di Giuseppe Russo
Forse è questa la domanda dalla quale occorre ripartire davanti alla crisi della Chiesa contemporanea:
Chi sei, Chiesa?
Non: che cosa devi fare?
Non: come devi aggiornarti?
Non: quale linguaggio devi adottare per parlare al mondo?
E neppure: devi essere più progressista o più tradizionalista?
Chi sei?
La domanda cambia tutto. Perché non riguarda anzitutto ciò che la Chiesa deve diventare, ma ciò che la Chiesa è.
Se chiediamo alla Chiesa che cosa deve essere, rischiamo di trasformare la sua identità nel risultato delle nostre strategie pastorali, delle nostre sensibilità culturali e delle nostre iniziative. Se invece le chiediamo chi è, siamo costretti a riconoscere che la sua identità non se la dà da sé.
La Chiesa non si inventa. La Chiesa riceve la propria origine da Cristo.
Vive nella storia, ma non nasce dalla storia. Parla agli uomini di ogni epoca, ma non riceve dalla cultura di ogni epoca la propria identità. Attraversa i secoli, ma non appartiene a nessun secolo.
La sua origine è dall’Alto.
È, per usare una formula teologica, ex alto, perché la sua origine è nell’iniziativa di Dio e la sua ragion d’essere è Cristo.
Ed è forse proprio questo che rischiamo di dimenticare quando discutiamo della Chiesa come se fosse semplicemente un’istituzione umana chiamata continuamente a reinventarsi.
La Chiesa è un mistero prima di essere un’organizzazione
Il Concilio Vaticano II, nella Lumen gentium, non comincia offrendo una strategia pastorale per la Chiesa. Comincia penetrando nel suo mistero.
La Costituzione dogmatica afferma che la Chiesa è, in Cristo, «in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 1). La presenta poi come Corpo di Cristo (n. 7) e Popolo di Dio (n. 9).
Non sono semplicemente definizioni funzionali. Descrivono un’identità.
La Chiesa non è anzitutto un’organizzazione che possiede una missione religiosa. È una realtà che nasce dall’iniziativa di Dio e trova in Cristo la propria forma, la propria vita e la propria missione.
Per questo, quando la Chiesa perde il senso di ciò che è, tutte le sue attività possono continuare e, tuttavia, qualcosa di essenziale può essersi già smarrito.
Le parrocchie possono essere aperte, le opere caritative funzionare, i documenti moltiplicarsi, le iniziative pastorali aumentare.
Eppure la domanda rimane:
Cristo è ancora il centro?
Quando la Chiesa rischia di diventare una ONG
È da qui che bisogna affrontare una delle critiche più frequenti rivolte alla Chiesa contemporanea.
Una Chiesa che parla continuamente di povertà, ambiente, pace, accoglienza, inclusione, diritti e giustizia sociale, ma sempre meno di Dio, di Cristo, della conversione, della Grazia, del peccato e della vita eterna, corre un rischio reale: può continuare a fare del bene e, nello stesso tempo, smarrire la ragione ultima per cui lo fa.
Il problema non è che la Chiesa si occupi dell’uomo. Il problema nasce quando si occupa solo dell’uomo dimenticando Dio.
La Chiesa non è una ONG con una motivazione religiosa. La carità cristiana non è semplicemente filantropia.
Il cristiano non vede nel povero soltanto qualcuno che necessita di assistenza. Vede una persona la cui dignità precede ogni riconoscimento sociale, perché quella dignità viene da Dio.
La Chiesa deve dunque occuparsi dell’uomo concreto, delle sue ferite, delle sue povertà e delle ingiustizie che lo colpiscono.
Ma deve farlo a partire da Cristo, non al posto di Cristo.
Ma la Chiesa non è neppure un museo
Esiste, però, una tentazione opposta.
Per reagire alla trasformazione della Chiesa in una realtà prevalentemente sociale, si può cadere nella nostalgia e pensare che la soluzione consista semplicemente nel recuperare il passato: le sue forme liturgiche, il suo linguaggio, le sue strutture, le sue abitudini.
Ma anche questo sarebbe insufficiente.
La Chiesa non è un museo del cristianesimo.
La tradizione non è una fotografia del passato. È una vita ricevuta e trasmessa.
Una Chiesa fedele alla tradizione non è una Chiesa che vive guardando continuamente indietro, ma una Chiesa che custodisce ciò che ha ricevuto e lo rende vivo nel presente.
Per questo non dobbiamo scegliere semplicisticamente tra tradizione e contemporaneità.
La vera domanda è:
come può la Chiesa rimanere fedele alla propria origine senza diventare prigioniera né del passato né del presente? È questa la sfida!
Il sacerdote: non funzionario, ma uomo di Dio
La crisi dell’identità ecclesiale si riflette inevitabilmente anche nella figura del sacerdote.
Se la Chiesa viene concepita soprattutto come organizzazione sociale, il sacerdote rischia di diventare un funzionario: deve amministrare, coordinare, organizzare, mediare, gestire, animare.
Tutte attività che possono essere necessarie, ma che non definiscono la sua identità.
Perché prima di domandarci che cosa fa il sacerdote, dovremmo tornare a domandarci:
chi è il sacerdote?
Il sacerdote è, anzitutto, un uomo di Dio.
Non semplicemente un uomo particolarmente devoto, né qualcuno che svolge professionalmente un servizio religioso. È un uomo che appartiene a Dio: la sua esistenza è stata presa da Dio, consegnata a Dio e continuamente ricondotta a Dio.
È generato nella grazia della vocazione, configurato a Cristo attraverso il sacramento dell’Ordine e continuamente chiamato a lasciarsi rinnovare da quella stessa grazia.
Per questo il sacerdote non è semplicemente colui che fa qualcosa per Dio. È, prima ancora, colui che vive di Dio.
La preghiera, la Liturgia delle Ore, l’Eucaristia, il confessionale non sono semplicemente attività da aggiungere alla giornata pastorale. Sono i luoghi nei quali il sacerdote ritorna alla sorgente della propria identità.
Un sacerdote può essere un eccellente organizzatore e non essere un uomo di Dio. Può essere un grande comunicatore e non essere un uomo di Dio. Può essere un instancabile operatore pastorale e non essere un uomo di Dio.
Ma se è realmente un uomo di Dio, anche ciò che fa acquista un’altra forma, perché non agisce semplicemente a nome proprio: lascia che Cristo agisca attraverso di lui.
È questo il movimento essenziale della sua esistenza:
da Dio agli uomini e dagli uomini nuovamente a Dio.
Prima di generare alla fede, deve lasciarsi generare dalla Grazia. Prima di condurre a Dio, deve lasciarsi condurre da Dio. Prima di parlare di Dio agli uomini, deve imparare a vivere di Dio.
È qui che Presbyterorum ordinis acquista tutto il suo significato, legando il ministero presbiterale all’annuncio della Parola, alla celebrazione dei sacramenti e alla guida del popolo di Dio.
Il sacerdote non è, dunque, un funzionario del sacro.
È un uomo di Dio.
E proprio perché appartiene a Dio, può appartenere veramente agli uomini.
La crisi delle vocazioni non si risolve con una formula
Questo non significa, però, che tutta la crisi vocazionale possa essere spiegata con il progressismo, con il Concilio, con la liturgia o con la perdita della metafisica.
Sarebbe troppo semplice.
La secolarizzazione ha trasformato profondamente la società occidentale. Sono cambiati la famiglia, il rapporto con l’autorità, il modo di intendere la libertà e la stessa capacità di assumere impegni definitivi.
Ma esistono anche responsabilità ecclesiali.
Quando la Chiesa non riesce più a trasmettere ai giovani la bellezza della vocazione, quando il sacerdote appare soprattutto come un operatore pastorale e quando la vita consacrata perde la sua radicalità evangelica, non possiamo stupirci se la proposta vocazionale perde forza.
Ma neppure dobbiamo illuderci che basti cambiare una forma pastorale.
Le vocazioni non si fabbricano.
Nascono dall’incontro con Cristo e dalla grazia di una chiamata.
La Chiesa può pregare, educare, accompagnare, testimoniare. Ma la vocazione rimane un mistero della grazia.
Una Chiesa che pensa deve tornare a pensare
Anche la formazione intellettuale merita attenzione.
La tradizione cattolica non ha mai avuto paura della ragione. Da Agostino a Tommaso d’Aquino, la Chiesa ha continuamente cercato un dialogo fecondo tra fede e ragione.
Una Chiesa che smette di pensare perde progressivamente la capacità di giudicare la realtà.
Un sacerdote deve essere un uomo di preghiera, ma anche un uomo capace di pensare. Deve conoscere la Scrittura e la teologia, ma anche confrontarsi con la filosofia, la cultura e le domande dell’uomo contemporaneo.
Ma anche qui dobbiamo evitare semplificazioni.
Non basta dire che abbiamo perso la metafisica. Un uomo può conoscere perfettamente Tommaso d’Aquino e non pregare. Può possedere una grande preparazione teologica e non avere vita spirituale.
La teologia non è soltanto sapere su Dio. Deve condurre all’incontro con Dio.
La formazione intellettuale è necessaria.
Ma non sostituisce la santità.
Il rischio di combattere un’ideologia con un’altra
Ed è qui che bisogna avere il coraggio di essere critici anche nei confronti di certe critiche al cosiddetto progressismo ecclesiale.
Si sostiene, non sempre a torto, che una parte della Chiesa abbia assunto acriticamente categorie del mondo contemporaneo.
Ma possiamo commettere lo stesso errore in senso opposto.
Possiamo trasformare categorie come capitalismo, tecnocrazia, élite finanziarie, poteri forti e agenda globale nella spiegazione universale della crisi ecclesiale.
Si accusa il progressismo di avere adattato la Chiesa alle ideologie del mondo e si rischia di leggere la Chiesa attraverso un’altra ideologia.
Si combatte il conformismo diventando conformisti di un’altra narrazione.
La Chiesa non è chiamata né ad adeguarsi al mondo né a vivere ossessionata dalla contrapposizione al mondo.
È chiamata a discernere il mondo alla luce del Vangelo.
Il Concilio Vaticano II non è il colpevole di tutto
Anche sul Concilio Vaticano II occorre equilibrio.
Attribuire al Concilio tutto ciò che è accaduto nella Chiesa negli ultimi sessant’anni significa confondere il Concilio con le sue interpretazioni, applicazioni e deformazioni.
Non ogni abuso liturgico è il Concilio. Non ogni sociologismo pastorale è il Concilio. Non ogni cedimento culturale è il Concilio.
Ma nemmeno il Concilio può essere letto come una rottura totale con tutto ciò che lo ha preceduto.
Benedetto XVI aveva indicato la strada dell’ermeneutica della riforma nella continuità.
È una prospettiva ancora preziosa.
Non una Chiesa prima del Concilio contro una Chiesa dopo il Concilio. Non il passato contro il presente.
Ma l’unica Chiesa di Cristo che attraversa la storia, chiamata continuamente a riformarsi senza cessare di essere se stessa.
Il laico non è un sacerdote mancato
La crisi del clero ha prodotto anche una crescente responsabilità dei laici. È un bene.
Ma esiste un equivoco da evitare: il laico non deve diventare semplicemente il sostituto del sacerdote.
Il laico non è un sacerdote mancato.
La sua vocazione è nel mondo: nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella politica, nell’economia, nella scuola, nella ricerca, nelle professioni.
Una Chiesa che porta tutti i laici dentro la struttura parrocchiale rischia di perdere la loro presenza nel mondo.
Il vero protagonismo del laicato non consiste nel fare ciò che il sacerdote non può più fare. Consiste nel vivere cristianamente ciò che il sacerdote non può fare al posto del laico.
Anche qui occorre evitare un equivoco: valorizzare il laicato non significa clericalizzarlo. Quando la presenza dei laici nella vita ecclesiale finisce per concentrarsi prevalentemente attorno all’altare e nelle funzioni liturgiche, si rischia di smarrire proprio la specificità della loro vocazione.
Il problema, dunque, non è che i laici servano all’altare. È che non si può confondere la partecipazione alla vita liturgica con il compimento della vocazione laicale.
La carità cristiana non è un programma politico
Dire tutto questo non significa svalutare l’impegno sociale. Al contrario.
La carità appartiene al cuore del cristianesimo. Il Vangelo non permette di passare accanto all’uomo ferito senza fermarsi.
Ma proprio per questo dobbiamo ricordare da dove nasce la carità.
Il cristiano non ama il povero perché ha aderito a una determinata ideologia. Lo ama perché vede in lui una persona e nella persona riconosce un’immagine di Dio.
La carità cristiana può avere conseguenze sociali, economiche e politiche.
Ma non nasce dalla politica. Nasce da Cristo.
Il problema non è essere moderni o antimoderni
Forse a questo punto possiamo comprendere meglio anche la questione del cosiddetto modernismo ecclesiale.
È legittimo criticare una Chiesa che, nel tentativo di essere contemporanea, finisca per assumere senza discernimento le categorie del proprio tempo.
Ma attenzione a non costruire il problema in maniera speculare.
La Chiesa non deve diventare moderna per essere credibile.
Ma non deve nemmeno diventare antimoderna per essere fedele.
Il criterio non è la modernità. È Cristo.
Una cosa non diventa vera perché è nuova. Ma neppure diventa vera perché è antica.
Una posizione non è cattolica perché è progressista. Ma neppure perché è tradizionalista.
Il criterio è un altro: è conforme al Vangelo? È fedele alla fede ricevuta? Conduce realmente a Cristo?
Questa è la misura.
Chi sei, Chiesa?
E allora torniamo alla domanda da cui siamo partiti.
Chi sei, Chiesa?
Non una ONG.
Non un partito.
Non un movimento culturale.
Non un museo.
Non una semplice agenzia educativa.
Non una struttura burocratica.
Non una corrente ideologica.
La Chiesa deve essere se stessa.
Il Corpo di Cristo, il Popolo di Dio, il sacramento della salvezza.
Il luogo nel quale la Parola viene annunciata, i sacramenti celebrati, il peccatore accolto, il povero servito, la verità cercata, la carità vissuta e l’uomo condotto all’incontro con Dio.
E allora la domanda decisiva diventa ancora più semplice:
Cristo è davvero il centro?
È il centro della liturgia?
Della predicazione?
Della formazione sacerdotale?
Della vocazione?
Della vita delle parrocchie?
Dell’impegno dei laici?
Della carità?
Del nostro modo di stare nel mondo?
Perché se Cristo rimane al centro, la Chiesa può occuparsi dei poveri senza diventare una ONG.
Può parlare dell’ambiente senza trasformarsi in un’agenzia ecologica.
Può dialogare con la cultura senza diventare schiava della cultura.
Può custodire la tradizione senza trasformarla in nostalgia.
Può affrontare la modernità senza diventare prigioniera della modernità.
Può criticare il potere senza trasformare la critica al potere in una nuova ideologia.
Può essere libera.
Libera dal bisogno di essere progressista per essere accettata. Libera dal bisogno di essere contro il mondo per sentirsi fedele.
Libera perché il suo criterio non è il consenso e nemmeno il rifiuto del consenso.
Il suo criterio è Cristo.
Da Cristo nasce la liturgia.
Da Cristo nasce la missione.
Da Cristo nasce la vocazione.
Da Cristo nasce la carità.
Da Cristo nasce la libertà della Chiesa davanti al potere.
Da Cristo nasce la capacità di parlare all’uomo contemporaneo senza diventare una sua copia.
E allora forse la vera rinascita della Chiesa non passerà né attraverso il semplice ritorno al passato né attraverso l’ennesimo tentativo di adeguamento al presente.
Passerà attraverso qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile:
ritornare alla propria origine.
Non ex nobis, ma ex alto.
Non dalla nostra idea di Chiesa, ma da Cristo.
Non da ciò che noi vorremmo che fosse, ma da ciò che essa è chiamata ad essere nella sua origine divina.
E allora la domanda finale non sarà:
«Che Chiesa vogliamo?»
Ma:
«Chi sei, Chiesa?»
E la risposta non possiamo inventarla noi.
Dobbiamo riceverla da Cristo.
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Tutto vero e condivisibile, ma….per viaggiare ci vuole la “benzina”!
Per applicare queste “ricette”, vere ma impopolari, poco “alla moda”, poco comprese, ci vuole grande forza e grande coraggio. Qualcuno, anzi qualcuna, ci ha insegnato come attingerli, dicendoci: “Pregate, pregate, pregate!”
Grazie Don!
Tobia