di Giuseppe Russo
C’è una parola che, nel linguaggio contemporaneo, si è imposta con una forza tale da apparire quasi indiscutibile: funzionare. Si domanda se una struttura funzioni, se una strategia funzioni, se una comunicazione funzioni, se una pastorale funzioni, se un progetto funzioni. La domanda sembra innocua e, in molti ambiti, è perfino necessaria. Ma quando viene trasferita senza adeguato discernimento nel linguaggio ecclesiale, essa introduce una questione più radicale: secondo quale criterio si stabilisce che la Chiesa “funziona”?
La questione non è soltanto terminologica. Ogni parola, infatti, porta con sé una determinata comprensione della realtà. Dire che una macchina funziona significa verificare la corrispondenza tra il suo funzionamento e lo scopo per il quale è stata costruita. Dire che un’organizzazione funziona significa, generalmente, valutarne la capacità di raggiungere determinati obiettivi attraverso un impiego razionale delle risorse disponibili. In entrambi i casi, il funzionamento viene giudicato in rapporto a un fine previamente determinato.
Ma la Chiesa non è una macchina e non è un’organizzazione nel senso proprio di questi termini.
Certamente possiede una dimensione istituzionale; possiede strutture, responsabilità, strumenti, procedure e forme organizzative. Tutto questo appartiene alla sua concreta esistenza storica e deve essere governato con prudenza, competenza e responsabilità. Tuttavia, nessuno di questi elementi esaurisce ciò che la Chiesa è. E soprattutto, essi non costituiscono il criterio ultimo della sua identità.
La Chiesa, prima ancora di fare qualcosa, è una realtà ricevuta.
Non si è data da sé la propria origine, non ha inventato il proprio contenuto, non determina autonomamente il proprio fine. Essa ha origo ex alto, ossia nasce da un evento che la precede e che non dipende da essa: Cristo. È convocata dalla sua Parola, generata dalla Grazia, edificata nell’Eucaristia e orientata verso il compimento escatologico del Regno di Dio.
Per questo la Chiesa non può essere compresa anzitutto a partire da ciò che produce, ma da ciò che ha ricevuto.
La sua missione non consiste nel costruire se stessa, ma nel rendere presente e trasmettere ciò che le è stato affidato. La sua fecondità non coincide pertanto con la quantità delle attività che realizza, con il numero delle persone coinvolte o con la capacità di adattarsi alle trasformazioni culturali. Tutti questi elementi possono avere un significato pastorale; nessuno di essi può però diventare la misura ultima della sua verità.
È qui che emerge una distinzione decisiva: quella tra efficienza e fecondità.
L’efficienza appartiene alla logica del risultato. La fecondità appartiene alla logica della vita.
Un’organizzazione efficiente tende a raggiungere il risultato previsto con il minor dispendio possibile di risorse. La fecondità, invece, non coincide necessariamente con la prevedibilità del risultato, né può essere interamente ricondotta a ciò che è immediatamente osservabile e misurabile.
Il Vangelo ricorre a immagini che sembrano quasi contraddire la mentalità dell’efficienza: il seme gettato nella terra, il lievito nascosto nella pasta, il granello di senape. In tutte queste immagini è presente una dinamica che sfugge al controllo immediato di chi agisce. L’uomo semina, ma non produce autonomamente la vita del seme; introduce il lievito, ma non determina con la propria azione il processo che ne seguirà.
La logica evangelica non elimina dunque l’azione umana, ma ne relativizza la pretesa di autosufficienza.
E il punto culminante di questa logica è la Croce.
Se il criterio ultimo fosse l’efficienza, la Croce dovrebbe essere interpretata come il fallimento della missione di Gesù. L’abbandono dei discepoli, il rifiuto delle autorità, la condanna e la morte sembrerebbero attestare l’insuccesso dell’opera. Secondo una logica puramente mondana, il progetto non ha funzionato.
Eppure è precisamente nella Croce che si manifesta la potenza salvifica di Dio.
La Croce non è semplicemente un esempio di successo ottenuto attraverso una strada apparentemente fallimentare. Essa introduce una logica differente, nella quale il compimento non coincide con l’affermazione del progetto secondo criteri di successo umano, ma con l’obbedienza del Figlio e con il dono di sé. Ciò che secondo la misura del mondo appare come perdita diviene, nel mistero pasquale, luogo della redenzione.
Per questo la Croce costituisce una critica radicale a ogni criterio che pretenda di misurare la realtà ecclesiale esclusivamente attraverso i suoi risultati visibili.
Questo non significa, naturalmente, che la Chiesa debba essere inefficiente, disordinata o incapace di amministrare responsabilmente le proprie strutture. Una diocesi deve poter organizzare bene le proprie attività; una parrocchia deve poter comunicare con chiarezza; un ufficio ecclesiale deve poter utilizzare con responsabilità le risorse disponibili; un progetto pastorale può e deve essere pensato con intelligenza.
L’efficienza, dunque, non è il problema.
Il problema nasce quando l’efficienza cessa di essere uno strumento e diventa un criterio.
Questa distinzione è essenziale.
Una buona organizzazione può servire la missione della Chiesa. Una buona comunicazione può favorire l’annuncio del Vangelo. Una corretta analisi sociologica può aiutare a comprendere il contesto nel quale la Chiesa è chiamata ad operare. Persino alcune categorie provenienti dal mondo manageriale possono essere utilizzate legittimamente, purché rimangano strumenti subordinati a una realtà che non hanno il compito di definire.
Il rischio si presenta quando avviene una sostituzione quasi impercettibile: si comincia utilizzando uno strumento per servire una realtà e si finisce per interpretare quella realtà secondo lo strumento.
A quel punto la domanda cambia.
La Chiesa non si domanda più anzitutto se una determinata azione sia vera, evangelicamente feconda, conforme alla propria natura e capace di condurre l’uomo a Cristo. Comincia a domandarsi se sia efficace, partecipata, inclusiva, replicabile, comunicabile, misurabile.
Non si tratta di categorie necessariamente illegittime. Diventano problematiche quando assumono una funzione normativa, quando cioè da strumenti di valutazione di alcuni aspetti dell’azione pastorale si trasformano nel criterio complessivo attraverso cui giudicare la Chiesa.
È a questo livello che il linguaggio può precedere e accompagnare un mutamento più profondo nella comprensione della missione ecclesiale.
Una Chiesa che misura continuamente se stessa attraverso ciò che riesce a produrre rischia infatti di dimenticare che la salvezza non è un prodotto e la Grazia non è una prestazione.
Il cristianesimo introduce nella storia una logica irriducibile a quella della produzione. La Grazia non si produce: si riceve. La fede non si fabbrica: nasce dall’ascolto e dalla risposta dell’uomo a Dio. La conversione non è il risultato meccanico di una strategia comunicativa perfettamente calibrata. La santità non è un indicatore pastorale. L’adorazione non è una tecnica di coinvolgimento. La liturgia non è semplicemente un evento progettato affinché il partecipante ne ricavi una determinata esperienza.
Tutto questo non significa negare la dimensione umana di tali realtà. Significa, al contrario, riconoscere che la dimensione umana non ne esaurisce il significato.
La pastorale deve certamente interrogarsi sui propri linguaggi, sulle proprie forme e sui propri strumenti. Ma deve farlo a partire dalla consapevolezza che il metodo viene dopo la missione.
Prima di chiederci come comunicare il Vangelo, dobbiamo sapere che cosa intendiamo comunicare.
Prima di domandarci come coinvolgere l’uomo contemporaneo, dobbiamo sapere verso quale realtà vogliamo condurlo.
Prima di progettare nuovi percorsi pastorali, dobbiamo sapere quale contenuto quei percorsi sono chiamati a custodire e trasmettere.
Altrimenti il rischio è che il mezzo finisca per determinare il fine.
È forse qui che si colloca una delle questioni decisive della pastorale contemporanea. Non si tratta semplicemente di domandarsi che cosa dobbiamo fare per riempire le nostre chiese, aumentare la partecipazione o invertire una curva numericamente negativa. La domanda viene prima: che cosa dobbiamo custodire perché la Chiesa rimanga realmente se stessa?
La differenza è tutt’altro che secondaria.
Nel primo caso il problema viene affrontato a partire dal risultato. Nel secondo, a partire dall’identità.
Nel primo caso la Chiesa rischia di modellarsi sulle attese dell’uomo contemporaneo. Nel secondo, cerca di offrire all’uomo contemporaneo ciò che essa stessa ha ricevuto e che non le appartiene come una proprietà da modificare arbitrariamente.
Questo non significa che la Chiesa debba ignorare il proprio tempo. Al contrario: proprio perché è nel mondo, deve comprenderlo; proprio perché annuncia il Vangelo agli uomini di ogni epoca, deve conoscere i linguaggi, le trasformazioni culturali e le domande che attraversano la società.
Ma conoscere il mondo non significa assumere il mondo come criterio della propria identità.
È questa distinzione che permette di comprendere la vera natura dell’adattamento pastorale. La Chiesa può modificare le proprie forme, rinnovare i propri strumenti, trovare linguaggi nuovi, ripensare modalità organizzative. Ciò che non può fare è confondere il necessario rinnovamento delle forme con la trasformazione del contenuto che quelle forme sono chiamate a servire.
La questione decisiva, allora, non è tanto se la Chiesa sappia parlare all’uomo contemporaneo, ma se, nel tentativo di parlargli, continui a parlare a partire da ciò che ha ricevuto da Cristo.
Perché una Chiesa può diventare più comprensibile, più accessibile, più efficiente e persino più capace di organizzare processi partecipativi. Ma nessuna di queste qualità, considerata in se stessa, garantisce la fedeltà alla sua missione.
Il paradosso sarebbe allora quello di una Chiesa capace di funzionare sempre meglio come struttura e, nello stesso tempo, progressivamente meno riconoscibile nella ragione per cui esiste.
La questione non è dunque scegliere tra una Chiesa efficiente e una Chiesa inefficiente. È comprendere che l’efficienza non può costituire la misura della sua verità.
La Chiesa non riceve dalla propria efficienza la ragione della propria esistenza.
La sua misura è Cristo.
E, in rapporto a Cristo, ciò che essa è chiamata a custodire viene prima di ciò che essa è chiamata a produrre.
Non si tratta di un patrimonio culturale, di una forma organizzativa o di una particolare configurazione storica. Si tratta della memoria viva di Cristo, della sua Parola, della sua Grazia, del suo Sacrificio, della sua presenza sacramentale, della verità sull’uomo e sul suo destino.
Da questo punto di vista, anche la questione della crisi pastorale cambia prospettiva.
Non si tratta semplicemente di trovare nuove strategie per invertire una curva discendente. Prima ancora occorre domandarsi se sia ancora sufficientemente chiaro ciò che intendiamo trasmettere.
Perché una Chiesa può interrogarsi legittimamente sui propri metodi. Può rivedere le proprie strutture, migliorare la propria comunicazione, correggere i propri errori organizzativi. Ma non può mettere continuamente in discussione il contenuto che quei metodi, quelle strutture e quegli strumenti sono chiamati a servire.
Il metodo viene dopo la verità.
La strategia viene dopo la missione.
L’organizzazione viene dopo la natura della Chiesa.
E la pastorale, se vuole essere veramente cristiana, non può diventare il luogo nel quale il Vangelo viene adattato fino a perdere la propria forma, ma deve rimanere il modo concreto attraverso cui il Vangelo viene annunciato e vissuto nella storia.
Forse è proprio qui che occorre ricominciare: non dalla domanda su come rendere la Chiesa più funzionale, ma da quella, molto più radicale, su come permettere alla Chiesa di essere nuovamente riconoscibile nella sua origine, nella sua natura e nel suo fine.
Perché la Chiesa non è chiamata semplicemente a funzionare.
È chiamata a essere.
E il suo essere non è autoreferenziale: è essere di Cristo, da Cristo e per Cristo.
Solo a partire da questa identità è possibile comprendere anche la sua fecondità. Non una fecondità misurata anzitutto dalla capacità di produrre risultati, ma quella propria di una realtà vivente che riceve da un Altro la propria vita e, proprio per questo, può trasmetterla.
La Chiesa non deve dunque chiedersi anzitutto come funzionare meglio.
Deve custodire ciò che ha ricevuto.
Deve rimanere fedele a colui dal quale proviene.
E proprio nella misura in cui rimane ciò che è, può generare ciò che nessuna strategia è in grado di produrre: la fede, la speranza e la carità.
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