Coraggioso, bellissimo e imperdibile intervento di mons. Luigi Negri, vescovo.

 

 

Riportiamo alcuni dei passaggi più significativi di un intervento di mons. Luigi Negri del 2017, tenuto durante un convegno, organizzato a Torino da Federvita – Piemonte e Valle d’Aosta, sul tema dei principi non negoziabili.  Alla fine del testo la possibilità di vedere per intero il video della sua relazione.

Fonte: Tu Fortitudo Mea


(…) C’è una china da risalire. Oggi questa china da risalire è emersa con chiarezza, direi con drammaticità. Dobbiamo risalire questa china a causa della distruzione di una grande tradizione, religiosa e culturale, che è il vanto della nostra civiltà cristiana ed europea. Il vanto di una concezione della fede che è l’affermazione della presenza di una vita nuova. La fede è una vita nuova che il Signore Gesù Cristo, che l’ha sperimentata in prima persona e in pienezza, dona a tutti quelli che credono in Lui. La fede non è una serie di formulazioni ideologiche che poi facilissimamente prendono, come è stato sottolineato chiaramente, l’immagine della gnosi. Il mio amico Gotti Tedeschi ha ormai formulato una serie di interventi da cui risulta che il cristianesimo è sotto la tentazione di presentarsi come una gnosi, una gnosi ecologistica, una gnosi socio-politica. Il Concilio Vaticano II, quando riflette sull’esistenza di una società senza Dio, nella Guadium et spes, dice che in una società senza Dio l’uomo diventa inevitabilmente «particella di materia o cittadino anonimo della città umana»: manipolazione scientifico-tecnologica, manipolazione socio-politica.

Noi dobbiamo perciò risalire la china e questo vuol dire risalire questa grande tradizione di cui siamo figli e che ci condiziona ancora positivamente. Anche se questa enorme pressione anticristiana in cui viviamo rischia di farcela sentire, a noi stessi per primi, molto lontana, inattingibile. O come dicono adesso, in un modo terribile come equivocità, ma molto diffuso nel mondo cattolico, un grande ideale ma non applicabile, non attuabile e, quindi, invece di questo grande ideale non più attuabile… Mi pregio di dirvi che questo grande ideale che non sarebbe più attuabile è per esempio il matrimonio cristiano, la famiglia cristiana, la dedizione reciproca uomo-donna; cose grandi ma inattingibili… e perciò occorrerebbe qualche cosa di più quotidiano, di meno impegnativo e lo si verrebbe a formulare a partire dalle osservazioni di carattere psicologico, affettivo sociologico eccetera, eccetera…  Questa grande tradizione invece afferma che Dio ama la vita; Dio è l’amante dell’esistenza e gioca la sua Presenza nel mondo attraverso Gesù Cristo e nel mistero della Chiesa come una permanente sollecitazione ai cristiani a riconoscere che la vita è una cosa grande perché scaturisce dalla gratuità di Dio e prende forma nella gratuità della vita di ciascun uomo che non ha voluto nascere e che perciò non deve voler morire. La prima conseguenza di questa gratuità che caratterizza la nostra nascita impone che la nostra morte non possa essere progettata da noi per considerazioni di carattere particolare.

Questa è una tradizione che è stata demolita, una tradizione bellissima e grandissima che è stata demolita. Un mondo nuovo che vive nel mondo, un’umanità nuova che vive nel mondo, una capacità di intervento che giudica con chiarezza il mondo in cui viviamo, evidenziandone gli aspetti negativi, quelli che il Concilio chiama «strutture di peccato», e insieme l’emergenza di quelle grandi esigenze positive che caratterizzano l’esperienza umana, nonostante tutto, in qualsiasi momento. I cristiani sono stati una presenza viva, una presenza capace di giudizio e capace di azione, una realtà che si è giocata nel mondo, che è comunque sempre il mondo vecchio del demonio, in qualsiasi modo si atteggi, e il mondo nuovo di Dio. La caratteristica che consente di leggere in profondità la storia del rapporto fra la Chiesa e il mondo, nei vari momenti di questa storia, tormentata e bellissima, vede questo confronto tra coloro che sono stati amanti della vita e coloro che hanno invece determinatamente voluto la fine della vita.

Che cosa è apparso ai nostri occhi oggi? Il confronto e lo scontro tra chi ama la vita e chi pone, nel modo più articolato e più subdolo, il suo interesse nella negazione della vita. Oggi, come mai prima d’ora, il confronto è tra Dio che ama la vita e il mondo dominato dal demonio che vuole la fine della vita. Io credo che dobbiamo sentirci chiamati a una responsabilità grande che è certamente quella, come oggi è stato sottolineato con molta chiarezza, di recuperare i termini di questa Dottrina sociale della Chiesa che ha nei principi non negoziabili un aspetto formidabile e che non può essere disatteso; che ha nella capacità di giudicare, per quanto sarà possibile, tutti gli interventi di questa magistratura tremenda che fa diventare legge quello che nessun Parlamento ha votato ; certamente dovremo fare la fatica di modulare una presenza in modo tale che i massimi equivoci vengano denunciati e risolti. Ma la china che dobbiamo riprendere è la china della nostra fede, amici. La china che dobbiamo risalire è la china di un mondo in cui è stata ed è volontariamente respinta la fede, volontariamente combattuta la presenza di Cristo e della Chiesa, volutamente demonizzata la nostra tradizione, come se fosse soltanto una tradizione di errori. Tocca a noi, quindi, prima e più profondamente che recuperare i singoli aspetti di questa pur importante e irrinunciabile Dottrina sociale della Chiesa, recuperare la fede. Scusate, come dire, la semplicità ma anche la profondità: cosa dire a dei cristiani che vivono in questo mondo e si incontrano e si scontrano, come abbiamo visto oggi, ogni momento, con una volontà di negare la vita? Siate cristiani, siate veramente cristiani. Recuperate la forza della fede che è una capacità di giudizio e di azione. Recuperate la grandezza della fede che ha una concezione dell’uomo e della storia, che si pone quindi dentro la realtà non con un giudizio negativo ma con un giudizio che, rivelando gli aspetti positivi e negativi del mondo, rende possibile a coloro che vivono in questo mondo, se vogliono, aderire all’avvenimento cristiano e farlo proprio.

Credo che questa sia la prima osservazione ed è una grande tradizione, come dire, di cui chi avesse un minimo di conoscenza adeguata, elementare, della storia della Chiesa dovrebbe rendersi conto. Ci passano in questo momento davanti i grandi pontificati del XIX e del XX secolo: da Pio IX a Pio XII, fino a Giovanni Paolo II e poi a Benedetto XVI. Il Pontificato Romano ha difeso la verità della fede come verità della Chiesa e, insieme, come servizio alla verità dell’uomo. Questa è la nostra tradizione. Questa è la nostra tradizione: un’esperienza di positività e di libertà che riempie la nostra esistenza e che ci spinge e ci urge ad uscire da noi per incontrare il cuore di ogni uomo che vive accanto a noi; se volete è la riscoperta della tradizione missionaria della Chiesa, quella formidabile intuizione per cui san Giovanni Paolo II, nella grande enciclica Redemptoris missio, definì la missione come la natura profonda della Chiesa: la Chiesa non fa la missione, la Chiesa è la missione perché la fede si irrobustisce donandola. Allora a partire da questo esame dettagliato di tutti i limiti, di tutti gli errori e di tutti gli orrori che si stanno compiendo o si sono già compiuti o che si compiranno con maggior forza, perché la legislazione li renderà possibili, di fronte a questo noi dobbiamo recuperare la forza della tradizione di un popolo che vive in profondità la vita e ama la vita di ognuno.

Allora secondo e brevissimo punto. È pur necessario dire che cosa è venuto a rendere più faticoso questo risalire la china perché il popolo italiano risaliva la china, stava risalendo la china grazie alla grande educazione che aveva ricevuto dal magistero dei Papi fino ad oggi. Che cosa è accaduto? Che cosa è venuto a rendere più faticoso questo cammino? Una concezione diversa della fede e della Chiesa, una concezione diversa, una concezione che non è nata oggi, che ha anch’essa una sua tradizione. Si può e si deve parlare di modernismo perché c’è stata certamente negli ultimi anni una ripresa vigorosa e inaspettata di un modernismo che la Chiesa pensava di avere, in qualche modo, superato ma non è vero. Oggi il modernismo parla dalle cattedre delle facoltà teologiche, oggi il modernismo parla nell’ambito di molte esperienze o di molte presenze che dovrebbero essere magisteriali e, quindi, essere preoccupate della chiarezza e, invece, sono fonte di confusione. Il modernismo è una concezione della Chiesa come una realtà chiusa in sé che caratterizza l’esperienza singolare di alcuni o di gruppi ma non ha una forza innovatrice. Si potrebbe dire che, per tanto mondo cattolico nel quale viviamo, il mondo va bene così com’è: il mondo non deve essere giudicato e trasformato; il mondo deve essere aiutato, deve essere sostenuto e aiutato. Sostenuto e aiutato che cosa significa? Sostenuto nei bisogni sostanzialmente materiali, psicologici, affettivi, culturali. Al mondo non viene più proposta la straordinaria esperienza di una novità umana e storica che non ci sarà solo l’ultimo giorno – l’ultimo giorno sfolgorerà nella sua assolutezza e, quindi, trascenderà ogni immagine che noi possiamo avere del Paradiso –, ma questa novità si conquista giorno dopo giorno, accompagna la vita del cristiano. Per questo la festa liturgica che guida la vita cristiana di ogni giorno è la festa della Trasfigurazione. La vita della fede è la vita di uomini trasfigurati che mangiano e bevono, vegliano e dormono, vivono e muoiono non più per sé stessi ma per Lui che è morto e risorto.

Non possiamo accettare di essere, accanto a questo mondo, silenziosi sui gravi errori umani e storici che questo mondo compie oggi, riducendoci soltanto a fare un aiuto, a un’assistenza. Il mondo non ha bisogno di un’assistenza ha bisogno di una trasformazione. E noi invece ci stiamo riducendo a fornire a questi bisogni umani una risposta e siamo tutti lieti, come cristiani, quando quello che noi facciamo sembra rispondere alle necessità materiali. Qualche volta ho chiesto in questi anni: ma non avete la sensazione che noi così accettiamo una concezione materialistica della vita? Chi di noi sa o pensa che questa gente che arriva in Europa – in un modo che certamente ci trova impreparati e, quindi, pone dei grossi problemi che devono essere affrontati con decisione, con realismo, con gradualità, con prudenza – ha bisogno di Gesù Cristo? Se la Chiesa rinuncia all’evangelizzazione, tradisce Dio; può anche illudersi di servire l’uomo, ma non è neanche vero che serva l’uomo perché quello che dominerà nel giro di qualche decennio, con buona pace di tutti noi, saranno gli esiti di quella visione hitleriana dell’umanità che sembra rinascere oggi: l’eugenetica hitleriana. Pensate un po’: dopo che si va a cercare il fascismo e l’hitlerismo in ogni buco, gridando al fascismo ecc… non ci si rende conto che l’antropologia e, quindi la concezione della vita, che potrà essere addirittura determinata per legge, è un’antropologia di carattere totalitario.

Noi non possiamo soltanto assistere il mondo, non possiamo soltanto riempire i bisogni materiali, che pure è necessario…, ma sono conseguenze. Per primo ci deve essere evangelizzazione e poi tutto il resto. «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt, 6, 33). E «il regno di Dio e la sua giustizia» è la presenza di Cristo, quindi l’annunzio della sua Presenza. Tutto il resto … Le opere senza la fede distruggono la fede. La fede senza le opere è astratta e sterile ma un’azione, un’opera, che non sia espressione della fede, è un’illusione, poco o tanto, diabolica.

Allora da ultimo, occorre riprendere vigorosamente il senso della nostra identità cristiana: quello che si sta combattendo nel mondo è una battaglia tra la verità della fede e la falsificazione della fede. E la verità della fede non è detto che debba essere più chiara in coloro che guidano, piuttosto che in coloro che sono guidati. Ho fatto per quindici anni il Vescovo in due diocesi diversissime ma nelle quali ho imparato tantissimo. Quello che ho imparato l’ho imparato dal popolo cristiano, dal popolo degli umili, dei poveri, dalle donne del Rosario. L’ho imparato alle feste dei santi e alle feste di Maria. Se non ci fosse stato il sistematico culto a Maria, forse la fede si sarebbe perduta nel nostro mondo.

Ecco è il momento dei cristiani. Se siete laici, come la maggior parte di voi, siate laici cristiani che riprendono il grande compito del battesimo che è il compito della testimonianza: mi sarete testimoni fino agli estremi confini del mondo. E se avete bisogno di essere guidati chiedete, anche con forza, di essere guidati. Se la guida sembra essere inadeguata a quello di cui voi avete bisogno dite con chiarezza che avreste bisogno di altro e, nella misura in cui sapete crearvelo attraverso la trama di rapporti e di compagnie, che nel mondo cristiano, per fortuna, sono sempre state una grande risorsa, datevi questo aiuto. (…). È necessario che ciascuno di noi prenda sul serio la propria responsabilità di essere la luce del mondo e il sale della terra perché il Signore ha detto questa straordinaria parola (…) non affermando che i preti, i Vescovi, i Papi sono la luce e il sale del mondo; ma ha detto voi – quindi anche i preti, i Vescovi e i Papi – siete la luce del mondo e il sale della terra. Dovete recuperare la grande tradizione cristiana di cui siete figli, dovete vivere con chiarezza critica la difficoltà del momento che viviamo; soprattutto dovete riprendere quella tradizione di presenza cristiana che, mentre rende lieta la nostra vita, ci fa comunicare gioia a tutti quelli che incontriamo.

 

 

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