltà, una cristianità.
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