Messa Tridentina
Messa Tridentina

 

Alla base un’interpretazione errata del Concilio Vaticano II e l’ignoranza della dottrina scaturita dal Concilio di Trento.

 

di Domenico Condito

 

Credo che certi “guru” della teologia postmoderna, al netto del loro carisma “social”, siano oggettivamente sopravvalutati. Questa volta, l’ennesima, a sorprendere per la scarsa avvedutezza delle sue posizioni è padre Alberto Maggi, dell’Ordine dei Servi di Maria italiano. Di recente, in un testo rilanciato dalla pagina social “Alzogliocchiversoilcielo”, si è avventurato in una personale ridefinizione del ruolo del sacerdote, fino a sostenerne l’assoluta inutilità. Scrive Maggi: “Il sacerdote, nella cultura dell’epoca di Gesù, era quell’individuo che era chiamato ad avere una mediazione tra gli uomini e Dio, a cui le persone non potevano rivolgersi direttamente. Questa figura era l’unica che poteva offrire al Dio. Con Gesù la relazione degli uomini con Dio è possibile a tutti ed è immediata, non c’è più bisogno di sacerdoti perché siamo tutti sacerdoti. La Chiesa, con il Concilio Vaticano II, ha ripreso questa formulazione, dice che noi, Chiesa, siamo popolo sacerdotale, cioè tutti possiamo rivolgerci immediatamente e direttamente a Dio, senza la necessità di alcuna mediazione. Quindi non c’è bisogno di alcun sacerdote, perché siamo tutti sacerdoti”.

Per Maggi, quindi, la “formulazione” del sacerdozio regale, derivante dal battesimo per tutti i cristiani, sarebbe una novità del Concilio Vaticano II, ripresa da Gesù, e ne deduce che “non c’è bisogno di alcun sacerdote, perché siamo tutti sacerdoti”, annullando di fatto la distinzione tra sacerdozio “regale” e sacerdozio “ministeriale”. Una distinzione, quest’ultima, che il Concilio Vaticano II non ha mai messo in discussione, confermandone pienamente il valore, al contrario di quanto lascerebbe intendere Maggi.

A dire il vero, poi, certe “formulazioni” erano già presenti nella Chiesa tridentina, che riconosceva, per esempio, che uno degli “uffizi” che competono al fedele che presenzia alla Santa Messa è quello di “offerente”, al quale il Figlio di Dio ha comunicato con il Battesimo il suo titolo di “sacerdote eterno”. Nell’Oratorio francese fondato da Pierre de Bérulle (1575 –1629), teologo e cardinale, era molto presente l’idea che i fedeli offrono il sacrificio insieme al sacerdote, e si preparavano dei manuali contenenti spiegazioni della Santa Messa e indicazioni pratiche per permettere ai fedeli di unirsi con la preghiera al sacerdote durante l’offerta.

Il gesuita Paolo Segneri (1624-1694) è ancora più esplicito in questo brano estratto dall’opera “Il cristiano istruito nella sua legge. Ragionamenti morali” (Ragionamento XII – Sopra la Santa Messa, paragrafo XXII), pubblicata a Firenze nel 1686: “L’altro uffizio, che sostiene un Fedele, mentre sta presente alla Messa, è d’Offerente. Il Figliuolo di Dio è stato sì appassionato d’amore verso i Cristiani, che ha comunicato loro, non solo tutti i suoi beni, ma anche gran parte de’ suoi uffizi, volendoli tutti cooperatori al gran disegno della divina Gloria. E perché una delle parti più riguardevoli, ch’egli sostenga in qualità di Redentore, si è, l’essere Sacerdote eterno: «Tu es Sacerdos in aeternum» perciò ha voluto comunicare a’ suoi universalmente questo gran titolo, e consegrandoli a un certo modo tutti quanti col sangue suo nel santo Battesimo, come lo ringraziano in Cielo tutti i Beati, dicendo: «Fecisti nos Deo nostro Regnum et Sacerdotes» (Apoc. 5. 10.). Non è dunque solo quel sacerdote visibile, che voi mirate all’Altare, quel che offerisce a Dio la Vittima sacrosanta del Corpo di Gesù: «Non solus Sacerdos sacrificat», dice Guerrico (Ser. De Purific. ), ma con lui sacrificano tutti i Fedeli, e singolarmente quei che assistono al Sacrifizio, «Sed totus conventus fidelium, qui adstat, cum illo sacrificat». Il Sacerdote visibile è come un pubblico Ambasciatore, sì della Chiesa in comune, e sì di ciascuno de’ Fedeli assistenti in particolare, facendosi Mediatore di tutti a una ora, presso il Sacerdote invisibile, ch’è Cristo, ed offerendo con esso all’Eterno Padre, sì a nome comune, sì a nome particolare, tutto il gran prezzo della umana Redenzione. Perciò il Sacerdote chiama la Messa Sacrifizio suo, e de’ Fedeli assistenti: «Orate Fratres, ut meum, ac vestrum Sacrificium acceptabile fiat»: perché la Messa non è un tesoro privato de’ Sacerdoti, ma pubblico di tutti quegli, i quali concorrono ad offerirla.”

Non meno significativa è la spiegazione di padre Gianfrancesco Durazzo nel suo trattato sopra “Le grandezze dell’augustissima Eucaristia” (1715): “All’istessa maniera, più frutto riporta dal Sacrifigio incruento, chi più divotamente vi assiste, ò più concorre à fare l’offerta: dacchè ogni Fedele, consegrato in certo modo Sacerdote nel Santo Battesimo, siccome è tenuto a prestare omaggio all’Altissimo, così è tenuto ad avere qualche intenzione, almeno virtuale di offerire à Dio questo Sagrifizio, che è il massimo culto, che possa prestarsi alla divina Maestà. Per questo il Sacerdote facendo l’offerta si serve più volte nel Canone del numero plurale: “Hanc igitur oblationem quam tibi offerimus”, per dimostrare che tutti i Fedeli, che compongono il corpo mistico della Chiesa, debbono concorrere ad offerire attualmente ò virtualmente il divino Sagrifizio”.

Rimane naturalmente la distinzione tra il sacerdozio “regale”, che compete a tutti i battezzati, e quello “ministeriale” dei sacerdoti ordinati. Distinzione presente nella Chiesa tridentina, mai cancellata dal Concilio Vaticano II, e tuttora valida.

A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: nella Chiesa ideale di padre Maggi chi celebrerebbe l’Eucarestia, visto che possiamo fare a meno dei sacerdoti? Forse la benemerita e pluripremiata casalinga di Voghera? E poiché certe conclusioni hanno un’inevitabile ricaduta sull’intera formulazione della nostra Fede, c’è da chiedersi se padre Maggi e i teologi della postmodernità credono ancora nella presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Con buona pace di monsignor Víctor Manuel Fernández, nuovo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede.

 


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