Card. Angelo Scola
Card. Angelo Scola

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il cardinale Angelo Scola ha implicitamente avvertito che un’eccessiva sottolineatura posta dalla Chiesa sulla sinodalità rischia di trasformarsi in un “parlamento”, se questo metodo non rimane radicato nella comunione ecclesiale, pur sottolineando che il metodo sinodale in sé «non dovrebbe essere eliminato».

Il cardinale Angelo Scola ha reso queste affermazioni in un’intervista di presentazione della nuova edizione di Communio per la Svizzera italiana. Tale presentazione è stata l’occasione per un’intervista che ripercorre la storia e il significato della rivista, fondata negli anni Settanta da un sodalizio teologico di personalità di prima grandezza.

Sinodalità e comunione: un legame indissolubile 

Il tema più urgente e attuale affrontato nell’intervista riguarda proprio il rapporto tra sinodalità e comunione, oggi al centro del dibattito ecclesiale. Ricordiamo che qualche giorno fa ha fatto molto scalpore la Lettera aperta pubblicata dal vescovo Rob Mutsaert e indirizzata a Papa Leone XIV, il cui oggetto sono proprio i rischi che una sinodalità incentrata e assorbita da «processi» e «strutture» porti a mettere in secondo piano, o addirittura a oscurare, il mandato fondamentale di Gesù Cristo: annunciare il Vangelo e invitare alla conversione.

La Lettera aperta, molto interessante e toccante, la potete leggere qui.

L’intervistato è netto: la nuova edizione di Communio non solo può, ma deve contribuire al processo comunionale-sinodale, perché altrimenti «non ha futuro». Nella sua visione, la comunione è la sorgente da cui la sinodalità, intesa come metodo, deve attingere per essere davvero feconda. Senza questa origine, avverte, il rischio concreto è che la sinodalità si riduca a un «parlamento», perdendo la sua natura più profonda. 

«È corretto. La sinodalità è un metodo che, come dice la parola, racchiude in sé tutte le possibilità che può esprimere. Questo aspetto non va eliminato, ma va presentato in modo tale che il lettore che si accosta a Communio trovi una proposta affascinante e sostanziale. Sostanziale – dico! – così da affascinare la persona», ha affermato il Card. Scola.

Le origini: un’amicizia tra giganti della teologia 

Ripercorrendo la nascita di Communio, l’intervistato racconta come l’edizione italiana – tra i cui fondatori figurava, insieme al vescovo di Lugano Eugenio Corecco – riuscì a trovare posto accanto ai grandi nomi che avevano ideato il progetto: Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e Joseph Ratzinger. Con understatement, descrive il gruppo italiano come dei «nani rispetto agli altri collaboratori», ma capaci di un attaccamento e di una stima tali da conquistare la disponibilità di quei maestri. La spiegazione che offre è quasi un principio generale: chi è davvero geniale «si apre a tutto, non sta a guardare». 

La vocazione italiana e il peso della teologia 

L’edizione italiana, nata nel 1972 insieme a quella tedesca, ha avuto secondo l’intervistato un compito preciso all’interno del mosaico internazionale di Communio – una famiglia di edizioni cresciuta poi fino a comprendere Stati Uniti, Polonia, Ucraina, Lituania, Argentina e Ruanda: mostrare la capacità della teologia italiana di incidere realmente sul dibattito. Un contributo sostenuto da due fattori, spiega: la consapevolezza della portata storica del momento e l’attualità del richiamo alla base dell’iniziativa, che permise alla giovane rivista di non soffrire complessi di inferiorità. 

Liberare la fede dagli “strati sclerotizzati” 

Riprendendo un’espressione usata dal giovane Ratzinger nel 1962, l’intervista si interroga su quali “incrostazioni” gravino oggi sul cuore della fede. La risposta individua due nodi: una concezione della vita cristiana generosa ma passiva, incapace di sviluppare la propria creatività; e un rapporto con i livelli ultimi del progetto cristiano appesantito da tentativi vani. Superare questi ostacoli, secondo l’intervistato, è ciò che può restituire a Communio un ruolo vivo nel dibattito teologico. 

Comunione tra unità e diversità 

Interrogato infine sul senso della comunione ecclesiale, l’intervistato la colloca non nella semplice constatazione dei dati acquisiti, ma nella capacità di puntare a un “di più”: un’intuizione che, a suo giudizio, la prima fase di Communio è riuscita a incarnare, mettendo in luce con semplicità la bellezza di una Chiesa sinodale e comunionale.

 

 

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