Foto: Luis Ladaria

Foto: Luis Ladaria

Il 29 maggio scorso, sull’Osservatore Romano, è comparso un articolo (qui) firmato dal neo-cardinale Luis Ladaria, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, dal titolo chiarissimo: «Il carattere definitivo della dottrina di “Ordinatio sacerdotalisˮ. A proposito di alcuni dubbi». Il cardinale spiega che la preclusione al sacerdozio femminile per la Chiesa cattolica è una decisione che non si cambia.

Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica “Ordinatio sacerdotalisˮ, del 22 maggio 1994, arrivata dopo la decisione della Chiesa anglicana di aprire al sacerdozio femminile, ha «insegnato» che «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

 La Congregazione per la Dottrina della fede, in risposta a un dubbio sull’insegnamento del documento wojtyliano, «ha ribadito che si tratta di una verità appartenente al deposito della fede». «In questa luce – scrive l’arcivescovo Ladariadesta seria preoccupazione veder sorgere ancora in alcuni Paesi delle voci che mettono in dubbio la definitività di questa dottrina. Per sostenere che essa non è definitiva, si argomenta che non è stata definita ex cathedra e che, allora, una decisione posteriore di un futuro Papa o concilio potrebbe rovesciarla. Seminando questi dubbi si crea grave confusione tra i fedeli, non solo sul sacramento dell’ordine come parte della costituzione divina della Chiesa, ma anche sul magistero ordinario che può insegnare in modo infallibile la dottrina cattolica».

Il Prefetto della fede ricorda che in primo luogo, «per quel che riguarda il sacerdozio ministeriale, la Chiesa riconosce che l’impossibilità di ordinare delle donne appartiene alla sostanza del sacramento dell’ordine. La Chiesa non ha capacità di cambiare questa sostanza, perché è precisamente a partire dai sacramenti, istituiti da Cristo, che essa è generata come Chiesa. Non si tratta solo di un elemento disciplinare, ma dottrinale, in quanto riguarda la struttura dei sacramenti, che sono luogo originario dell’incontro con Cristo e della trasmissione della fede».

Come avete letto sopra, il card. Ladaria ha scritto: “desta seria preoccupazione veder sorgere ancora in alcuni Paesi delle voci che mettono in dubbio la definitività di questa dottrina”. Chissà  a chi si riferisce il card. Ladaria.

E’ però un dato di fatto che il card. Christoph Schönborn – che papa Francesco ha chiamato “un grande teologo” e a cui il papa ha affidato l’interpretazione pubblica di Amoris Laetitia – a proposito della ordinazione sacerdotale delle donne, in una intervista concessa il 1° aprile scorso a vari giornalisti austriaci ha detto: “La questione dell’ordinazione [delle donne] è una questione che chiaramente può essere chiarita solo da un Concilio. Questo non può essere deciso da un solo papa. Si tratta di una domanda troppo grande per poter essere risolta dalla scrivania di un papa.

A seguito di quella intervista, l’11 aprile scorso, un importante canonista americano, Ed Peteres, sul suo blog, scrisse preoccupato:

Ci sono almeno tre errori gravi in queste osservazioni, tutti ecclesiologici, e tutti (supponendo che le interviste ufficiali rilasciate da cardinali si debbano prendere alla lettera), piuttosto allarmanti.

In primo luogo, la possibilità di ordinare le donne al sacerdozio (e all’episcopato) è stata definitivamente esclusa per motivi ecclesiologici da Papa Giovanni Paolo II nell’Ordinatio sacerdotalis (1994) n. 4, quando ha dichiarato che “la Chiesa non ha alcuna autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne”. Qualunque altra argomentazione sacramentale, scritturale o storica contro l’ordinazione femminile su cui Giovanni Paolo II avrebbe potuto contare, egli ha formulato la sua sentenza conclusiva contro l’ordinazione sacerdotale femminile in termini di in-capacità della Chiesa di conferire tali ordini a tali persone. L’affermazione di Schönborn, quindi, che un giorno potrebbe succedere di avere “diaconesse, sacerdoti e vescovi” di sesso femminile è in contraddizione con un’affermazione ecclesiologica centrale contenuta nell’Ordinatio.

In secondo luogo, per Schönborn dire che un papa non può, da solo, decidere (specificamente, contro) la possibilità dell’ordinazione femminile significa contestare direttamente l’autorità di un papa nella Chiesa come stabilito nel Canone 331, in particolare che il papa “possiede il potere ordinario supremo, pieno, immediato e universale nella Chiesa, che è sempre in grado di esercitare liberamente”. Dato che Giovanni Paolo II ha deciso (sì, proprio dalla sua scrivania!) che la Chiesa non aveva potere di ordinare donne al sacerdozio e che la sua decisione doveva “essere definitivamente tenuta da tutti i fedeli della Chiesa”, la dichiarazione di Schönborn, suggerisco, nega direttamente l’autorità del papa di emanare un tale insegnamento ecclesiologico e/o una tale direttiva.

Terzo, nello stesso momento in cui egli nega l’autorità di un papa a decidere come decise Giovanni Paolo II, Schönborn sostiene che la questione dell’ordinazione femminile (assecondando il cardinale nell’ipotesi che esista anche una tale questione riguardo allo stato sacerdotale) può essere decisa solo da un Concilio ecumenico, commettendo in tal modo, suggerisco, l’errore ecclesiologico di ritenere che vi siano concili ecumenici superiori ai papi e di avvicinarsi così pericolosamente a una linea che pochi canonisti moderni pensavano potesse essere attraversata, quella tracciata nel Canone 1372, che recita: “Chi contro un atto del Romano Pontefice ricorre al Concilio Ecumenico o al collegio dei Vescovi, sia punito con una censura.

(… Edward Peters prosegue poi approfondendo la questione dal punto di vista del diritto canonico….)

In sintesi, che tali commenti, provenienti da una delle figure più prestigiose della Chiesa di oggi, commenti che, se intesi nel loro schietto senso, contestano espressamente l’adeguatezza di un atto papale di rilievo, negano la capacità di un papa di emanare, da solo, tali decisioni, e che implicano che un concilio ecumenico è l’unica autorità che potrebbe decidere certe questioni ecclesiologiche, che tali commenti, dico, non hanno suscitato, per quanto io ne sappia, una singola fraterna correzione, è, io penso, un segno di quanto sia urgente un ripristino dell’ordine nella Chiesa.

A meno che, naturalmente, il card. Schönborn non debba essere considerato come uno che dice ciò che intende e intende ciò che dice.++++

 

Ed Peters, dopo questo articolo del card. Ladaria, immagino si sia tranquillizzato. Infatti, è arrivata quella “fraterna correzione” da lui auspicata (sia pure indiretta).

 

di Sabino Paciolla

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