Joseph Ratzinger a 7 anni

 

 

di Mattia Spanò

 

L’altro ieri mattina, mentre compulsavo con dolore e rassegnazione le notizie sulla salute di Benedetto XVI, mio figlio ha pronunciato una di quelle frasi avulse da tutto che contraddistinguono i bambini. “La vita è lunga, babbo. Più lunga di un treno merci”.

Benedetto XVI è spirato alle 9.34 dell’ultimo giorno dell’anno, esattamente un giorno dopo questo piccolo episodio personale.

Non so perché mio figlio abbia pronunciata quella frase. Era in corso un braccio di ferro per fargli finire la sua colazione. In un momento di quiete – aveva finalmente ceduto alla flebile autorità paterna – ha emesso questa strana sentenza: la vita è più lunga di un treno merci.

Di solito non do peso a queste cose. Il fatto che l’abbia detta mentre leggevo le notizie sull’agonia di Ratzinger – cosa di cui mio figlio nulla sa – ha colpito la mia attenzione. La sorprendente concomitanza delle mie afflizioni e quella frase a suo modo esatta ma che nulla spartiva con il contesto – e, volendo, nemmeno con la naturale coscienza di un bambino di cinque anni circa la morte o la vita – mi hanno in qualche modo pacificato.

Una metafora così precisa, perfino simpatica. Spesso dimentichiamo che la verità è simpatica: ci libera con ironia dal peso dell’incertezza nel giudizio. Ad ogni modo non c’è dubbio che la vita di Benedetto XVI, terminata l’ultimo giorno dell’anno morente più o meno nell’ora in cui Gesù comparve davanti a Pilato (Quid est Veritas?), sia stata più lunga di un treno merci.

Davvero Joseph Ratzinger è stato come certe motrici che trascinano decine, a volte centinaia di vagoni pieni di cose necessarie (sembrerebbe l’intero carico sapienziale di Santa Madre Chiesa), che ti scorrono davanti interminabili mentre aspetti al passaggio a livello, e bruci d’impazienza non potendo fare a meno di pensare “Dio mio, questo treno non finisce mai”. Poi il treno passa e scompare e al tempo stesso, per il cristiano, continua.

Non è possibile ricordare l’enorme figura di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, in poche righe. Chi gli ha voluto bene adesso sta di fronte al fatto solenne della sua morte, e come sempre accade contempla in parte il mistero della propria.

L’intera vita e il pensiero di Joseph Ratzinger sono state, si può dire, il tentativo di rispondere positivamente ad una semplice domanda: si può credere oggi nell’avvenimento di Gesù Cristo, vero Uomo e vero Dio?

Tutta la riflessione, l’insegnamento e persino la parte finale del suo ministero petrino hanno, per ciò che posso dire io, fatto perno su questo centro.

Con grazia e spietata chiarezza, a dispetto delle poderose barriere dell’incredulità, Joseph Ratzinger ha provato non tanto a convincere, quanto a documentare la consistenza stessa della verità cristiana, pur comprendendo e accettando di misurarsi coi tratti tipici della mentalità e cultura moderne, salvando i dubbi stessi nella bellezza dello splendore del vero.

Ci è riuscito? Sul piano greve dell’incessante presente in cui passiamo gran parte del poco tempo che abbiamo, si direbbe di no. Ma bisogna che il seme muoia per portare frutto.

Per la maggior parte dei millenni, gli uomini hanno piantato alberi di cui non avrebbero mangiato i frutti, costruito palazzi che non avrebbero abitato, ponti che non avrebbero attraversato. A questo stato delle cose è illusorio sottrarsi. Era così, è così, sarà così. La vera vita è ciò che riceviamo, in tutti i sensi, e in fondo viviamo perché altri la ricevano da noi.

Anni fa mi capitò di visitare la tomba di Sant’Antonio da Padova. La lapide esterna del sarcofago è consumata dalle mani dei fedeli che la toccano di continuo. Mi chiesi se fra mille anni le tombe di Bush Jr (era lui il presidente all’epoca) o quella di Napoleone a Parigi, o altre di chi volete voi, saranno altrettanto consumate dall’amore, dalla fede e dalla pena di uomini e donne lontanissimi da noi. Uomini e donne che domandano una grazia, un miracolo che rompa il corso naturale delle cose.

Non penso che sulla tomba di Obama o Putin i posteri vedranno mendicanti del cuore di Cristo, per citare una felice espressione di don Giussani, in fila per chiedere la sanità gratuita, il mare senza plastica, il reddito di cittadinanza, no alla guerra e vaccini gratis ai poveri. Tutto ciò sarà giustamente consegnato all’oblio.

Penso che il magistero di Joseph Ratzinger, la sua rinuncia al Soglio – quali che siano le ragioni – e la sua morte faranno rivivere, in modi e in tempi che non conosciamo, il messaggio cristiano nel suo luminoso nitore: Cristo stesso. Quello che abbiamo di più caro, come annuncia lo starets Giovanni.

Ogni morte, anche quella della persona a noi più odiosa e distante, porta con sé una sorta di nostalgia, che si può riassumere nel pensiero avrebbe potuto essere diverso. Avrei potuto amarlo di più, avrei dovuto essere meno duro con lui, avremmo potuto essere amici invece di detestarci. Avrei potuto ascoltarlo e dargli fiducia. Così accade più spesso di quanto si creda che dalle ceneri della morte sorga nuova vita, uno spirito nuovo.

A questa punta di rimpianto, più o meno cosciente ma significativa più di molti sottili ragionamenti, credo siano in pochi a sapersi sottrarre. Il più delle volte si tratta di un pensiero inconsulto, transitorio. Giustamente ci si dimentica presto del morto, perché si tratta in genere di persone trascurabili.

Occorre dirselo con grande onestà: l’uomo è naturalmente trascurabile, e con quanta più foga ci spendiamo nel celebrare noi stessi davanti al prossimo, con tanta più chiarezza questa inconsistenza radicale emerge. Facciamo finta che non sia così, cambiamo discorso, eppure avvertiamo molto amaramente che in fondo alla notte del tempo, di noi non resta davvero nulla.

È solo agli occhi di Dio che l’uomo conta qualcosa. Conta al punto da vestire il proprio Figlio di questa carne deperibile, umiliandola con una morte atroce, glorificandola nella Resurrezione.

I cristiani (tutti, anche i protestanti e gli ortodossi) hanno ora visto 265 vicari di Cristo morire. Della maggior parte di loro non ricordano né il nome, né le opere, o addirittura le malefatte. Il primo di loro, Pietro, fu quello che si distinse in negativo per il rinnegamento di Gesù.

Da subito fu molto chiara a tutti la natura caduca e fallibile del Vicario, e d’altra parte San Pietro nulla fece per nascondere le sue vergogne: un uomo può persino rinnegare la propria fede, misconoscendo Colui che lo ha investito dell’autorità, nonostante lo abbia avuto compagno di vita per tre lunghi ed irripetibili anni. Figuriamoci gli altri venuti dopo.

Immaginiamo il primo papa poggiare l’intero suo magistero sul pentimento per quell’atto terribile, il rinnegamento di Cristo. Non si trattò semplicemente di un moto della coscienza: fu un fatto, qualcosa che strappa l’uomo alla foschia dell’inconscio.

Seduti sulla spiaggia mangiando pesce arrosto all’alba, Gesù risorto per tre volte domanda a Pietro se lui lo ami e per tre volte, spes contra spem, factum contra facta (vita contro la morte, detta altrimenti) Pietro risponde che sì, lui lo ama.

Lo ama rinnegando sé stesso e il proprio rinnegamento, e Gesù sa che lui lo ama. Non si accontenta di affermare una verità processuale – non c’è alcun tribunale, sono seduti sulla spiaggia a mangiare – scagionandosi agli occhi degli altri discepoli: Dio sa che lui lo ama. In questa sapienza di Dio riposa la vita del cristiano.

Con le formule vuote che sono un po’ il marchio della nostra epoca, si dice che il pastore tedesco (così titolò il Manifesto il giorno dopo la sua elezione) è stato il papa della Fede come Giovanni Paolo II fu il papa della Speranza, e qualcuno sostiene che Francesco sia il papa della Carità, completando una sorta di triade hegeliana che scimmiotta le virtù teologali. Semplificazioni un po’ sciocche, buone per un tempo che ricama parole su altre parole per tirare tardi la sera.

Se proprio vogliamo cedere al tristo giochino, penso che Benedetto XVI sia stato il papa della Sapienza, almeno in questo nostro tempo travagliato. “Amate la giustizia, voi che governate sulla terra, rettamente pensate del Signore, cercatelo con cuore semplice”, è il primo verso del Libro della Sapienza.

“Solo il giusto conosce la giustizia” è un’espressione piuttosto ermetica di Meister Eckhart – un eretico, per inciso, tuttavia non propriamente un fesso. Il giusto Joseph Ratzinger è stato sapiente nel senso che ha amato e conosciuto la giustizia, ha rettamente pensato al Signore, e lo ha cercato con cuore semplice. Ma quale giustizia?

Per l’intera vita, culminata nell’esercizio contemplativo del suo ministero petrino, Joseph Ratzinger ha con luminosa mitezza e accompagnando per mano chi ha voluto ascoltarlo reso giustizia a Dio, cioè ha testimoniato la verità di Dio così come l’abbiamo ricevuta attraverso i secoli da chi l’ha vista, toccata, vissuta, patita – e l’ha magari rinnegata, e ciò nonostante non poteva non tornare a Cristo, appeso al fatto che Gesù sapeva che il suo amore era vero.

Si può credere anche oggi che Gesù sia vero Uomo e vero Dio, che sia vivo, presente e che faccia (“Senza di me, non potete fare nulla”) la Chiesa e ognuno di noi, in ogni istante di questo treno scalcagnato che arranca attraverso una terra brulla e sabbiosa.

Si può credere che conosca il numero dei capelli sul nostro capo. Si può credere che se veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo, molta più cura abbia di noi. Si può credere che dopo la morte ci attenda la Resurrezione e la vita eterna al Suo cospetto.

Si farebbe un grave torto alla verità delle cose – possiamo guardare alla verità come a ciò che resta decadute tutte le incrostazioni umane – riducendo il pensiero e l’azione di Ratzinger al suo pontificato, e il suo pontificato all’abdicazione. Oppure a formule brevi – il papa del dialogo tra fede e ragione, il papa avversario del relativismo, il teologo, il professore – che sono anche espressione di stima sincera, ma che in fondo hanno il retrogusto marmoreo del monumento: magnifico e vagamente funebre. Tenersi a rispettosa distanza, non farci i conti.

Fra le tante storie vive, vale allora la pena ricordare la conversione del professore marxista Pietro Barcellona, che proprio con Ratzinger avviò un dialogo intellettuale pubblico e intimo e, sul piano spirituale, all’ultimo sangue. Chissà quante piccole storie personali, quante anime come quella di Barcellona ha riportato a casa del Padre il mite papa bavarese.

Joseph Ratzinger Benedetto XVI ha conosciuto e amato la giustizia, che si manifesta all’uomo come la possibilità di riconoscere la verità di Dio prima di trovarsi al Suo cospetto.

Non bisogna farsi illusioni: molte cose tempestose accadranno ancora, ma oltre la giusta commozione per la morte di un grande papa, a noi che siamo testimoni di questo tempo e non di un altro, a noi che abbiamo conosciuto alcuni uomini donati da Dio non resta che imitare questa giustizia, meditandola e proponendola a chi ci sta accanto e chi verrà dopo.

Joseph Ratzinger è stato un uomo fine, delicato eppure così tenace nel proporre agli uomini la verità che è Cristo. Anche simpatico, nel senso descritto all’inizio. Grazie per questo, Santità. Grazie di tutto. A Dio.

 


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