• mercoledì , 22 agosto 2018

Il Catechismo, la pena di morte ed il debole concetto di: “Per molto tempo…, ma oggi…”

Foto: Basilica di San Pietro a Roma

Foto: Basilica di San Pietro a Roma

di Sabino Paciolla

Dopo la notizia (qui) della nuova redazione del n. 2267 del Catechismo (pena capitale) da parte del Vaticano, la pubblicazione su questo blog dell’importante saggio del Card. Avery Dulles s.j. (qui), che serviva ad inquadrare adeguatamente il problema della pena capitale, ha sollevato su Facebook parecchi commenti, alcuni dei quali critici. Le obiezioni critiche, in sostanza, si riducono ad una sola, e cioè: “oggi, oramai, non si può essere a favore della pena di morte perché essa è un retaggio del passato. Con questa variazione la Chiesa ha fatto un passo avanti”.

Al fine di sgombrare eventuali malintesi, prima di rispondere a questa osservazione è opportuno fare una precisazione. Sollevare obiezioni, critiche o riflessioni riguardo la nuova versione del n.2267 del Catechismo non significa guardare di buon occhio la pena capitale applicata da una legittima autorità, né essere favorevoli ad una esecuzione capitale in uno Stato. Riconoscere la legittimità della pena capitale in linea di principio, quindi la sua “ammissibilità”, significa riconoscere che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, essa è “crudele e non necessaria”, e che dunque deve essere applicata solo in estreme e residuali situazioni, quando la difesa del bene comune, la difesa delle vite innocenti, lo richiedono.

Circostanze storiche o principio assoluto?

Fatta questa premessa, osservo che l’obiezione sollevata (“oggi, oramai, non si può più essere a favore della pena di morte perché essa è un retaggio del passato”) per quanto sembri a prima vista umanamente pregnante, in realtà è concettualmente molto debole.

La stessa nuova versione del n.2267 basa, tra l’altro, la ratio della sua variazione proprio su questo concetto. Dopo un breve primo paragrafo che dice:

Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.

il secondo paragrafo della nuova versione così recita:

“Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.”

Per concludere con:

Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona»,[1] e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.

Le motivazioni delineate nel secondo paragrafo hanno suscitato notevoli perplessità.

Molti si sono chiesti come sia mai possibile che un principio morale assoluto possa dipendere da un giudizio pratico contingente, ovvero, come possa una dottrina essere basata su circostanze mutevoli.

Giovanni Paolo II, scrive nella Istruzione Donum Vitae:

«La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta “l’azione creatrice di Dio” (…) Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente»

Questa affermazione, come si vede, non viene fatta discendere da una valutazione di circostanze sociali o politiche.

Eppure, come osserva Phil Lawler, “nel linguaggio che ha inserito nel Catechismo della Chiesa cattolica, papa Francesco sembra insegnare che la pena di morte è sempre ingiustificabile – ‘inammissibile’ – a causa di certi sviluppi politici e sociali. E dunque:

  • Se una dottrina si basa su un giudizio “pratico”, chi dovrebbe pronunciarlo? Se si tratta innanzitutto di un giudizio politico, non dovrebbero essere i leader politici a farlo?
  • Tutti i governi sono in grado di proteggere efficacemente civili innocenti? In caso negativo, come può essere “inammissibile” in tutti i casi la pena capitale?
  • Chi dovrebbe decidere cosa costituisce una protezione adeguata per i civili? Ancora una volta, non è forse un giudizio politico chiaro?
  • Cosa accadrebbe se, ‘da un punto di vista pratico’, i governi perdessero la capacità di proteggere i civili? L’insegnamento della Chiesa sulla pena capitale sarebbe cambiato di nuovo?”

Le osservazioni di Phil Lawler non sono affatto peregrine.

Se è vero che nella maggior parte dei Paesi (probabilmente quelli occidentali) la pena di morte non è necessaria per proteggere la società, non è altrettanto vero per tutti. Esistono indubbiamente luoghi in cui la reclusione può non essere sufficiente a garantire la sicurezza dei cittadini.

Non solo, ma oltre al fatto di verificare se la situazione sociale e politica di Paese, la qualità del suo sistema carcerario, permettano la sicurezza dei cittadini, occorrerebbe entrare anche nel merito del tipo di detenuto. Infatti, un conto è avere un detenuto comune che abbia, ad esempio, ucciso alcune persone, un altro conto è avere un detenuto che sia un pericolosissimo sanguinario terrorista a capo di una vasta organizzazione fondamentalista che si prefigga, ad esempio, la distruzione di massa di una popolazione con armi chimiche, batteriologiche, ecc. Un tale leader carismatico e strategico, in vita, anche se recluso, si rivela vitale per l’esistenza stessa della organizzazione fondamentalista. Un tale terrorista in vita, anche se in una prigione, anche se recluso in un carcere di massima sicurezza costituisce di per sé un notevole rischio per la popolazione, e dunque di futuri potenziali omicidi di massa. In tale caso, rimane a rischio il bene comune di una intera popolazione. Non è un caso che nella storia quasi tutti i dittatori o terroristi sanguinari siano stati sempre giustiziati (si veda anche il caso della morte di Osama Bin Laden, e le voci di una sua condanna a morte già preordinata, ma sempre negata). Dunque, dire in assoluto che la condanna a morte sia “inammissibile” si rivela alquanto opinabile poichè occorre sempre conciliare il tutto con la tutela del bene comune.  

Che la situazione di sicurezza per i cittadini nei vari Paesi del mondo non siano uguali, oltre che essere evidente a tutti, ce lo racconta Ed Condon sul National Catholic Agency con due episodi che mettono in evidenza anche la diversità di vedute, addirittura opposte, nella Chiesa sulla pena capitale:

“Il 13 luglio, i vescovi del Tennessee hanno scritto al governatore Bill Haslam chiedendogli di fermare una lista di esecuzioni programmate. Nella loro lettera, i vescovi Mark Spalding di Nashville, Richard Stika di Knoxville e Martin Holley di Memphis hanno sottolineato il valore e la dignità di ogni vita umana, anche di coloro che hanno commesso i peggiori crimini possibili.

Un giorno prima, il 12 luglio, il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo (Sri Lanka), aveva espresso il suo “sostegno” alla decisione del governo dello Sri Lanka di introdurre la pena di morte per i narcotrafficanti e i capi della criminalità organizzata.

Sosterremo la decisione del presidente Maithripala Sirisena di sottoporre alla pena di morte coloro che organizzano la criminalità durante la loro permanenza in carcere’, ha dichiarato ai media locali. (…) Nel recente caso dello Sri Lanka, il governo ha agito in risposta alla inefficacia delle pene detentive, con i trafficanti di droga e i capi della criminalità che sembrano continuare a operare impunemente, anche da dietro le sbarre”.

Ma ritorniamo sempre al secondo capoverso della nuova versione del n.2267 del Catechismo:

“Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi”.

Anche questa affermazione suscita qualche perplessità. Infatti, se è vero che abbiamo assistito a campagne di sensibilizzazione per l’abolizione della pena capitale, è anche vero che proprio in questi ultimi tempi il valore della vita, la sua dignità, la sua sacralità, appare sempre più sbiadita, come dimostrano:

  • il sempre maggior utilizzo delle leggi che tutelano il diritto all’aborto (ultimo esempio il referendum in Irlanda del maggio scorso), o addirittura la sua imposizione da parte dell’ONU a Paesi del Terzo Mondo come controparte di aiuti;
  • l’incremento del numero di aborti che avvengono anche, e forse ora soprattutto, attraverso la “contraccezione chimica”, ossia pillole abortive che, se da una parte eliminano il trauma dell’aborto chirurgico, dall’altro cancellano l’idea stessa della vita distrutta;
  • la recente legalizzazione dell’utero in affitto che rende legale, attraverso un vero e proprio contratto, sia lo sfruttamento del corpo della donna sia il commercio dei bambini, cioè di esseri umani, che vengono trattati come cose e non, appunto, come esseri umani, dotati di dignità;
  • la legalizzazione della adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, che di fatto mette al primo posto la soddisfazione della genitorialità a danno del diritto del bambino di avere un papà ed una mamma.

Del resto, non è stato proprio Papa Francesco a parlare ripetutamente della “cultura dello scarto” dove la persona viene scartata semplicemente perché non viene riconosciuta proprio nella sua dignità?

Sempre la nuova versione del secondo paragrafo del 2267 del Catechismo recita:

“…si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato”

Questa frase farebbe intendere che lo Stato stia avanzando nella maturazione della comprensione sempre più “umana” delle sue leggi. Ma anche qui, la realtà sembra contraddire questa affermazione. Ce lo ricordano le amare e drammatiche vicende dei piccoli Alfie Evans, Ishaia Haastrup e Charlie Gard, per fare solo i nomi più noti, dove lo Stato non è stato affatto più umano con le sue leggi ma semplicemente autoritario, visto che ha consentito il sequestro di piccoli bimbi negli ospedali dove è stata data loro la morte. Ce lo ricordano l’approvazione delle leggi eutanasiche, alcune delle quali, vedi l’Italia, mancano addirittura della obiezione di coscienza da parte di medici e strutture sanitarie. Ce lo dice infine la recente dichiarazione del primo ministro irlandese che imporrà alle strutture sanitarie cattoliche di offrire tra i loro servizi anche l’aborto se vorranno mantenere i finanziamenti pubblici attuali.

“Cambio” o “sviluppo” della Dottrina?

Per ragioni di spazio, sorvolo di commentare il primo capoverso del n.2267, non senza menzionare che anche questo ha suscitato critiche per come è stato scritto.

Passo infine al terzo ed ultimo capoverso che recita:

“Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona»,[1] e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”.

Alcuni hanno affermato che la nuova formulazione del Catechismo, come approvata da Papa Francesco, si divincola abilmente tra alcuni “scogli” teologici. Infatti, essa, per come è formulata, non richiede ai cattolici di disapprovare la pena di morte in tutte le circostanze. Il nuovo linguaggio del Papa non contraddice l’insegnamento antico della Chiesa secondo cui lo Stato ha l’autorità di invocare la pena di morte in circostanze appropriate. Né il catechismo rivisto insegna che l’uso della pena capitale è “intrinsecamente immorale”. Tuttavia, viene affermato in maniera assoluta che la pena di morte è “inammissibile”.

E papa Francesco per spiegare che “la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo” che la pena di morte è “inammissibile” riporta come unica fonte il suo stesso discorso tenuto ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (11 ottobre 2017): L’Osservatore Romano (13 ottobre 2017), 5.

Ora, nonostante il card. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, abbia detto che “La nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica”, è molto probabile che i teologi discuteranno se questa riscrittura sia da annoverare tra un “cambio” o uno “sviluppo” della Dottrina, e ciò perché,  come scrive Feser su First Thing, una cosa è certa:

“C’è sempre stato disaccordo tra i cattolici sul fatto che la pena capitale sia, in pratica, il modo migliore per difendere la giustizia e l’ordine sociale. Tuttavia, la Chiesa ha sempre insegnato, in modo chiaro e coerente, che la pena di morte è in linea di principio compatibile sia con la legge naturale che con il Vangelo. Questo è insegnato in tutta la Scrittura – da Genesi 9 alla Lettera ai Romani 13 e molti punti intermedi – e la Chiesa sostiene che la Scrittura non può insegnare l’errore morale. Ciò è stato insegnato dai Padri della Chiesa, compresi quei Padri che si sono opposti all’applicazione della pena capitale nella pratica. È stato insegnato dai Dottori della Chiesa, tra cui San Tommaso d’Aquino, il più grande teologo della Chiesa, Sant’Alfonso Liguori, il suo più grande teologo morale, e San Roberto Bellarmino, che, più di ogni altro dottore, ha illuminato come l’insegnamento cristiano si applichi alle moderne circostanze politiche.

Lo stesso card. Joseph Ratzinger, in qualità di capo dell’ufficio della dottrina di Giovanni Paolo II, ha affermato esplicitamente in un memorandum del 2004:

Se un cattolico fosse in contrasto con il Santo Padre nell’applicazione della pena capitale… non sarebbe per questo considerato indegno di presentarsi per ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili … ad esercitare discrezione e misericordia nell’imporre pene ai criminali, può ancora essere consentito … di ricorrere alla pena capitale”.

Lo stesso papa Giovanni Paolo II, del quale è nota la sua avversione alla pena capitale, lascia comunque la porta aperta come “misura estrema”. Infatti, nella Evangelium Vitae, al n. 56, scrive:

“È chiaro che, proprio per conseguire tutte queste finalità, la misura e la qualità della pena devono essere attentamente valutate e decise, e non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito dell’organizzazione sempre più adeguata dell’istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”.

Papa Francesco, invece, vuole che il Catechismo insegni che la pena di morte non deve essere mai utilizzata, e ciò perché, come spiega il card. Ladaria: per “raccogliere meglio lo sviluppo della dottrina avvenuto su questo punto negli ultimi tempi”.

Ma, a questo punto, Feser, nel citato articolo osserva:

“L’implicazione è che papa Francesco pensa che considerazioni di dottrina o di principio escludano il ricorso alla pena capitale in modo assoluto. Inoltre, dire, come fa il papa, che la pena di morte è in conflitto con ‘l’inviolabilità e la dignità della persona’ insinua che la pratica è intrinsecamente contraria alla legge naturale. E dire, come fa il papa, che ‘la luce del Vangelo’ esclude la pena capitale significa insinuare che essa è intrinsecamente contraria alla morale cristiana.

Dire entrambe queste cose significa contraddire l’insegnamento del passato. Né la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede spiega come il nuovo insegnamento possa essere reso coerente con quello delle Scritture, dei Padri e dei Dottori della Chiesa e dei papi precedenti.

(…) Se la pena capitale è sbagliata in linea di principio, da due millenni la Chiesa insegna costantemente gravi errori morali e scritture malamente interpretate”.

Dopo questo “sviluppo” alcuni dicono: non siamo “intrinsecamente disordinati”

E’ indubbio che, nonostante il card. Ladaria si sia speso per spiegare che l’attuale riformulazione del n.2267 sia uno “sviluppo” della Dottrina, i media hanno invece interpretato il tutto come una rottura, un netto cambiamento rispetto al passato. Anzi, alcuni gruppi, quelli che fanno riferimento al mondo LGBT, hanno tratto la semplice seguente conclusione: se si può cambiare l’insegnamento di 2000 anni della Chiesa sulla pena di morte, allora è possibile cambiare anche l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità.

Non è un caso che Il 3 agosto 2018, il ministero cattolico LGBT a St. Paul (OSP), che si trova nella casa madre dei Padri Paolini della parrocchia di St. Paul the Apostole a New York, ha pubblicato il seguente messaggio sulla loro pagina Facebook ufficiale:

“Ieri papa Francesco ha dichiarato la pena di morte inammissibile in tutti i casi. Ci mostra che l’insegnamento cattolico può cambiare e cambia nel tempo (o ‘svilupparsi’ usando la terminologia teologica). Papa Francesco chiedeva specificamente che il linguaggio del catechismo fosse modificato. Egli ha il potere di riconoscere anche altri ‘sviluppi’ della dottrina.

Per questo motivo insistiamo affinché il linguaggio delle persone LGBTQ nel catechismo cambi. Non siamo, e non siamo mai stati, ‘intrinsecamente disordinati’. È tempo che la Chiesa ascolti i credenti LGBTQ e riconosca il danno che la sua dottrina ufficiale ha causato a milioni di persone in tutto il mondo”.

In conclusione, basare la riscrittura del n.2267 del Catechismo sulla base di un ragionamento del tipo: “per molto tempo…., ma oggi….” forse non è stato un modo appropriato per affrontare un tema di grande importanza.

P. Gil Martinez, Cappellano per la Messa a St. Paul, che celebra la Messa nel luogo delle rivolte di Stonewall durante la Parata del Gay Pride di New York, il 24 giugno 2018.

P. Gil Martinez, Cappellano per la Messa a St. Paul, che celebra la Messa nel luogo delle rivolte di Stonewall durante la Parata del Gay Pride di New York, il 24 giugno 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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