Oggi 6 agosto 2018 ricorre il 25° anniversario della Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II. Vogliamo ricordarla con questo saggio del prof. Eduardo Echeverria che attira l’attenzione sui rischi insiti nel cosiddetto “nuovo paradigma” e nel “principio della pastoralità” intesi storicisticamente, poiché tendenti a negare esplicitamente o implicitamente la perdurante validità della verità proposizionale. Essi intendono la verità stessa e non solo le sue formulazioni come soggette a riforme e reinterpretazioni perpetue.

Eccola nella nostra traduzione.

Foto: papa San Giovanni Paolo II (CNS photo by Alessia Giuliani, Catholic Press Photo)

Foto: papa San Giovanni Paolo II (CNS photo by Alessia Giuliani, Catholic Press Photo)

 

di Eduardo Echeverria

Il 2018 è un anno di significativi anniversari per le encicliche papali: Il 25 luglio ha segnato il cinquantesimo anniversario dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI; il 6 agosto è il 25° anniversario della Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II; e il 14 settembre è il ventesimo anniversario della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II.

In questo articolo mi concentro su Veritatis Splendor (di seguito VS), con qualche accenno a Fides et Ratio (di seguito FR). Cerco di illuminare le questioni che dividono la concezione lériniana dello sviluppo dottrinale di Giovanni Paolo II, che è dovuta al Vaticano II, nel regno della morale con quella dei sostenitori di un “nuovo paradigma”, in particolare Richard Gaillardetz, professore di Teologia sistematica al Boston College, che avanza una nozione di sviluppo dottrinale orientato alla pastorale alla luce di quello che Christoph Theobald, SJ, professore di Teologia fondamentale presso le Facoltà gesuite di Parigi, ha chiamato “il principio della pastoralità”.

In seguito, considero le questioni cruciali della natura della rivelazione divina, il linguaggio, la verità e la realtà, la verità proposizionale e il modo in cui la verità è autenticata, così come le dinamiche normative e globali della vita morale. Queste questioni sono fondamentali per le loro rispettive concezioni dello sviluppo dottrinale e morale.

Eredità leriniana del Concilio Vaticano II

Secondo Giovanni Paolo II, l’analisi delle azioni morali si colloca nella dinamica normativa e complessiva della vita morale, che è quadruplice.

Questi sono: 1) la subordinazione dell’uomo e della sua attività a Dio, Colui che “solo è buono”; 2) il rapporto tra il bene morale degli atti umani e la vita eterna; 3) il discepolato cristiano, che ci apre alla prospettiva dell’amore perfetto; infine 4) il dono dello Spirito Santo, fonte e mezzo della vita morale della “nuova creazione” (cfr 2 Cor 5, 17)” (VS §28).

In breve, Dio, “sommo bene” (FR §83), è il fine ultimo di tutta la vita morale dell’uomo (cfr VS §79) – fonte e fondamento di ogni bontà – ma anche Verità stessa (prima veritas) (VS §§9, 35, 40; FR §22). Le buone azioni morali devono essere virtuose, conformi alla legge morale e al bene della persona stessa (cfr. VS §79), e solo allora sono coerenti con questo fine e quindi integralmente buone. Inoltre, le verità della vita morale devono essere vissute, praticate, realizzate, come parte integrante del discepolato cristiano, e quindi non possono ridursi a semplici credenze, affermazioni e rivendicazioni. Infine, essere “nuova creazione” in Cristo significa che la vita morale in Cristo riguarda il rinnovamento della natura caduta dell’uomo dall’interno dell’ordine della creazione mediante la grazia redentrice di Dio in Cristo, ordinando adeguatamente l’uomo al suo fine principale. In breve, la nostra umanità Adamica, con la sua comprensione oscurata, l’alienazione da Dio e la cecità del cuore, si trasforma in Cristo, indossando l’uomo nuovo, “creato secondo Dio in vera giustizia e santità” (Ef 4,22-24). Dio che ha creato tutte le cose in e per Cristo (Col 1, 16), ha restaurato la sua creatura caduta, ferita selvaggiamente dal peccato, ricreandola in Cristo.

In questo contesto normativo, dice Giovanni Paolo II, “la Sacra Scrittura rimane la fonte viva e feconda della dottrina morale della Chiesa; come ha ricordato il Concilio Vaticano II, il Vangelo è ‘la fonte di ogni verità salvifica e di ogni insegnamento morale’ [Dei Verbum § 7]”. In particolare, egli ritiene “che esista, nella Divina Rivelazione, un contenuto morale specifico e determinato, universalmente valido e permanente” (VS §37). In generale, Giovanni Paolo II afferma: “La Bibbia, e il Nuovo Testamento in particolare, contengono testi e dichiarazioni che hanno un contenuto genuinamente ontologico. Gli autori ispirati intendevano formulare affermazioni vere, capaci, cioè, di esprimere la realtà oggettiva“. Inoltre, dice Giovanni Paolo II, “Questo vale anche per i giudizi di coscienza morale, che la Sacra Scrittura considera capaci di essere oggettivamente veri” (FR § 82). Il Papa sviluppa questa affermazione proprio in VS §60:

La dignità di questo foro razionale (coscienza) e l’autorità della sua voce e dei suoi giudizi derivano dalla verità sul bene e sul male morale, che è chiamata ad ascoltare ed esprimere. Questa verità è indicata dalla ‘legge divina’, norma universale e oggettiva della morale” (si veda l’intero contesto, §§ 57-61, 51-53).

Queste verità morali sono fondate sulla legge eterna di Dio, e questa legge dà alle proposizioni morali qualcosa di vero senza il quale l’obiettività morale sarebbe priva di fondamento. Sottolineare la validità universale e permanente delle proposizioni morali è fondamentale per capire perché ci sono atti intrinsecamente malvagi. Queste verità morali appartengono al deposito della fede. Assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha raggiunto uno sviluppo dottrinale sulla morale che è “analogo a quello che è avvenuto nel regno delle verità di fede”. (VS §28)

Lo sviluppo è qui per mezzo di un chiarimento, cioè di “‘cercare un modo più appropriato di comunicare la dottrina agli uomini del loro tempo; poiché c’è una differenza tra il deposito o le verità di fede e il modo in cui si esprimono, mantenendo lo stesso significato e lo stesso giudizio [eodem sensu eademque sententia]” [Gaudium et Spes §62]” (VS §29). In linea, poi, con il pensiero di Vincenzo di Lérins (d. 450), Giovanni Paolo II segue il Vaticano II distinguendo tra verità e sue formulazioni storicamente condizionate, verità-contenuto e contesto, in sintesi, proposizioni e frasi. Giovanni XXIII alludeva a queste distinzioni nel suo discorso di apertura al Concilio Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia:

Poiché il deposito della fede [2 Tm 1, 14], le verità contenute nel nostro sacro insegnamento, sono una cosa; il modo in cui si esprimono, ma con lo stesso significato e lo stesso giudizio (eodem sensu eademque sententia), è un’altra cosa”.

La clausola subordinata qui – eodem sensu eademque sententia – fa parte di un più ampio passo della Dei Filius del Concilio Vaticano I (4.14), e questo passo è, a sua volta, tratto dal Commonitórium primum (23.3) di Vincenzo di Lérins: “Perciò, ci sia crescita e abbondanti progressi nella comprensione, conoscenza e sapienza, in tutti e in ciascuno, negli individui e nella Chiesa intera, in ogni tempo e nel progresso dei secoli, ma solo con i giusti limiti, cioè nello stesso dogma, nello stesso significato, nello stesso giudizio“. Dobbiamo sempre determinare se queste nuove riformulazioni conservano lo stesso significato e lo stesso giudizio (eodem sensu eademque sententia), e quindi la continuità materiale, l’identità e l’universalità di queste verità.

Dottrina pastorale

Contra Gaillardetz, che afferma che “il Vaticano II ha offerto un nuovo modo di pensare la dottrina“, intendendo con ciò che “ha presentato la dottrina come qualcosa che ha sempre bisogno di essere interpretato e adattato in chiave pastorale“, il Concilio e Giovanni XXIII alludevano alle verità contenute nel nostro sacro insegnamento come a verità propositive, cioè verità assolute, intendendo con ciò verità immutabili, permanenti e universali. Ciò presuppone una visione realistica della verità in cui una proposizione è vera se e solo se ciò che afferma è in realtà il caso della realtà oggettiva; altrimenti è falsa. La differenza cruciale tra il Vaticano II, Giovanni Paolo II, da un lato, e Gaillardetz, dall’altro, riguarda il rapporto tra lingua, verità e realtà nel rispetto della dottrina.

Per quanto io intenda Gaillardetz, pastorale significa che “i valori centrali radicati nella dottrina” o in “particolari formulazioni dottrinali [sono] mediati dal messaggio salvifico dell’amore trasformante di Dio” [1]. Per Gaillardetz, le affermazioni di fede non hanno un contenuto determinabile di verità proposizionale rispetto alla loro corrispondenza alla realtà. Si tratta di una visione strumentalista o funzionalista della dottrina che ricorda la visione modernista di fine Ottocento e inizio Novecento, piuttosto che realista con la sua corrispondente nozione di verità proposizionale (cfr. Pio X, Pascendi Dominici Gregis §§11-13). Queste “verità” sono intese in modo puramente funzionale (cfr. FR §97). Il dogma non ha alcun rapporto determinante con la verità stessa perché lo stato di verità delle formulazioni dottrinali non ha come tale un’adeguata funzione di riferimento alla realtà. Piuttosto, essi sono storicamente determinati, il che significa che Gaillardetz storicizza il significato e la verità del dogma ampliando il significato della pastorale. “Pastoralequi ha un significato storicistico, negando esplicitamente o implicitamente la perdurante validità della verità proposizionale: la verità stessa e non solo le sue formulazioni sono soggette a riforme e reinterpretazioni perpetue.

Il principio della pastoralità

Così Christoph Theobald, SJ, definisce il “principio di pastoralità” nel suo contributo al volume intitolato L’eredità del Vaticano II. Questo principio collassa la distinzione della verità immutabile e delle loro formulazioni in un contesto storico, intendendo così, come afferma Teobaldo, che essa è “soggetta a continua reinterpretazione (e ricontestualizzazione) a seconda della situazione di coloro ai quali è trasmessa“. Egli sostiene che l’espressione “sostanza del deposito della fede” dovrebbe essere “presa nel suo insieme e senza fare riferimento ad una pluralità interna (cioè alla verità immutabile e alle sue formulazioni) che è già parte di tale espressione“. Su questo principio, le dottrine non sono verità assolute, né affermazioni oggettivamente vere, perché ciò che affermano è in realtà il caso della realtà oggettiva (cfr. FR § 82).

Gaillardetz cita il collega teologo John O’Brien per spiegare questa visione storicista che sostiene l’affermazione che la dottrina ha un orientamento pastorale:

(La) pastorale aveva riconquistato [con papa Giovanni XXIII] il suo proprio posto come qualcosa di ben più della semplice applicazione della dottrina, ma come il contesto stesso da cui emergono le dottrine, la condizione stessa della possibilità di dottrina, la pietra di paragone per la validità della dottrina e la prassi sempre anteriore e posteriore che la dottrina al massimo tenta di riassumere, salvaguardare e trasmettere.

L’affermazione di O’Brien è molto più di “la specifica formulazione della dottrina rappresenta un riconoscimento che la dottrina è sempre storicamente condizionata“. Dice anche molto di più di “l’interpretazione della dottrina ecclesiale richiede la conoscenza dei contesti storici specifici in cui essa è stata formulata per la prima volta e in cui viene adattata“. Naturalmente per cogliere il significato di un dogma, come quello delle formulazioni trinitarie e cristologiche, dobbiamo comprendere il loro contesto storico. Ma non siamo semplicemente interessati alle condizioni in cui queste affermazioni sono state originariamente affermate, ma piuttosto in particolare a “ciò che viene affermato in esse, la contenuto-verità teologica”.

Visione realistica della verità

Per esempio, se le affermazioni del Credo degli apostoli, come nota correttamente il teologo britannico Colin Gunton, “una volta erano vere, sono sempre vere“. In altre parole, queste affermazioni non hanno mai smesso di essere vere, anche dopo che Gesù ha smesso di soffrire, e così via, e quindi sono ora per sempre vere. Si consideri, ad esempio, l’affermazione che esprime la proposizione: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1 Tm 1,15). Sì, qui ci concentriamo sulla verità proposizionale, sulla verità di ciò che san Paolo ha affermato, sul contenuto-verità teologica, piuttosto che sul fatto che l’ha affermata in un contesto particolare, e così via. Infatti, questo è il caso “anche se potrebbe essere necessario spiegare, chiosare ed espandere in tutti i modi”. In altre parole, l’affermazione che una volta che qualcosa è vero è sempre vero, per sempre vero, e immutabilmente vero, non è incoerente con la ricerca di nuovi modi di esprimere la verità dei dogmi quando se ne presenti la necessità. Si tratta quindi, verosimilmente, di giudicare se ciò che si intende sia vero o no per la realtà oggettiva, e non, contra O’Brien e quindi contra Gaillardetz, le circostanze storiche in cui l’affermazione dogmatica è stata fatta. In altre parole, quelle circostanze non sono “la pietra di paragone per la validità della dottrina.

Così, anche se O’Brien, citato sopra da Gaillardetz, è corretto che le condizioni storiche sono particolarmente rilevanti come le condizioni in cui si arriva a sapere che qualcosa è vero, quelle condizioni sono distinte dalle condizioni in cui qualcosa è vero. In sintesi, le condizioni di verità devono essere distinte dalle condizioni di giustificazione. Ma il passo precedente sembra offuscare la distinzione tra le condizioni in cui vengo a sapere che una dottrina è vera e le condizioni che la rendono vera. In questo confondersi, è chiaro che Gaillardetz è sia uno storicista della dottrina e quindi un antirealista del linguaggio, della verità e della realtà. Dice Gaillardetz:

La dottrina cambia quando i contesti pastorali cambiano e emergono nuove intuizioni tali che particolari formulazioni dottrinali non mediano più il messaggio salvifico dell’amore trasformante di Dio. La dottrina cambia quando la Chiesa ha leaders e insegnanti che non hanno paura di prendere nota dei nuovi contesti e delle intuizioni emergenti.

Contra Gaillardetz, invece, l’ermeneutica leriniana del Vaticano II è realista nell’orientamento perché una proposizione dottrinale è vera se e solo se ciò che essa asserisce è infatti il caso della realtà oggettiva; altrimenti, la proposizione è falsa. Non è il contesto storico che determina la verità della proposizione che si giudica essere il caso della realtà oggettiva; piuttosto, la realtà stessa determina la verità o falsità di una proposizione. In sintesi, il contesto storico non determina la validità – lo stato di verità – della dottrina.

Quindi, Gaillardetz è uno storicista riguardo verità-stato delle formulazioni dogmatiche e uno strumentista o pragmatico perché rifiuta la verità proposizionale e la corrispondente idea, come afferma Giovanni Paolo II, che “le affermazioni dogmatiche, pur riflettendo a volte la cultura del tempo in cui sono state definite, formulano una verità immutabile e definitiva“. Aggiunge Giovanni Paolo II:

Il linguaggio umano può essere condizionato dalla storia e costretto in altri modi, ma l’essere umano può ancora esprimere verità che superano il fenomeno del linguaggio. La verità non può mai essere confinata al tempo e alla cultura; nella storia è conosciuta, ma va anche oltre la storia. (FR, PARAGRAFO 95).

Interpretazioni Lériniane

In questa luce, possiamo capire che Giovanni Paolo II fece interpretazioni Lériniane quando riuscì a sintetizzare in un insieme coerente il personalismo, la fenomenologia esistenziale/ermeneutica e il tomismo nella sua opera filosofica e teologica. Questa sintesi si manifesta nelle sue numerose opere sull’antropologia cristiana, la metafisica e l’etica sessuale. In chiave leriniana ha riconosciuto “la necessità di cercare e scoprire la formulazione più adeguata di norme morali universali e permanenti alla luce dei diversi contesti culturali, una formulazione più capace di esprimere incessantemente la loro rilevanza storica, di farle comprendere e di interpretarne autenticamente la loro verità“. Egli spiega: “

Questa verità della legge morale – come quella del ‘deposito della fede’ – si dispiega lungo i secoli: le norme che esprimono tale verità restano valide nella loro sostanza, ma devono essere specificate e determinate “eodem sensu eademque sententia” (devono mantenere lo stesso significato e lo stesso giudizio) alla luce delle circostanze storiche dal Magistero della Chiesa, la cui decisione è preceduta e accompagnata dall’opera di interpretazione e formulazione caratteristica della ragione dei singoli credenti e della riflessione teologica. (VS §53).

La comprensione della verità della legge morale si è sviluppata nell’interpretazione e nell’applicazione di tale legge nel corso dei secoli. Attingendo alla distinzione tra verità e sue formulazioni, tra proposizioni morali ed espressioni linguistiche, Giovanni Paolo II spiega che le norme morali espressive delle verità morali, pur tenendo conto delle diverse condizioni di vita a seconda dei luoghi, dei tempi e delle circostanze, “restano valide nella loro sostanza” e quindi “devono essere specificate e determinate “eodem sensu eademque sententia” (secondo lo stesso significato e lo stesso giudizio)” secondo quella verità morale. Così, cresce la comprensione della verità morale, cercando e scoprendo “la formulazione più adeguata per norme morali universali e permanenti” senza cambiare la verità sostanziale e determinata della morale.

Ora, Gaillardetz probabilmente risponderebbe all’idea di rivelazione proposizionale di Giovanni Paolo II e alla corrispondente nozione di verità dogmatica accusandoci di dimenticare “quasi interamente l’antica convinzione che la rivelazione divina ci è venuta prima e soprattutto come offerta per salvare la comunione nella persona di Gesù Cristo“. 6] Ma Dio che rivela se stesso e le verità su se stesso, sull’uomo e sul mondo sono due descrizioni compatibili della rivelazione; allo stesso modo, le visioni dialogiche e propositive della rivelazione sono compatibili.

La natura della Rivelazione Divina

La rivelazione è personale perché, in senso fondamentale, Dio si rivela, e così possiamo dire che il contenuto della rivelazione è la realtà propria di Dio, la propria rivelazione, il dono di sé, secondo le parole dell’ultimo Germain Grisez, “come comunione di persone che invitano la persona umana ad entrare in comunione“. Dio è allora il colui della rivelazione divina.

La rivelazione è cristologica e pneumatologica perché, per dirla con Dei Verbum:

La  sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38). (DV, §2)

Questo è il Chi della rivelazione divina. Infatti, Dei Verbum rivela che lo scopo soteriologico dell’auto-rivelazione di Dio è di conoscerlo. Questo è il perchè della rivelazione divina. “Ora questa è la vita eterna: perché conoscano te, l’unico vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato” (Gv 17,3). Siamo quindi invitati alla comunione trinitaria con il Padre, per mezzo del Figlio Gesù Cristo, Verbo incarnato, nella potenza dello Spirito Santo. La rivelazione, quindi, non è la semplice comunicazione delle verità, ma piuttosto “l’autocomunicazione del Dio Trinitario che dà vita, in cui si rivolge agli esseri umani come amici“, come afferma Dei Verbum. Quindi, le nozioni di rivelazione come trasformazione della vita e come fornitura di informazioni non sono incompatibili.

In effetti, c’è la necessità di una comprensione cognitiva e proposizionale della rivelazione.

Mi sembra che la Dei Verbum §2 riconosca che dobbiamo essere istruiti da Dio nella sua affermazione che “il piano di rivelazione si realizza con azioni e parole che hanno un’unità interiore“. In altre parole, Dei Verbum afferma che ci sono due modi distinti ma intrinsecamente uniti di rivelare, e quindi parla di rivelare la parola-opera. Nelle parole di George Eldon Ladd, “Cristo è morto è l’atto; Cristo è morto per i nostri peccati è la parola [divinamente data] di interpretazione che rende l’atto rivelatore“.

Così, congiuntamente costitutive della speciale rivelazione di Dio, sono le sue parole (rivelazione verbale) e le sue opere inseparabili, intrinsecamente legate l’una all’altra perché nessuna è completa senza l’altra; le realtà storiche della redenzione sono inseparabilmente collegate alla comunicazione verbale della verità di Dio, affinché noi possiamo, come dice il teologo cattolico Francesco Martino, “partecipare più pienamente alle realtà mediate dalle parole“. In altre parole, un presupposto fondamentale del concetto di rivelazione in Dei Verbum §2 è che “senza gli atti di Dio le parole sarebbero vuote, senza la sua parola gli atti sarebbero ciechi”, come ha ammirevolmente affermato il teologo riformato Geerhardus Vos.

Inoltre, l’idea che l’auto-rivelazione di Dio sia una parola-rivelazione, che costituisce un elemento essenziale dell’auto-rivelazione di Dio, implica l’idea della rivelazione proposizionale, della verità rivelata, cioè che le affermazioni che esprimono proposizioni sono parte del modo in cui Dio si rivela. Contra Gaillardetz, Dei Verbum, afferma anche la centralità delle “asserzioni”, o proposizioni, dello Spirito Santo nella rivelazione verbale di Dio:

Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. (§11)

Aidan Nichols, OP, ha ragione. “Quali che siano le altre dottrine, si tratta di proposizioni, e nessun resoconto di rivelazione che escludesse completamente le proposizioni dal suo ambito potrebbe rendere giustizia al ruolo delle dottrine nel cristianesimo cattolico“. Data la visione strumentalista e funzionalista della dottrina di Gaillardetz e il suo corrispondente antirealismo, il suo “nuovo paradigma” orientato alla pastorale non può rendere giustizia al ruolo delle dottrine nel cattolicesimo perché non esiste un legame intrinseco tra linguaggio, verità e realtà per quanto riguarda lo stato di verità delle formulazioni dogmatiche.

Autenticazione della verità

In conclusione, sebbene la verità proposizionale sia una dimensione indispensabile della verità stessa, il modo in cui la verità è autenticata – cioè vissuta, praticata, realizzata – non può essere ridotta ad essa – ad essere semplicemente creduta, affermata e rivendicata perché ciò che viene comunicato nella catechesi non è [semplicemente] un corpo di verità concettuali, ma il mistero del Dio vivente” (FR §99). In altre parole, dice Giovanni Paolo II,

L’intellectus fidei esplicita questa verità, non solo cogliendo le strutture logiche e concettuali delle proposizioni nelle quali si articola l’insegnamento della Chiesa, ma anche, e primariamente, nel far emergere il significato di salvezza che tali proposizioni contengono per il singolo e per l’umanità. E dall’insieme di queste proposizioni che il credente arriva a conoscere la storia della salvezza, la quale culmina nella persona di Gesù Cristo e nel suo mistero pasquale. A questo mistero egli partecipa con il suo assenso di fede. (FR, PARAGRAFO 66).

Riguardo, poi, alla questione fondamentale di come la verità si autentica, compresa la verità morale, Giovanni Paolo II osserva giustamente che non si tratta solo di verità propositiva, ma piuttosto di come la verità è avvalorata nella vita. Egli scrive:

Urge ricuperare e riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere. Del resto, una parola non è veramente accolta se non quando passa negli atti, se non quando viene messa in pratica. La fede è una decisione che impegna tutta l’esistenza. È incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con Gesù Cristo, Via, Verità e Vita (cf Gv 14,6). Comporta un atto di confidenza e di abbandono a Cristo, e ci dona di vivere come lui ha vissuto (cf Gal 2,20), ossia nel più grande amore a Dio e ai fratelli.(VS §88). La fede possiede anche un contenuto morale: origina ed esige un impegno coerente di vita, comporta e perfeziona l’accoglienza e l’osservanza dei comandamenti divini.(VS §89)

In questo 25° anniversario della grande enciclica Veritatis splendor di San Giovanni Paolo II, è tempo di impegnarsi in un recupero creativo di quest’opera per rivitalizzare l’attuale cultura teologica e la vita della Chiesa dalla sua deriva verso quello che non è altro che un nuovo modernismo.

 

Fonte: The Catholic World Report

 

Eduardo Echeverria è professore ordinario di Filosofia e Teologia sistematica al Seminario maggiore del Sacro Cuore di Detroit. Ha conseguito il dottorato in filosofia presso la Libera Università di Amsterdam e il S.T.L. presso l’Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma.

 

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