San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma
San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma

 

 

di Giuseppe Russo

 

Se la Chiesa non deve essere pensata anzitutto secondo la categoria del funzionamento, neppure la sua autorità può essere compresa semplicemente secondo quella della funzione.

È questa, forse, la questione che emerge con maggiore urgenza quando si osservano alcune delle trasformazioni che interessano oggi la vita ecclesiale. Non si tratta soltanto di stabilire chi debba partecipare a un organismo, chi possa ricoprire un determinato incarico o quale ruolo debba essere riconosciuto ai diversi soggetti che compongono il Popolo di Dio. La questione è più radicale: che cosa significa esercitare l’autorità nella Chiesa?

La domanda non è secondaria, perché la risposta dipende dalla concezione stessa che si ha della Chiesa.

Se la Chiesa fosse semplicemente una struttura organizzativa, l’autorità potrebbe essere pensata prevalentemente come una funzione. In tal caso, ciò che conta sarebbe individuare la persona più competente, distribuire razionalmente le responsabilità, stabilire procedure efficaci e garantire adeguati meccanismi di partecipazione e controllo.

Ma se la Chiesa non è una semplice organizzazione, anche la sua autorità non può essere ridotta a una funzione organizzativa.

Qui si apre un problema propriamente ecclesiologico.

 

L’autorità non nasce dalla funzione

 

Nelle realtà puramente umane, una funzione precede normalmente il titolare che la esercita. Una determinata organizzazione stabilisce ciò che deve essere fatto; successivamente individua colui al quale affidare quella responsabilità. La persona riceve la funzione e, in forza di essa, acquisisce una determinata autorità.

È una logica perfettamente comprensibile nel campo civile e amministrativo.

Ma può essere trasferita senza ulteriori precisazioni nella realtà ecclesiale?

La domanda merita attenzione.

Nella Chiesa, infatti, l’autorità non può essere compresa soltanto a partire dalla funzione esercitata, perché la Chiesa stessa non si è costituita attraverso un processo di autorganizzazione. Essa non è il risultato di un contratto tra i suoi membri, né nasce dalla progressiva elaborazione di una struttura istituzionale. La sua origine è in Cristo.

Questo significa che la Chiesa non determina autonomamente la propria costituzione fondamentale. La riceve.

E proprio perché la riceve, non può trattare indifferentemente le diverse forme dell’autorità come se fossero semplicemente funzioni disponibili, distribuibili e ricomponibili secondo le esigenze del momento.

La questione, dunque, non è anzitutto stabilire chi è più capace di fare qualcosa, ma comprendere che cosa quella cosa significhi nella struttura della Chiesa.

La competenza può essere necessaria. La preparazione può essere indispensabile. La collaborazione può essere preziosa. La responsabilità può essere condivisa in molte forme.

Ma nessuna di queste realtà, da sola, spiega la natura dell’autorità ecclesiale.

 

La Chiesa non è una somma di competenze

 

È precisamente qui che la categoria della competenza, così importante nella cultura contemporanea, rischia di diventare ambigua quando viene assunta come criterio ecclesiologico.

In una società complessa, è ragionevole affidare un compito a chi possiede le competenze necessarie per svolgerlo. Nessuno penserebbe di affidare un delicato incarico tecnico a una persona priva della preparazione richiesta soltanto perché appartiene a una determinata categoria.

Ma nella Chiesa non tutto ciò che viene esercitato può essere definito semplicemente in termini di competenza tecnica.

La potestà di governo, il ministero sacerdotale, l’insegnamento della fede, la celebrazione dei sacramenti, la cura pastorale delle anime non sono realtà sovrapponibili a una funzione amministrativa.

Qui emerge una distinzione che non può essere elusa: una cosa è collaborare all’esercizio di una responsabilità; altra cosa è identificare quella responsabilità con una funzione puramente amministrativa.

Il rischio, altrimenti, è che la domanda sulla natura dell’ufficio venga sostituita dalla domanda sulla competenza del soggetto.

E quando accade questo passaggio, la struttura della Chiesa viene lentamente reinterpretata secondo una logica estranea alla sua origine.

Non ci si domanda più: che cosa è questo ministero?

Ci si domanda: chi è più adatto a svolgerlo?

La seconda domanda può essere legittima, ma non può sostituire la prima.

 

Il problema della separazione tra ciò che è e ciò che si fa

 

Una delle caratteristiche della mentalità moderna consiste nella progressiva separazione tra il soggetto e la funzione. Ciò che una persona è e ciò che una persona fa vengono considerati come realtà sostanzialmente indipendenti.

In molti ambiti questa distinzione è necessaria. Un incarico può essere conferito, modificato o revocato senza che ciò trasformi ontologicamente la persona che lo esercita.

Ma il cristianesimo conosce anche realtà nelle quali l’agire non è semplicemente esterno all’essere.

È precisamente questo uno dei punti nei quali la teologia del sacramento dell’Ordine impedisce di ridurre il ministero ordinato a una funzione.

Il sacerdote non è semplicemente un uomo al quale la comunità ecclesiale affida determinate attività. Il sacramento dell’Ordine configura il ministro a Cristo in una forma che precede le singole funzioni che egli sarà chiamato a svolgere.

Non è dunque la funzione a creare il ministero.

È il ministero, ricevuto sacramentalmente, a fondare determinate forme del suo agire.

La differenza è decisiva.

Se la funzione viene prima dell’identità, l’ufficio può essere distribuito secondo criteri prevalentemente organizzativi.

Se invece esiste un’identità sacramentale che precede la funzione, allora alcune funzioni ecclesiali non possono essere comprese indipendentemente da essa.

Non si tratta di una difesa corporativa del clero. È una questione teologica.

 

Il rischio di una Chiesa funzionalizzata

 

Il problema diventa ancora più evidente quando categorie come partecipazione, corresponsabilità, inclusione, trasparenza e decentramento vengono assunte non più soltanto come strumenti o criteri pastorali, ma come principi capaci di determinare la forma stessa della costituzione ecclesiale.

Nessuna di queste parole è, in sé, estranea alla vita della Chiesa.

Il problema nasce quando una categoria funzionale viene trasformata in una categoria ontologica.

La partecipazione è una realtà ecclesiale; ma non significa necessariamente che tutte le forme della partecipazione siano identiche.

La corresponsabilità è una realtà ecclesiale; ma non significa che ogni responsabilità abbia il medesimo fondamento.

La comunione è essenziale alla Chiesa; ma comunione non significa indistinta equivalenza delle funzioni.

La dignità battesimale è comune a tutti i fedeli; ma la comune dignità battesimale non cancella la differenza sacramentale tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale.

Proprio qui è necessario recuperare una categoria che la cultura contemporanea tende facilmente a considerare sospetta: la differenza.

Non ogni differenza è discriminazione.

Non ogni distinzione è esclusione.

Non ogni gerarchia è dominio.

E, soprattutto, nella Chiesa la differenza non è necessariamente una disuguaglianza di dignità.

La struttura ecclesiale può essere gerarchica senza essere assimilabile a una struttura di potere mondano, precisamente perché la gerarchia ecclesiale non trova il proprio significato ultimo nella superiorità di un uomo su un altro, ma nel servizio sacramentale alla comunione e alla missione ricevute da Cristo.

 

Comunione non significa indistinzione

 

Una delle difficoltà del nostro tempo consiste nel comprendere che la comunione non nasce dall’eliminazione delle differenze, ma dalla loro ordinazione reciproca.

Un corpo vivente non è una massa indistinta. È un’unità nella quale organi diversi esercitano funzioni differenti proprio perché appartengono a un’unica realtà.

Anche san Paolo, parlando della Chiesa come Corpo di Cristo, non descrive una comunità nella quale ogni membro deve fare tutto. Descrive piuttosto una pluralità di membra, doni e ministeri ordinati all’unità del corpo.

La comunione cristiana non è dunque il superamento delle differenze, ma la loro integrazione nell’unico Corpo.

Per questo la questione della partecipazione dei laici non dovrebbe essere posta secondo la logica della conquista di spazi.

Il laico non ha bisogno di diventare una copia del ministro ordinato per avere una dignità pienamente ecclesiale.

Al contrario, la dignità del laico emerge precisamente dalla vocazione che gli è propria.

Quando il laico viene considerato pienamente valorizzato soltanto nella misura in cui entra nelle strutture di governo ecclesiale, si rischia un paradosso: per superare una concezione clericale della Chiesa si finisce per proporre una nuova forma di clericalizzazione del laicato.

Il laico viene allora valorizzato non per ciò che è, ma per la quantità di funzioni ecclesiali che può assumere.

E anche questo è un modo di ridurre la persona alla funzione.

 

Una Chiesa che non deve diventare un’amministrazione

 

A questo punto la questione si ricongiunge a quella affrontata nel precedente articolo.

Una Chiesa che comincia a pensarsi secondo il paradigma dell’organizzazione tenderà inevitabilmente a concepire anche il proprio governo secondo il paradigma della distribuzione delle funzioni.

La domanda diventa:

chi decide?

chi partecipa?

chi controlla?

chi rappresenta?

chi amministra?

Sono domande legittime, ma non sufficienti.

Prima di esse viene una domanda più radicale:

che cosa significa decidere nella Chiesa?

Perché il governo ecclesiale non è semplicemente il potere di determinare una decisione. È una forma di servizio alla verità, alla comunione e alla missione della Chiesa.

L’autorità cristiana non si definisce anzitutto dalla possibilità di comandare, ma dalla responsabilità di servire ciò che non appartiene al ministro.

Il pastore non è proprietario del gregge.

Il vescovo non è proprietario della diocesi.

Il sacerdote non è proprietario dei sacramenti.

La Chiesa stessa non è proprietaria di Cristo.

Tutto viene ricevuto.

E proprio perché viene ricevuto, tutto deve essere custodito.

Questa è forse la differenza più profonda tra autorità cristiana e potere mondano.

Il potere moderno tende facilmente a identificarsi con la disponibilità sulla realtà. L’autorità ecclesiale, invece, è autentica quando riconosce di essere posta al servizio di una realtà che la precede.

 

Il governo come custodia

 

Qui si comprende perché il concetto di custodia sia più profondamente ecclesiale di quello di semplice amministrazione.

Amministrare significa organizzare risorse per raggiungere determinati fini.

Custodire significa riconoscere che ciò che si possiede non ci appartiene.

La differenza è enorme.

Chi amministra una realtà secondo una logica puramente funzionale può modificarla in rapporto alle necessità che ritiene prioritarie.

Chi custodisce una realtà ricevuta deve invece domandarsi quali elementi di quella realtà siano essenziali e quali possano essere legittimamente modificati.

La Chiesa conosce certamente la riforma, il rinnovamento, l’adattamento, la revisione delle proprie forme storiche. Ma il rinnovamento ecclesiale non può essere confuso con la disponibilità assoluta sulla propria natura.

La Chiesa può cambiare molte cose.

Non può cambiare ciò che la costituisce.

E qui si trova il limite teologico di ogni riforma.

 

La domanda che viene prima della riforma

 

Ogni riforma autentica dovrebbe quindi cominciare non dalla domanda:

“Che cosa possiamo cambiare?”

ma da una domanda precedente:

“Che cosa ci è dato di cambiare?”

E ancora prima:

“Che cosa ci è stato dato di custodire?”

Questa domanda introduce una differenza fondamentale tra una riforma pensata come semplice riorganizzazione e una riforma pensata come ritorno alla verità della propria origine.

La prima parte dalla struttura esistente e cerca di renderla più efficace.

La seconda parte dalla natura della Chiesa e si domanda quali strutture siano realmente al suo servizio.

È una differenza che non riguarda soltanto la disciplina canonica. Riguarda il modo stesso di concepire la Chiesa.

Se la Chiesa è anzitutto un’organizzazione, la sua costituzione può essere continuamente riprogettata.

Se la Chiesa è anzitutto una realtà ricevuta da Cristo, la riforma dovrà sempre confrontarsi con una forma che non è stata inventata dall’uomo.

Ed è proprio qui che il discernimento ecclesiale diventa necessario.

Non tutto ciò che è nuovo è necessariamente sviluppo.

Non tutto ciò che è antico è necessariamente autentico.

La questione decisiva è un’altra: la trasformazione è realmente uno sviluppo organico di ciò che la Chiesa è, oppure introduce una diversa comprensione della Chiesa stessa?

È questa la domanda che dovrebbe accompagnare ogni autentico processo di riforma.

 

Oltre la contrapposizione tra conservazione e cambiamento

 

Forse, allora, sarebbe necessario uscire da una contrapposizione diventata ormai troppo semplice: da una parte chi vuole conservare, dall’altra chi vuole riformare.

La Chiesa non vive né della conservazione fine a se stessa né del cambiamento fine a se stesso.

Vive della fedeltà.

E la fedeltà non è immobilità.

Ma non è neppure trasformazione permanente.

La fedeltà è la capacità di sviluppare nel tempo ciò che si è ricevuto senza cessare di essere ciò che si è.

È precisamente per questo che la domanda sulla struttura della Chiesa non può essere affidata esclusivamente alle categorie della contemporaneità.

La Chiesa vive nel tempo, ma non nasce dal tempo.

Parla agli uomini di ogni epoca, ma non riceve dall’epoca la propria identità.

Utilizza strumenti storici, ma non identifica la propria natura con gli strumenti che utilizza.

Può riformare le proprie procedure, ma non può trasformare la propria costituzione sacramentale in una semplice architettura organizzativa.

E qui ritorna, in forma diversa, la domanda da cui eravamo partiti.

La Chiesa non deve semplicemente funzionare.

E proprio per questo la sua autorità non può semplicemente essere una funzione.

Essa deve essere compresa a partire da ciò che la Chiesa è.

Prima viene Cristo.

Poi la Chiesa che da Cristo riceve la propria origine.

Poi la missione che da Cristo riceve.

Poi i ministeri e i carismi attraverso i quali quella missione viene servita.

E solo all’interno di questo ordine possono essere comprese le funzioni, le strutture, le responsabilità e le procedure.

Quando l’ordine viene invertito, il rischio non è soltanto amministrativo.

È ecclesiologico.

Si può continuare a parlare di comunione, partecipazione, corresponsabilità e riforma; si può persino costruire una struttura apparentemente più efficiente e inclusiva. Ma se, nel frattempo, si perde la consapevolezza della realtà che quelle parole dovrebbero servire, la trasformazione delle strutture finisce per diventare trasformazione della concezione stessa della Chiesa.

E allora la domanda non sarà più soltanto se una determinata riforma funzioni.

Sarà necessario chiedersi qualcosa di più radicale:

la Chiesa che stiamo costruendo è ancora la Chiesa che abbiamo ricevuto?

Perché il problema decisivo non è conservare ogni forma storica.

È custodire ciò che nessuna forma storica ci autorizza a considerare nostro possesso.

La Chiesa non appartiene a chi oggi la governa.

Non appartiene alle assemblee.

Non appartiene alle maggioranze.

Non appartiene alle strutture.

Non appartiene nemmeno a una generazione.

La Chiesa appartiene a Cristo.

Ed è proprio da questa appartenenza, prima ancora che da qualsiasi funzione, che nasce il senso autentico della sua autorità.

 


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