Greta Thumberg
Greta Thumberg

 

 

di Mattia Spanò

 

Secondo il ministro della difesa tedesco, “l’Europa deve essere pronta alla guerra entro la fine di questo decennio”. Entro il 2035 – un altro decennio e spiccioli – non avremo nulla e saremo felici. Verdi, sostenibili e resilienti. Secondo la Stampa alla Terra – maiuscolo, mi raccomando – restano sette anni.

Nel 2019, Greta Thunberg parlando al Senato italiano fu di esattezza elvetica: mancano dieci anni, 257 giorni e 13 ore alla fine del mondo.

 

Perché mancano sempre dieci anni e dintorni alla catastrofe?

 

Per molte ragioni, la maggior parte delle quali afferiscono ad una divisione mitologica della vita umana. Ognuno di noi, ad esempio, per riferirsi a certi fenomeni parla di “anni ‘70”, “anni ‘80”, “anni ‘90” e così via”. Dieci anni nella vita di un uomo sono un’epoca e un’epica. Un tempo abbastanza lungo per fissare delle tipicità storiche, sviluppare una “narrazione” e sedimentare un giudizio su cambiamenti, stili di vita, fatti storici.

In proiezione futura, dieci anni sono una porzione sufficiente di vita: un tempo abbastanza lungo per sperare alcune cose – comprare una casa, avanzare in carriera, mettere al mondo e crescere figli – e soprattutto credere che siano realizzabili meccanicamente.

Soprattutto, per la maggior parte degli uomini, dieci anni sono un tempo ragionevole entro il quale pensare di essere ancora vivi. Sono uno spazio temporale tangibile, per così dire.

Dal punto di vista economico, un ciclo decennale è perfettamente plausibile: nessuno ti dà del pazzo se fai previsioni a dieci anni. Nessuno ti giudica male se queste non si realizzano o non lo fanno pienamente e nelle modalità descritte. Dieci anni è un tempo plausibile che consente investimenti molto rilevanti ad esempio in infrastrutture, o per una riforma radicale del mercato de lavoro o della scuola.

Otto-dieci anni sono due mandati di governo. Non è molto, e non è nemmeno poco. Potrei continuare con gli esempi, ma tutto sommato il concetto mi sembra abbastanza chiaro. Agli occhi di chi vuole cambiare il mondo, dieci anni sono un tempo sufficiente a mettere in atto certe azioni viziate dalla paura, fare “sacrifici”, adottare gli “stili di vita” della “nuova normalità” per rimandare la catastrofe. La maggior parte delle persone si aspetta (insensatamente) di essere ancora viva fra dieci anni.

Dieci anni sono anche un tempo sufficiente a dimenticare cose dette e imposte dieci anni prima. Poiché il cervello tende a rimuovere ciò che non si concretizza, esso viene dimenticato. Morale: di dieci anni in dieci anni, le balle possono essere ripetute, riformulate, addirittura negate e sostituite senza tema di smentita.

Si tratta di un trucco psicologico molto banale, che tuttavia nasconde una propensione culturale più radicale.

È una visione del “tempo reale” progressista, fondata sul principio dello stimolous-response: agisco sulla realtà in un certo modo, ottengo un certo risultato. Un po’ come il martelletto del medico sul ginocchio per testare i riflessi.

La prima volta che portai mia moglie a Roma – la povera donna è africana, povera in quanto mia moglie, non perché africana – verso la fine della giornata, osservando il Foro mi disse: “Chi ha costruito questo più di duemila anni fa pensava all’eterno. Ogni cosa qui è stata costruita per sempre”. Culture lontanissime e prive dei fondamenti della nostra colgono perfettamente la natura profonda e reale di ciò che Roma è stata e rimane.

Comprimendo lo spazio della vita in una manciata di anni – è l’idea della “garanzia” di un anno sul frullatore, due sulla macchina, l’obsolescenza programmata dei telefoni – e riducendola ulteriormente ad “obiettivi”, si sono gradualmente abituate le persone a vivere dentro bolle di sapone pronte a scoppiare.

L’orizzonte della vita è l’estinzione del mutuo, la pensione, il prossimo scatto triennale sullo stipendio, l’avanzamento di livello o di carriera. Sono trent’anni che “ci vuole più Europa” per realizzare “il sogno europeo” che ci ha garantito “settant’anni di pace”.

Oggi i primi promotori di questo “sogno” parlano tranquillamente di guerra senza che nessuno faccia un fiato. Lo fanno perché devono giustificare i propri fallimenti epocali. Del resto, sono ormai pochissimi quelli che hanno visto e vissuto la guerra, videogiochi e film hollywoodiani a parte, che per l’appunto l’hanno ridotta ad intrattenimento bagatellare. Viviamo molto più a lungo, dilapidando il tempo in inutili scemenze.

Al contrario della Roma Antica (nelle more: quello era il vero potere, il Reich Millenario al quale non a caso fecero riferimento Mussolini ed Hitler) il principio regolatore della civiltà moderna è l’autofagia del consumo. Erisittone offende Demetra tagliando il suo bosco sacro e viene condannato dalla dea a divorare il suo regno, e infine sé stesso. È il destino dell’Occidente liberal.

La nostra civiltà sopravvive perché produce e consuma cose deperibili da un lato (idee comprese: oggi impongono inclusione, resilienza e lotta al patriarcato, domani chissà), e dall’altro rimuove e uccide ciò che giudica inutile, improduttivo o contrario agli obiettivi: virus, batteri, ebrei, no-vax, l’Iraq, la Libia, la Russia, chi ama la bistecca e possiede una macchina diesel.

Il ‘900 è il secolo nel quale questa ideologia mostra il suo vero volto: tanto il nazismo quanto il fascismo sono durati appena vent’anni o meno, perché appunto fondati su aspirazioni posticce – per costruire Roma bisogna coltivare certi presupposti ideali e religiosi del tutto rimosso dal subconscio – e sulla rimozione di elementi percepiti come spuri nella società.

Paragonare un ebreo ad un insetto nel 1940 o un palestinese ad un animale privo di coscienza nel 2023, così come un no-vax nel 2021, risponde alla stessa logica esclusiva.

Si fissano obiettivi a scadenza ragionevole, e si usa questa porzione di tempo per rimuovere gli ostacoli contrari allo scopo. L’atroce sorte di Gaza serve a far accettare alle menti e ai cuori l’idea del genocidio. Si difendono le api (sacrosanto), ma è giusto eliminare i palestinesi dalla faccia della terra per lo stesso motivo per cui si difendono le api: il “diritto alla difesa”. Di Israele, della Terra (maiuscolo, mi raccomando), della salute dei vecchi.

Infatti, non a caso le guerre contro la Russia e contro i palestinesi “saranno lunghe”. Quanto? Dieci anni. Armiamoci e morite.

 

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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