don Marco Begato
Se è vero che “infine tutti avremo due metri di terreno” (Canzone di notte n. 2), è pur vero che qualcuno oltre al terreno si merita persino “due colonne sul giornale” (Piccola storia ignobile). È il caso di Guccini, che lo scorso 6 agosto ha lasciato questo mondo.
Ora non sono mancati gli elogi sperticati da parte del mondo cattolico e fin delle sue più alte rappresentanze: mi sarei stupito del contrario.
Chi si adegua al mondo ha una caratteristica, diviene prevedibile. E gli ecclesiastici da tempo si sono adeguati al mondo, per cui era prevedibile che si levasse la cortina di elogi, quasi una riedizione del vello noachico, pronta a coprire le nefandezze del suo paladino.
Diciamolo chiaramente: al compianto De Andrè l’Osservatorio Romano dedica periodicamente degli articoli di encomio, come essere da meno nei confronti del Guccio bolognese?
Io non toccherò questo tema – il rapporto tra un cantastorie anarchico e la fede – sebbene mi stupisca la sicumera con cui certe prefiche conferiscano attestati di cristianità ad artisti quantomeno ambigui, salvo poi sospettare e vituperare con altrettanta pervicacia il valore di culti e arti tradizionali e tradizionalisti.
Riguardo a Guccini ricordo una piccola esposizione al Meeting di Rimini – e mi scuso se non riesco a reperire la fonte corretta – in cui si leggevano i testi del nostro e si vedeva come nell’arco di un decennio o poco più questi fossero passati dall’innodia rivoluzionaria alla nostalgia del fallimento e della resa (i.e. l’album “Stanze di vita quotidiana”).
Dal canto mio l’ultima volta in cui avevo incrociato la figura di Guccini – per il resto confinata all’adolescenza, prima di essere disintegrata dalla scoperta di Paolo Conte – era stato in occasione di una riflessione sugli IMI.
Gli IMI e la memoria dei NO-Pass
L’esempio degli Internati Militari Italiani mi aveva portato a riflettere sulla situazione di discriminazione subita da tanti italiani variamente aggrediti come no-mask o no-vax.
Ora, nel video sugli IMI compariva proprio il Guccio, a ricordare che suo padre era stato appunto uno degli Internati.
Che delusione quindi scoprire che il Parnassius (cfr. l’album “Parnassius Guccini”) anarco-rivoluzionario, l’autore della “Locomotiva”, figlio di un IMI, avesse abbandonato tutti i propri ideali per legarsi “a questa schiera” (Canzone di notte n.2 – la mia preferita, lo ammetto) cioè al mainstream del Padrone vaccinista. In questo l’eterogenesi dei fini ha fatto sorprendentemente convergere due presunti avversari: Guccini e Berlusconi.
Francesco Guccini a Propaganda Live: “al 2021 chiedo di vaccinarmi”
Francesco “è andato per età” (“Canzone delle osterie di fuori porta”), in particolare affetto da maculopatia, ma la comparsa o la degenerazione della maculopatia è tra i possibili effetti avversi della vaccinazione anti-covid, così come ormai segnalato su riviste e studi specialistici.
Ora l’ottimo Augusto del Noce ci aveva puntigliosamente mostrato che i marxisti non si giudicano a partire dalle idee, ma a partire dai fatti. Marx infatti ha dichiarato che la sua scienza si basava sulla prassi e si lasciava alle spalle ogni idealismo, dal misticismo logico di Hegel in giù. Il comunismo di conseguenza non andava valutato come una buona idea attuata male, ma come una pessima iniziativa applicata alla perfezione.
Credo che lo stesso criterio possa valere per un comunista come Guccini, e purtroppo la prassi dei suoi ultimi anni non depone particolarmente a favore delle sue giovanili idealità. Del resto saremmo bravi tutti, se il punto fosse solo “sparare cazzate” (cfr. L’avvelenata). E qui mi fermo per non aggredire la memoria di un buon artista, che continua ad avere la mia simpatia, sebbene non il mio elogio.
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Ho letto con attenzione il tuo articolo don Marco su Guccini. È un testo volutamente provocatorio, e credo che sarebbe un errore leggerlo semplicemente come un attacco al cantautore. Il vero bersaglio, a mio avviso, è soprattutto un certo modo del mondo cattolico di rapportarsi alla cultura contemporanea: quando un artista diventa culturalmente riconoscibile e spendibile, sembra quasi inevitabile che anche una parte del mondo ecclesiale ne faccia una figura da rivalutare, trovandovi a posteriori sensibilità, aperture e perfino elementi riconducibili alla fede.
È interessante, sotto questo profilo, il richiamo a De André e al modo con cui alcuni artisti vengono periodicamente riproposti all’interno di ambienti cattolici. La domanda che poni, anche se in maniera volutamente aspra, non è del tutto peregrina: con quale criterio giudichiamo un’opera, un autore, una sensibilità? E soprattutto, siamo davvero capaci di applicare lo stesso criterio quando l’artista appartiene a un mondo culturale diverso dal nostro?
Qui, però, secondo me l’articolo avrebbe potuto svilupparsi meglio.
Il riferimento all’evoluzione di Guccini è interessante. C’è effettivamente una distanza tra il Guccini della protesta, della contestazione e della tensione rivoluzionaria e quello più disincantato della maturità. Ma non sono sicuro che questo debba essere necessariamente letto come un tradimento delle proprie idealità. Una persona attraversa la storia, cambia, conosce le sconfitte, vede fallire alcune utopie e può maturare una posizione diversa. La nostalgia, il disincanto e persino la resa non sono necessariamente la prova di una incoerenza: possono essere anche il segno di una maturazione, oppure semplicemente della complessità di una vita.
Il passaggio che mi convince molto meno è invece quello relativo alla vaccinazione e alla maculopatia. Qui don introduci un elemento che, a mio avviso, indebolisce il resto del ragionamento. Dire che una determinata patologia è tra i possibili effetti avversi di una vaccinazione non permette di stabilire che quella patologia, nel caso concreto di Guccini, sia stata provocata dalla vaccinazione. Sono due affermazioni profondamente diverse. E un ragionamento che pretende di essere fondato sui fatti dovrebbe mantenere proprio qui una maggiore prudenza.
Anche il richiamo a Del Noce è interessante, ma avrebbe bisogno di essere sviluppato con maggiore precisione. Se vogliamo giudicare un’ideologia dai suoi effetti storici, il principio può essere certamente discusso. Ma applicarlo alla vicenda personale di un artista richiede qualche cautela in più. Un uomo non coincide mai completamente con le proprie idee politiche e, soprattutto, un artista non può essere ridotto alla propria collocazione ideologica.
Guccini può essere stato comunista, anarchico, antimilitarista, può aver assunto nel tempo posizioni diverse e può aver avuto atteggiamenti che non condividiamo: tutto questo non cancella automaticamente il valore poetico della sua opera. Allo stesso modo, riconoscere il valore di una canzone non significa affatto sottoscrivere la visione del mondo di chi l’ha scritta.
Ed è proprio qui che, paradossalmente, trovo molto bella la tua conclusione: «continua ad avere la mia simpatia, sebbene non il mio elogio». Mi sembra una distinzione intelligente. Si può riconoscere il valore di un artista senza trasformarlo in un’icona e senza doverlo necessariamente arruolare tra i “buoni” dal punto di vista culturale o religioso.
La questione, in fondo, è più ampia di Guccini. È il problema del rapporto tra fede e cultura. Il cristiano non dovrebbe avere bisogno di battezzare culturalmente ogni artista che apprezza, né dovrebbe demonizzare automaticamente quello che appartiene a una cultura distante dalla propria. Il discernimento cristiano è qualcosa di più serio: significa saper riconoscere il vero, il bello e il buono anche quando si trovano fuori dai nostri schemi, senza per questo confondere il valore di un’opera con la verità complessiva della visione del mondo dell’autore.
Per questo, a mio avviso, tu cogli un problema reale, ma in alcuni passaggi finisce per indebolire la tua stessa tesi. Critichi giustamente il conformismo culturale di una certa parte del cattolicesimo, ma rischi a sua volta di leggere Guccini attraverso uno schema ideologico altrettanto rigido, seppure di segno opposto.
E forse proprio qui sta il limite e, nello stesso tempo, l’interesse dell’articolo: ci ricorda che anche quando critichiamo il conformismo degli altri dobbiamo stare attenti a non costruirne semplicemente un altro, speculare al primo.
Grazie del tuo articolo.