Prof. Andrea Grillo (immagine generata con IA di ChatGPT)
Prof. Andrea Grillo (immagine generata con IA di ChatGPT)

 

 

di Fabio Vessillifero

 

Premessa metodologica

Riconosco l’onestà intellettuale e il vigore della riflessione del professor Andrea Grillo. Tuttavia, avverto la difficoltà strutturale di instaurare un dibattito diretto, a causa della radicale divergenza delle premesse speculative da cui si muove. Quando un’impostazione teologica assume pienamente le categorie e i presupposti del linguaggio post-kantiano, archiviando il realismo gnoseologico in favore del primato della prassi e del processo, l’orizzonte del confronto subisce una mutazione di fondo. Quando viene meno la prospettiva che la mente umana possa attingere a una verità oggettiva e trascendente — accolta come dono e non costruita dall’uomo —, il confronto rischia di trasformarsi in un esercizio prevalentemente ermeneutico, rendendo più complesso individuare un terreno comune di intelligibilità.

Non si tratta dunque di erigere steccati polemici, ma di prendere atto con serenità che, partendo da premesse filosofiche e teologiche così distanti circa la natura della Rivelazione e della conoscenza, ogni dibattito formale finirebbe per avvitarsi in una sterile sovrapposizione di linguaggi. Per questa ragione, questa riflessione non pretende di persuadere chi ha eletto l’immanentismo a proprio paradigma, ma si offre come contributo di chiarezza quanti desiderano interrogarsi in modo aperto e rigoroso sul futuro della Chiesa e della sua liturgia.

  1. L’equivoco della modernità e il cortocircuito di Andrea Grillo

La parabola della teologia sacramentale contemporanea trova una delle sue manifestazioni più nitide nel pensiero di Andrea Grillo, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. La riflessione del teologo muove da una condivisibile e sferzante diagnosi della cultura tardo-capitalista, accusata di aver ridotto l’esistenza umana a mera prestazione, l’individuo a consumatore e il tempo a risorsa produttiva. 

Tuttavia, di fronte a questa colonizzazione dell’immaginario, la terapia prospettata rivela una profonda contraddizione. Nel tentativo di liberare la liturgia e l’ecclesiologia da quello che bolla come un rigido immobilismo neo-scolastico e tridentino, Grillo sceglie deliberatamente di assumere le categorie dello storicismo e dell’immanentismo post-kantiano, elevando la prassi rituata — intesa qui non come accoglienza dell’Opus Christi (azione divina oggettiva), ma come dinamismo umano, storico e sociologico dell’assemblea — a sorgente primaria del senso teologico.

Il cortocircuito risiede proprio in questa scelta metodologica: pretendere di combattere la secolarizzazione adottando i medesimi presupposti filosofici della modernità. Compiendo questo ribaltamento epistemologico, il rito cessa di essere l’accoglienza obbediente di un dato oggettivo e trascendente per trasformarsi in un cantiere aperto, costantemente plasmato e riadattato dalle sensibilità del momento.

  1. L’omologazione alle logiche del secolo

Per capire dove porta questa strada, basta guardare alla storia: ogni volta che la Chiesa ha ceduto alla tentazione di copiare i modelli e le logiche del secolo, ha finito per indebolire la sua missione originaria. Oggi accade la stessa cosa con il capitalismo globale. Se il sistema economico di oggi rende l’uomo “fluido”, senza punti fermi e guidato solo dai consumi del momento, una certa teologia vuole portare questa stessa fluidità dentro la Chiesa. Il paragone è evidente: oggi come in passato, si rischia di scambiare l’adeguamento alle mode del mondo per un indispensabile aggiornamento della pastorale.

  1. La tentazione hegeliana e la secolarizzazione del Sensus Fidei

Spostare il centro della teologia dalla Verità di Dio al semplice vissuto delle persone significa seguire un’impostazione filosofica di chiara matrice hegeliana. La Verità smette di essere il Depositum Fidei trasmesso integro “dall’alto” attraverso la Rivelazione per diventare l’esito immanente di un processo sociologico in perenne divenire. In questa prospettiva gnostica, la norma che giudica e orienta la storia cede il passo al primato del divenire, col rischio costante di sovrapporre l’azione dello Spirito Santo allo Zeitgeist, lo spirito del tempo. 

Questa impostazione produce una secolarizzazione profonda del sensus fidei. La critica qui mossa non equivale a sostenere una concezione statica o mummificata del dogma: la visione teologica classica riconosce pienamente che la comprensione del Depositum Fidei progredisce in modo autenticamente dinamico. Tuttavia, come insegnano la lezione di san Vincenzo di Lérins e la teoria dello sviluppo dogmatico di san John Henry Newman, si tratta di uno sviluppo organico ed omogeneo, in cui la Verità approfondisce se stessa rimanendo identica a sé nella propria sostanza (eodem sensu eademque sententia). È la medesima dinamica illustrata dallo stesso san Vincenzo attraverso la crescita del corpo umano: come il bambino sviluppa con l’età le proprie membra senza trasformarsi in un’altra creatura o alterare la propria natura originaria, così il dogma e il rito maturo non smentiscono né sostituiscono la loro forma iniziale, ma la portano a compimento. 

È proprio questo il punto di rottura di Grillo con la dottrina del Concilio Vaticano II. Nella costituzione Lumen Gentium (LG 12), il sensus fidei della totalità dei fedeli è compreso come una facoltà spirituale e recettiva, mediante la quale il Popolo di Dio, rigenerato dall’unzione dello Spirito Santo, aderisce inseparabilmente alla Verità rivelata. Questo discernimento non opera in modo autonomo o contrapposto all’autorità della Chiesa, ma agisce sotto la guida del sacro Magistero (sub ductu sacri magisterii). È infatti il medesimo Spirito che, in totale armonia, infonde il sensus fidei nei cuori dei battezzati e, al tempo stesso, concede ai pastori il carisma certo della verità per insegnare e guidare la Chiesa.

Nell’ermeneutica di Grillo e della teologia della prassi, il sensus fidei viene invece strappato a questa dimensione recettiva ed ecclesiale per essere trasformato in un dinamismo eterogeneo e processuale: una forza immanente, di natura sociologica e quasi parlamentare, chiamata a rimodellare la dottrina, la morale e il rito sulla base dei mutamenti culturali. Si compie così un ribaltamento essenziale: non è più la prassi del popolo a dover essere giudicata e conformata alla Rivelazione custodita dalla Chiesa, ma è la Rivelazione stessa a dover essere continuamente rivista e riadattata alle opinioni e alla sensibilità del momento. 

  1. L’illusione di una democrazia ecclesiale

L’idea di far scaturire la riforma della Chiesa dall’ascolto indistinto della base rivela un’ingenuità sociologica di fondo. La massa dei fedeli che popola le comunità contemporanee non costituisce un corpo puro e neutrale, ma è immersa e capillarmente plasmata dai mass media, dalle dinamiche del mercato globale e dalle istituzioni formative dell’era secolare. La scuola stessa, capillarmente impregnata di categorie storiciste, pragmatiste e funzionaliste, educa le nuove generazioni a sostituire la conoscenza contemplativa della verità oggettiva con la logica prestazionale ed economica delle “competenze”. Si assiste così alla riduzione dell’Uomo da soggetto contemplativo e recettivo ad agente operativo, valutabile esclusivamente in base alle sue prestazioni e alla sua capacità di adattamento sistemico.

A questo indottrinamento funzionalista si somma il pervasivo condizionamento della mentalità consumistica. Abituato a considerare ogni sfera dell’esistenza come un bene di consumo da scegliere, personalizzare e scartare a piacimento in base al gradimento individuale, il fedele contemporaneo tende inevitabilmente a trasferire le medesime pretese all’ambito della fede e della liturgia (si pensi solo all’uso sistematico delle canzonette di stile commerciale nella liturgia!). Pienamente plasmate da questo intreccio tra pervasività mediatica, pragmatismo scolastico e logica di mercato, le comunità interiorizzano l’individualismo espressivo, il soggettivismo etico e un’istintiva allergia per i contenuti della fede oggettivi.

Evidenziare tali condizionamenti non significa formulare un giudizio d’indegnità sul Popolo di Dio, né cedere a un pessimismo sociologico. L’Eucaristia incontra sempre l’uomo concreto, ferito e immerso nelle difficoltà della propria epoca. Tuttavia, come comprese lucidamente Antonio Rosmini riflettendo sulla storia della Chiesa e sulla conversione dei popoli, la fede non ha elevato l’umanità piegando il Sacro all’immaturità della cultura dominante, ma ha permesso alla forza intrinseca del Sacramento di incontrare l’uomo reale per liberarlo e trasfigurarlo (cf. Prima piaga della Santa Chiesa). Il Popolo di Dio non va abbandonato alla liquidità del momento né confermato nei suoi condizionamenti, ma va educato, iniziato e riscattato attraverso la maestà di un rito che lo introduca nella vita della Grazia.

  1. La trappola del management e la sinodalità come nuova burocrazia

Quando la sinodalità viene elevata da momento straordinario di comunione a metodo permanente e costitutivo della forma-Chiesa, si verifica un’assimilazione paradossale dei modelli aziendali e tecnocratici (come ho già dimostrato ampiamente nelle precedenti riflessioni qui). L’adozione massiccia di tecniche di facilitazione di gruppo, tavoli di lavoro guidati, dinamiche di ascolto controllato e ricerca del consenso ricalca da vicino lo stakeholder engagement del management contemporaneo. La procedura cessa di essere un mero strumento per diventare la vera sostanza della vita ecclesiale. In questo scenario, la Chiesa rischia di trasformarsi in un’assemblea permanente regolata da dinamiche burocratiche, dove il processo infinito prende il posto del contenuto dogmatico e la discussione sulla governance sostituisce l’annuncio della Salvezza, specchiando le modalità operative delle grandi corporation internazionali.

  1. L’episcopo disarmato: da custode della fede a facilitatore di assemblea

La trasformazione della sinodalità in ideologia e metodo strutturale produce un profondo scardinamento della natura sacramentale e gerarchica della Chiesa. Nella tradizione apostolica, l’autorità dell’episkopos non nasce da una delega dell’assemblea né da una negoziazione politica, ma da un sacramento che lo costituisce custode del deposito della fede con il compito primario di vigilare sulla Verità. L’esasperazione del metodo assembleare tende invece a ridefinire il Vescovo (e il Papa) come un semplice garante del processo o un facilitatore di consenso. Disarmato della sua funzione di giudizio e guida, il successore degli Apostoli è spinto a cedere la custodia del dogma per farsi esecutore delle sintesi maturate ai tavoli di lavoro, snaturando la conformazione gerarchica voluta da Cristo a favore di una gestione direttiva e tecnocratica.

  1. Le “Chiese” riformate e il crollo dell’identità

L’esito di questo percorso di costante adeguamento alle istanze del secolo trova una verifica storica inconfutabile nella parabola delle comunità anglicane e protestanti storiche. Per decenni, queste realtà hanno intrapreso la strada dell’integrazione sistematica delle categorie culturali moderne, modificando la morale, i ruoli ministeriali e i presupposti dogmatici per rimanere in sintonia con i media di regime e con la sensibilità prevalente. Il risultato di questa strategia non è stato il ventilato ripopolamento delle navate, bensì un crollo sociologico e spirituale devastante. Una struttura ecclesiale che dice esattamente ciò che il mondo dice già e che adotta i medesimi criteri antropologici del mercato perde la sua ragion d’essere, cessando di funzionare come segno di contraddizione per ridursi a un’irrilevante agenzia etico-sociale.

  1. La metamorfosi del Messale: la trappola delle opzioni infinite

L’analisi condotta fin qui sul piano ecclesiologico trova la sua naturale e ineludibile verifica nell’ambito della teologia sacramentale, in virtù del classico e indissolubile nesso tra lex orandi e lex credendi. Ogni ecclesiologia, infatti, presuppone sempre una specifica forma di liturgia: il modo in cui la Chiesa comprende se stessa determina la forma del suo culto, così come, reciprocamente, la struttura del rito modella e riflette l’autocomprensione della comunità credente. A un’ecclesiologia liquida, orizzontale e procedurale corrisponde inevitabilemente una liturgia plastica e componibile.

L’attuazione concreta del Messale riformato (edito dalla CEI) mostra come l’introduzione sistematica del principio dell’opzionalità abbia trasformato dall’interno l’identità del Rito Romano. La costituzione Sacrosanctum Concilium, pur chiedendo di evitare le inutili ripetizioni per restituire chiarezza e trasparenza ai gesti rituali (SC 34, 50), aveva fissato un principio vincolante: non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e a condizione che le nuove forme nascano organicamente da quelle già esistenti (SC 23). 

La prassi post-conciliare ha invece istituzionalizzato la modularità: la proliferazione di Preghiere Eucaristiche, la pluralità di formule per gli atti penitenziali, l’uso massiccio di prefazi e la concessione di monizioni spontanee hanno trasformato la Messa in un testo plastico. L’abbandono di fatto del Canone Romano, l’antica ed immutabile anàfora che costituiva l’ossatura della liturgia latina, a favore di formulazioni più brevi e funzionali, ha ridotto l’architettura del rito a un canovaccio componibile a discrezione del presbitero.

  1. Quando la Messa diventa un pio esercizio

Questa spiccata fluidità produce un corto circuito che conduce ad una comprensione più devozionale che liturgica del rito. Occorre premettere che i pii esercizi e la devozione privata conservano un valore spirituale insostituibile: essi nutrono la fede personale e predispongono l’animo del fedele a partecipare con frutto all’azione liturgica. Tuttavia, la liturgia e il pio esercizio obbediscono a due logiche teologiche distinte.

Nel pio esercizio è l’io del fedele (o della comunità) che si rivolge a Dio esprimendosi con forme e sentimenti modulati sulla propria sensibilità e cultura. Nella vera liturgia, al contrario, l’io del battezzato è chiamato a compiere un salto anagogico: uscire da sé per venire incorporato nell’Io di Cristo e della Chiesa. Il problema di fondo della deriva attuale non risiede dunque nel disprezzo della devozione, ma nella confusione tra questi due ambiti: si applica alla Messa la struttura plastica e soggettiva tipica del pio esercizio.

Questa sovrapposizione non nasce semplicemente dall’arbitrio individuale del celebrante, ma dal fatto che lo stesso Messale CEI, attraverso la moltiplicazione delle opzioni e le sue didascalie permissive, rischia di presentarsi come un canovaccio. Invitato dal testo stesso a scegliere e adattare, il sacerdote cessa di essere il fedele custode dell’oggettività del rito — il quale garantisce che l’azione appartenere a Cristo e alla Chiesa — per trasformarsi suo malgrado in regista o animatore dell’assemblea. In questo modo, la celebrazione viene oscurata nella sua espressività di azione divina trascendente: pur conservando la validità oggettiva del sacramento, il rito fatica ad assimilare l’uomo a Cristo e finisce per essere assimilato ai gusti del momento, inaridendo la fecondità spirituale dell’azione liturgica.

  1. Il tradimento del Movimento Liturgico e l’illusione di Grillo

Qui si svela l’ironia più profonda dell’impostazione propugnata dai liturgisti della prassi. Nati con l’ambizione di essere i soli ed autentici custodi del Concilio e del Movimento Liturgico, studiosi come Grillo finiscono nei fatti per riprodurre, capovolta, la medesima spaccatura della liturgia preconciliare che dichiarano di voler combattere.

Sotto specie opposte, la dinamica di fondo non è mai mutata. Nel rito preconciliare, la Messa rischiava di essere ridotta a una somma di devozioni parallele. Da un lato, lo stesso sacerdote viveva spesso una concezione della Messa come un atto devozionale privato, celebrando all’altare in modo isolato e senza una reale ed efficace inclusione del Popolo di Dio. Dall’altro, proprio perché i testi in latino e l’oggettività del rito risultavano distanti dalla comprensione immediata, l’assemblea era incoraggiata ad assistere alla celebrazione sovrapponendovi le proprie pratiche di pietà popolare, come la recita del Rosario o la meditazione privata.

Gli interpreti della Riforma liturgica hanno compiuto una trasposizione tragicamente scorretta: invece di educare il popolo fedele e il ministro a uscire da sé per entrare insieme nell’oggettività del Sacrificio di Cristo, hanno trasferito la logica del pio esercizio all’interno del rito della Messa stessa.

La Messa è stata così ricompresa e trattata come un pio esercizio comunitario, un’azione plastica e orizzontale in cui la creatività, la spiegazione continua, il commento psicologico e l’adattamento alle sensibilità del momento prendono il posto dell’oggettività del Mistero. Se ai tempi di dom Guéranger, Rosmini e Guardini il Movimento Liturgico nacque per insegnare a non pregare durante la Messa, ma a pregare la Messa, l’attuale deriva sostituisce le vecchie devozioni individuali con un’animazione di gruppo. In entrambi i casi, la Liturgia come roccia oggettiva e Opus Christi viene oscurata da una prestazione puramente umana.

  1. La diagnosi ratzingeriana: la sterilità di un rito che celebra se stesso

L’esito di un rito sottomesso alle mode del tempo è la sterilità spirituale, secondo la lucida diagnosi formulata da Joseph Ratzinger quando affermava che la crisi della Chiesa è essenzialmente la crisi della liturgia. Se il rito non introduce più l’uomo nel Santuario di Dio per unirlo al Sacrificio dell’Agnello e alla Sua offerta al Padre, viene meno il vettore anagogico della celebrazione. Una liturgia che rinuncia alla propria dimensione di Mistero, al silenzio sacro e alla maestà della forma oggettiva per trasformarsi in una rappresentazione didascalica dell’assemblea smette di trasmettere la grazia sacramentale. Rimanendo chiusa nell’autocomprensione del gruppo, la Messa inaridisce la fonte della vita spirituale, lasciando i fedeli privi dei frutti soprannaturali.

  1. L’urgenza della Riforma della Riforma per riaprire il Santuario

Di fronte a questo scenario, appare indilazionabile l’avvio di una vera e propria Riforma della Riforma liturgica, capace di ricucire lo strappo e di riportare il Popolo di Dio all’interno del Santuario. Risanare la frattura significa ritornare ai principi autentici del Vaticano II e di Sacrosanctum Concilium 23, dove ogni progresso era pensato come uno sviluppo organico nella tradizione, analogamente allo sviluppo del dogma teorizzato da san Vincenzo di Lérins.

A chi taccia di “fissismo” la custodia dell’oggettività rituata, occorre ribadire che la teologia classica e il Concilio non hanno mai negato il dinamismo della liturgia. Tuttavia, dal principio vincentiano a Sacrosanctum Concilium 23, la Tradizione insegna che la vera crescita è organica ed omogenea, e avviene per continuità della sostanza (eodem sensu eademque sententia). La teologia della prassi, sostituendo la crescita organica con un dinamismo eterogeneo e processuale, non “libera” il rito, ma lo priva della sua efficacia pedagogica e soprannaturale.

Occorre restituire al rito la sua teocentricità, sradicare l’arbitrio celebrativo rendendo i sacerdoti di nuovo servi dell’azione di Cristo, e riscoprire il valore educativo della bellezza, della solennità e del sacro. Riconoscere che la liturgia e il sacramento costituiscono l’azione oggettiva di Dio che inaugura la nuova creazione significa ammettere la radice della crisi attuale: se oggi la liturgia appare incapace di trasformare in profondità i cuori, la cultura e la società, è proprio perché viene celebrata in modo tale da ostacolare l’irruzione della Grazia, inaridendo i frutti spirituali indispensabili per la vita di fede. Solamente una liturgia sottratta alla liquidità contemporanea e custodita nella sua oggettività potrà ritornare a essere il luogo in cui l’uomo viene realmente santificato e la Chiesa ritrova la forza per essere, nel mondo, luce e roccia inaffondabile.


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