Jean Germain Drouais (1763-1788), Cristo e la Cananea, Museo del Louvre, Parigi
Jean Germain Drouais (1763-1788), Cristo e la Cananea, Museo del Louvre, Parigi

 

XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 16 agosto 2026

Is 56,1.6-7; Rm 1,13-15.29-32; Mt 15,21-28



don Ambrogio Clavadei

 

Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”, gridava la donna Cananea, “ma egli non le rivolse neppure una parola”.

 

Come sembra strano, anzi scandaloso, questo atteggiamento di Cristo, lui che è la tenerezza suprema di Dio nella storia! Ma il suo atteggiamento non era freddezza, non era senza commozione. Anzi! Cristo fremeva letteralmente di fronte al grido d’aiuto di quella donna pagana ma, come anche altri punti del vangelo ci mostrano, non poteva predicare ed operare se non per il popolo ebreo: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Un grandissimo dolore trapassava queste parole di Cristo, perché era venuto per salvare tutti: “la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”. Eppure, la coscienza che tale era in quel momento la sua missione, lo rendeva nell’immediato impotente, perché così imponeva la regola del Padre a cui lui sempre obbediva: “Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5, 30).

Il comando in quel momento era, dunque, di essere “indifferente” alla sofferenza di quella donna: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Rimane la domanda iniziale: perché la regola del Padre doveva essere tale? Forse perché era l’unico modo per giungere ad un abbraccio universale? E perché solo per questa via? Per comprendere, è necessario capire che cos’è l’indifferenza nei rapporti tra gli uomini e da che cosa sia stato causato questo atteggiamento che è una delle reazioni più fredde e dolorose che si possano sperimentare, perché l’indifferenza fa sì che tu per me nemmeno esista in quanto non ho alcuna intenzione di entrare in rapporto con te, salvo disprezzarti, sfruttarti, dominarti, perché se ti considero un nulla ai miei occhi, di te posso fare quello che voglio.

San Paolo nella lettera ai Galati considera tre grandi condizioni umane in cui al tempo di Cristo si manifestava una grave indifferenza tra gli uomini. Egli prende atto che a causa del peccato – ecco qui la questione! – il giudeo si contrappone al greco (al pagano) disprezzandolo, il libero allo schiavo sfruttandolo, l’uomo alla donna dominandola. Gli esiti di queste indifferenze condizionavano pesantemente allora, come anche adesso, la storia dell’uomo, e san Paolo afferma che questa indifferenza non potrà che continuare, salvo che Cristo non sia accettato come superamento di queste contrapposizioni. Infatti solo in lui “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

Ma per giungere a questo superamento dell’indifferenza che, tra l’altro, si manifesta anche in tanti altri ambiti dei rapporti umani, Cristo ha dovuto accettare di starci dentro (è la legge dell’Incarnazione), di accettarla come parte del suo cammino verso la Croce, accettando la volontà del Padre, perché tutte queste situazioni sono – come detto – frutto del peccato, della disobbedienza del peccato. Cristo dunque, il senza peccato, “Dio lo fece peccato in nostro favore” (2 Cor 5, 21) perché fosse tolto “il peccato del mondo” (Gv 1, 29,) vivendo per questo una dolorosa obbedienza che in quel momento implicava l’accettazione di essere (sia pure transitoriamente) indifferente a quella donna pagana, per poter, solo così, giungere a salvare anche i pagani: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!”.

Ecco perché Dio ha dovuto scegliere inizialmente solo il popolo d’Israele, per rispettare e, solo così, superare l’indifferenza tra i rapporti umani. Ha iniziato con una preferenza particolare per giungere ad una preferenza universale. Il limite dell’indifferenza non poteva che essere superato così. Dio si è reso non indifferente un popolo (Israele) per superare ogni indifferenza verso tutti i popoli. Era l’unica strada che rispettasse la libertà dell’uomo. Egli ha voluto lasciare al mondo la libertà di rinchiudersi dentro la disobbedienza con la quale ha deciso di essere indifferente a Dio, generando di conseguenza ogni specie di indifferenza colpevole ed ostile tra gli uomini. 

Entrando nel mondo Dio in Cristo ha rispettato questa terribile indifferenza del mondo, ma l’ha rispettata per rispettare la propria libertà che è quella di giungere ad una preferenza per tutti. Ha rispettato la disobbedienza dell’uomo per obbedire a se stesso, per obbedire alla sua misericordia.

Di conseguenza Cristo si è rinchiuso dentro un frammento umano di questa indifferenza, ma solo per condurci ad un’infinita apertura. Ha usato la nostra indifferenza come un cavallo di Troia, per penetrare dentro le mura fortificate del male che ci tormenta, e così distruggerlo. Si è fatto ebreo, ma solo per salvare anche i pagani; si è fatto schiavo, ma solo per salvare anche i liberi; si è fatto uomo, ma solo per salvare anche la donna.

Il segno che tale era il suo scopo finale è stato accettare che la furbizia della donna di fronte al suo secondo diniego (“Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”) gli facesse anticipare la vera intenzione per cui era venuto: “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Il pane no, d’accordo, ma le briciole sì! Una furbizia di fede che è scaturita misteriosamente dentro il cuore della donna proprio accettando la mortificazione dell’indifferenza di Cristo. Una fede radicata che ha accettato ogni umiliazione per amore della propria figlia da guarire. Così, l’argine dell’indifferenza di Cristo si è rotto sotto la spinta di una commozione d’amore che è scaturita dal cuore di quella donna, solo però per una grazia generata dentro di lei dalla commozione stessa di Cristo che si è fatta silenziosa preghiera al Padre, che il Padre ha ascoltato e tradotto in nuova regola perché fosse esaudita la supplica della madre. Furba lei, perché furbo Dio, che sa accettare il condizionamento, e insieme aggirarlo! Ecco allora che l’indifferenza è tolta: “«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita”.

Noi, in quanto cristiani, siamo uomini la cui indifferenza umana è stata presa da Cristo, resa appartenente a lui e dischiusa all’infinito. Siamo, dunque, l’apertura di Cristo, la dilatazione della misericordia di Cristo e di Dio nella storia. La Chiesa è questa indifferenza umana salvata e, dunque, capace di un amore preferenziale che porta dentro di sé una qualità universale, quella in forza della quale io giungo ad amare davvero tutti, ma non certo in quel senso “inclusivo” che oggi va tanto di moda.

Questo significa che è vero che noi non possiamo passare a lato, per così dire, della nostra natura, così come essa è fatta. Portiamo infatti ancora in noi come tentazione il segno della nostra indifferenza, ma sappiamo però che essa è redenta, non ci appartiene più. Questo comporta che per dilatarci a tutto dobbiamo ancora sì passare per una preferenza particolare. Ma questa scelta adesso, non essendo dettata dal solo sentimento o dal solo interesse, ma dal riconoscimento che Uno mi ha preferito una volta per tutte dentro quella preferenza particolare di fede con cui egli si fa incontrare, e che poi mi richiama e mi educa alla sua. Ecco allora che in questo modo io posso giungere ad una vera preferenza universale, ad un amore senza indifferenze che misteriosamente o fattivamente, abbraccia ogni uomo in forza di una commozione che riflette quella con la quale un giorno il Signore ascoltò il grido di quella donna. Solo così ogni uomo è davvero mio fratello!

Cristo stesso, in quanto uomo, ci ha insegnato il valore potente di questa preferenza quando ha scelto di prediligere un apostolo particolare (Giovanni) per giungere a prediligere, in lui e attraverso di lui, tutti gli altri.

 

Facebook Comments