Mgr_lefebvre
Mgr_Marcel lefebvre

 

 

di Giuseppe Russo

 

Ci sono questioni ecclesiali che, con il passare degli anni, invece di esaurirsi sembrano diventare ancora più complesse. Non necessariamente perché manchino le risposte, ma perché le risposte troppo semplici rischiano di non rendere ragione della complessità della realtà ecclesiale.

La vicenda della Fraternità Sacerdotale San Pio X e, in particolare, delle consacrazioni episcopali compiute da mons. Marcel Lefebvre nel 1988 appartiene certamente a questa categoria.

La riflessione che propongo nasce da un confronto che ho avuto con due studiosi, Andrea M. e Daniele Trabucco, uno degli autori di questo blog, ai quali avevo sottoposto alcune domande proprio sulla vicenda Lefebvre e sulle questioni teologiche ed ecclesiologiche che essa porta con sé.

Le loro risposte sono state differenti per impostazione e sensibilità, ma proprio per questo, a mio avviso, particolarmente interessanti. Il loro confronto non mi ha offerto semplicemente una risposta da scegliere, ma mi ha spinto a pormi una domanda ulteriore.

Nel dialogo tra i due emergevano infatti questioni che vanno ben oltre il caso storico delle consacrazioni episcopali del 1988: il rapporto tra validità sacramentale e liceità, il significato della necessità, il rapporto tra coscienza e autorità, la natura della comunione ecclesiale, il valore della Tradizione e il significato concreto del primato del Romano Pontefice.

È proprio da qui che nasce questa mia riflessione.

Non intendo riproporre l’intervista né stabilire chi, tra i due studiosi, abbia semplicemente «ragione». Mi interessa piuttosto raccogliere le domande emerse dal loro confronto e provare a svilupparle personalmente.

Perché, in fondo, la questione è molto più ampia di Lefebvre.

La domanda che mi sembra decisiva è questa:

Che cosa accade quando una situazione che viene percepita come di grave necessità entra in tensione con la struttura ordinaria della Chiesa?

Il primo equivoco: validità e liceità

Il primo punto sul quale occorre fare chiarezza è la distinzione tra validità sacramentale e liceità.

Non sono la stessa cosa.

La validità riguarda l’effettiva realtà sacramentale dell’atto; la liceità riguarda invece la sua conformità all’ordinamento della Chiesa.

La distinzione è fondamentale perché impedisce di ricorrere a una conclusione troppo facile: se un sacramento è valido, allora tutto ciò che lo riguarda sarebbe automaticamente legittimo.

Non è così.

Nel caso delle consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988, il problema posto dalla Santa Sede non riguardava semplicemente la realtà sacramentale dell’ordinazione, ma la sua legittimità ecclesiale e il rapporto dell’atto con l’autorità del Romano Pontefice. Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Ecclesia Dei, in forma di Motu proprio 2 luglio 1988, definì infatti quell’atto una disobbedienza al Romano Pontefice «in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa», collegandolo direttamente alla successione apostolica e al primato romano (Ecclesia Dei, 2 luglio 1988, n. 3).

Anche il Codice di diritto canonico stabilisce esplicitamente: «A nessun Vescovo è lecito consacrare un altro Vescovo, se prima non consta del mandato pontificio» (CIC, can. 1013).

Questo dato è essenziale.

Ma non basta, da solo, a esaurire la questione.

Perché proprio qui comincia il problema teologico più interessante.

Quando la necessità diventa una categoria ecclesiale?

Nel confronto tra Andrea e Trabucco, uno dei temi che maggiormente mi ha fatto riflettere è quello della necessità.

La necessità è una categoria reale nella vita della Chiesa. Non possiamo immaginare l’esistenza ecclesiale come se fosse sempre collocata in condizioni ordinarie e perfettamente prevedibili.

La storia della Chiesa conosce persecuzioni, emergenze, situazioni eccezionali, assenze di ministri, impedimenti e circostanze nelle quali l’applicazione di una norma deve essere valutata tenendo conto della concreta situazione delle persone e della salvezza delle anime.

Ma proprio per questo la necessità è una categoria estremamente delicata.

Perché una cosa è riconoscere che possono esistere situazioni straordinarie; altra cosa è stabilire chi abbia l’autorità di dichiarare che una determinata situazione costituisce realmente una necessità tale da permettere di agire oltre l’ordinamento ordinario della Chiesa.

Ed è qui che, a mio avviso, il problema diventa veramente ecclesiologico.

Se infatti ogni soggetto potesse stabilire autonomamente che una situazione è diventata sufficientemente grave da consentirgli di oltrepassare l’autorità ecclesiale, la necessità rischierebbe di trasformarsi da criterio oggettivo in una giustificazione soggettiva.

In altre parole:

la necessità può spiegare perché qualcuno ritenga di dover agire; ma può automaticamente conferire anche l’autorità per agire?

Questa è una domanda molto più difficile.

La coscienza e il limite dell’autonomia

Qui entra in gioco la coscienza.

È evidente che la coscienza cristiana non può essere trattata come qualcosa di irrilevante. Un uomo può trovarsi davanti a ciò che considera una grave lesione della verità e sentirsi moralmente obbligato a reagire.

Ma la coscienza cattolica non è una realtà isolata.

Non è sufficiente dire: «Io sono convinto che questa sia la Tradizione».

Occorre anche domandarsi: in quale Chiesa questa Tradizione vive?

Questo è, a mio avviso, uno dei nodi fondamentali.

La coscienza può riconoscere un problema, può denunciare un errore, può persino entrare in conflitto con una determinata decisione disciplinare. Ma non può trasformarsi automaticamente in una nuova fonte autonoma dell’autorità ecclesiale.

Altrimenti si corre il rischio di costruire, magari senza volerlo, una sorta di Chiesa parallela della coscienza individuale.

E questo problema non riguarda soltanto il caso Lefebvre.

Riguarda ogni situazione nella quale un gruppo o un singolo ritenga di poter stabilire che la propria interpretazione della Tradizione sia sufficiente a legittimare una separazione dall’ordine ecclesiale.

Il vescovo non è una realtà isolata

Qui arriviamo a un altro punto decisivo.

Il vescovo non è semplicemente colui che possiede il sacramento dell’Ordine nella sua pienezza.

È un uomo inserito nella struttura della Chiesa.

L’episcopato appartiene alla successione apostolica e il suo esercizio non può essere separato dalla comunione ecclesiale.

È significativo che Giovanni Paolo II, nel 1988, abbia collegato precisamente la questione delle consacrazioni episcopali alla successione apostolica e all’unità della Chiesa (Ecclesia Dei, n. 3).

Questo aiuta a comprendere perché il mandato pontificio non possa essere interpretato come una semplice formalità amministrativa.

Dietro quella richiesta c’è una concezione dell’episcopato.

Il vescovo non riceve semplicemente una capacità sacramentale da esercitare individualmente nella Chiesa. Il suo ministero appartiene a una Chiesa concreta, nella quale esistono una comunione, un ordine e una responsabilità ecclesiale.

È questo che rende particolarmente delicata ogni consacrazione episcopale compiuta contro la volontà del Romano Pontefice.

Ma la Chiesa non è soltanto diritto

A questo punto, tuttavia, occorre evitare l’errore opposto.

Non possiamo pensare che la Chiesa sia semplicemente un ordinamento giuridico nel quale ogni problema possa essere risolto citando una norma.

La Chiesa è mistero.

È Corpo di Cristo.

È comunione.

È sacramento.

È Tradizione viva.

Per questo comprendere una situazione ecclesiale significa anche comprenderne la storia, le motivazioni, le sofferenze e le convinzioni che l’hanno prodotta.

Ed è proprio qui che il confronto tra Andrea e Trabucco mi è sembrato particolarmente fecondo.

Non perché il loro dialogo conduca necessariamente a una conclusione unica, ma perché mostra quanto sia difficile tenere insieme dimensioni che troppo spesso vengono separate.

Da una parte la necessità dell’autorità.

Dall’altra la responsabilità della coscienza.

Da una parte la fedeltà alla Tradizione.

Dall’altra la comunione ecclesiale.

Da una parte la concretezza della crisi.

Dall’altra la struttura visibile della Chiesa.

Il vero problema teologico nasce proprio nel momento in cui queste realtà entrano in tensione.

 

Comprendere non significa giustificare

Credo che questo sia un principio importante anche nel modo di affrontare la vicenda Lefebvre.

Comprendere perché un uomo abbia agito in un determinato modo non significa necessariamente approvare il suo comportamento.

Possiamo comprendere la convinzione di Lefebvre di trovarsi davanti a una situazione ecclesiale estremamente grave.

Possiamo comprendere la sua preoccupazione per la conservazione della Tradizione.

Possiamo comprendere anche il timore che, senza nuovi vescovi, la Fraternità potesse trovarsi privata di una continuità sacramentale.

Ma comprendere queste motivazioni non significa aver già risolto la questione della loro legittimità ecclesiale.

Ed è precisamente qui che la distinzione tra motivazione, responsabilità e legittimità diventa importante.

Una persona può essere sinceramente convinta di agire per il bene della Chiesa e, nello stesso tempo, compiere un atto che la Chiesa considera gravemente contrario alla comunione.

Le due cose non si escludono necessariamente.

Il caso Lefebvre non può essere ridotto a uno slogan

Per questo continuo a ritenere insufficiente la domanda:

«Lefebvre aveva ragione o aveva torto?»

È una domanda comprensibile, ma troppo povera.

La vicenda è molto più complessa.

Lefebvre riteneva di dover custodire ciò che considerava essenziale della Tradizione cattolica.

La Santa Sede riteneva invece che il modo scelto per farlo avesse compromesso l’unità ecclesiale.

Giovanni Paolo II non ignorò nemmeno le legittime aspirazioni di coloro che erano legati alle precedenti forme liturgiche della tradizione latina. Nella stessa Ecclesia Dei dichiarò infatti la volontà di facilitare la loro comunione ecclesiale, consentendo loro di conservare le proprie tradizioni spirituali e liturgiche (Ecclesia Dei, n. 6).

Questo particolare è importante.

Perché dimostra che, almeno nella prospettiva espressa dalla Santa Sede, Tradizione e comunione non dovevano necessariamente essere poste l’una contro l’altra.

Il problema nasceva quando la difesa della Tradizione veniva trasformata in una posizione incompatibile con la comunione ecclesiale.

La Tradizione non è un museo

Ed eccoci forse al punto più profondo.

Che cosa significa essere fedeli alla Tradizione?

La risposta non può essere semplicemente: conservare tutto ciò che appartiene al passato.

La Tradizione cattolica è una realtà viva.

Essa nasce dagli Apostoli e cresce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo. È precisamente questa la prospettiva richiamata da Giovanni Paolo II nella Ecclesia Dei, quando critica una concezione della Tradizione che non tenga conto del suo carattere vivo. Il riferimento esplicito è a Dei Verbum 8, secondo cui la Tradizione «progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo» (Ecclesia Dei, n. 4; cfr. Concilio Vaticano II, Dei Verbum, n. 8).

Questo non significa che ogni novità sia buona.

Non significa che ogni cambiamento sia automaticamente sviluppo.

E non significa nemmeno che ciò che è antico sia necessariamente autentico.

Significa piuttosto che la Tradizione non vive fuori dalla Chiesa.

E questa affermazione, per me, è decisiva.

La domanda non è soltanto:

«Che cosa dobbiamo conservare?»

È anche:

«Chi ha ricevuto nella Chiesa la responsabilità di custodire, interpretare e trasmettere ciò che abbiamo ricevuto?»

Tradizione e autorità non possono essere semplicemente contrapposte

Giovanni Paolo II, nel 1988, fu molto netto su questo punto: una concezione della Tradizione che si opponga al Magistero universale della Chiesa diventa contraddittoria; non si può, nella sua prospettiva, pretendere di rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con il Successore di Pietro (Ecclesia Dei, n. 4).

È una posizione forte.

Ma proprio per questo merita di essere presa sul serio.

Non significa che ogni decisione disciplinare del Papa sia per ciò stesso una definizione dogmatica.

Non significa che nella Chiesa non possano esistere discussioni, critiche, richieste di chiarimento o persino sofferenze davanti a determinate scelte.

Significa qualcosa di più preciso: la critica ecclesiale non può trasformarsi automaticamente in un principio alternativo di comunione.

Altrimenti il problema non sarebbe più soltanto una controversia su una questione liturgica o disciplinare.

Diventerebbe una questione sulla natura stessa della Chiesa.

Una questione che non appartiene soltanto al passato

E forse è proprio per questo che il tema è tornato di attualità.

Il 2 luglio 2026 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato una Nota esplicativa relativa alle recenti consacrazioni episcopali celebrate senza mandato pontificio e contro la volontà del Santo Padre. Il Dicastero ha ritenuto che tale atto abbia configurato «il delitto di scisma», richiamando espressamente quanto già dichiarato da Giovanni Paolo II nel 1988 (Nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede, 2 luglio 2026). 

Nello stesso giorno il Dicastero ha pubblicato anche un Decreto relativo alla consacrazione episcopale di quattro presbiteri senza mandato pontificio e contro la volontà del Romano Pontefice, richiamando i canoni 1387 e 1364 § 1 del Codice di diritto canonico (Decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede, 2 luglio 2026).

Il dato è importante non soltanto per la cronaca ecclesiale.

Ci ricorda che il problema posto nel 1988 non è rimasto confinato alla storia.

La domanda continua a essere presente.

E allora dobbiamo chiederci nuovamente: come deve comportarsi un cattolico quando ritiene che nella Chiesa esista una crisi grave?

Può denunciare ciò che ritiene erroneo.

Può chiedere chiarimenti.

Può difendere ciò che considera parte della Tradizione.

Può manifestare la propria sofferenza.

Ma rimane una questione alla quale non possiamo sottrarci:

come custodire la verità senza spezzare la comunione?

Né progressismo né tradizionalismo possono offrire da soli la risposta

A questo punto credo che la vicenda Lefebvre possa insegnarci qualcosa che va oltre Lefebvre.

Dovrebbe metterci in guardia da due tentazioni opposte.

La prima è quella di identificare la Tradizione con una sorta di museo del passato, come se essere cattolici significasse semplicemente riprodurre ciò che è stato.

La seconda è quella di considerare superato tutto ciò che appartiene al passato semplicemente perché appartiene al passato.

Entrambe le posizioni sono insufficienti.

La Chiesa non vive né di pura conservazione né di puro cambiamento.

Vive di continuità.

Una continuità viva, nella quale ciò che è stato ricevuto viene custodito, approfondito e trasmesso.

È questa, forse, la vera difficoltà.

Perché la continuità non soddisfa facilmente gli schieramenti.

Non offre al tradizionalista la certezza che nulla debba mai cambiare.

Ma non offre nemmeno al progressista la possibilità di considerare il passato come qualcosa che possa essere semplicemente superato.

Chiede invece un lavoro molto più difficile: discernere ciò che è autenticamente sviluppo da ciò che è rottura, e ciò che è autentica Tradizione da ciò che è soltanto abitudine o nostalgia.

La domanda che rimane

Torno allora al punto dal quale sono partito: al confronto con Andrea e Trabucco.

La cosa più interessante che quel confronto mi ha lasciato non è una risposta definitiva.

È una domanda.

E forse è proprio questa la funzione migliore di un confronto teologico serio: non chiudere troppo rapidamente una questione, ma costringerci a pensarla meglio.

La domanda è:

che cosa significa essere Chiesa quando si ritiene che la Chiesa stia attraversando una crisi?

È la domanda che sta dietro la vicenda Lefebvre.

Ma è anche una domanda che può riguardare ogni epoca.

Perché ogni generazione cristiana può trovarsi davanti alla tentazione di pensare che la propria lettura della Tradizione sia l’unica capace di salvaguardare la fede.

Ed è qui che occorre forse una grande umiltà teologica.

La Tradizione non è proprietà di una parte della Chiesa.

La verità non appartiene a uno schieramento.

E la comunione non è un elemento accessorio della fede cattolica.

Per questo non credo che la risposta possa consistere semplicemente nello scegliere tra Tradizione e autorità, tra coscienza e obbedienza, tra sacramento e comunione.

Il compito cattolico è molto più difficile: tenere insieme ciò che appartiene alla medesima realtà ecclesiale.

Il sacramento senza la comunione rischia di essere pensato come una realtà isolata.

La Tradizione senza la Chiesa rischia di diventare un criterio privato.

L’autorità senza la verità rischia di ridursi a puro potere.

La coscienza senza la comunione rischia di diventare un principio individuale.

La Chiesa, invece, ci chiede di non scegliere troppo facilmente.

Ci chiede di stare dentro la tensione: cercare la verità senza perdere la comunione, custodire la Tradizione senza trasformarla in un museo, esercitare la coscienza senza trasformarla in un’autorità alternativa e riconoscere le crisi senza pensare che ogni crisi autorizzi automaticamente a costruire una soluzione separata. È difficile. Ma forse è proprio qui che si misura la maturità della riflessione ecclesiale.

La vicenda Lefebvre continua a interrogarci non soltanto perché ci chiede da che parte stare.

Ci chiede qualcosa di più esigente: che cosa significa, davvero, essere cattolici quando riteniamo che la Chiesa stia attraversando una crisi?

Ed è una domanda alla quale, forse, vale la pena rispondere non con uno slogan, ma con tutta la serietà della teologia.

 


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