di Sabino Paciolla
Papa Leone XIV consegnerà personalmente il Premio Ratzinger di quest’anno a un teologo che ha avanzato numerose critiche nei confronti di quanti seguono la Messa tridentina, il vetus ordo o cosiddetta «Messa in latino», la cui disciplina fu significativamente ampliata dal motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.
Vatican News ha annunciato martedì che il dottor John C. Cavadini, professore di teologia all’Università di Notre Dame (istituzione statunitense con sede a South Bend, Indiana), è stato selezionato dal Comitato scientifico della «Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI» per ricevere il premio intitolato a Papa Benedetto XVI. Papa Leone XIV ha approvato l’assegnazione e lo consegnerà personalmente a Cavadini nel Palazzo Apostolico il 19 dicembre.
Appare subito una certa contraddizione: insignire con un premio intitolato a Benedetto XVI chi, nella sostanza, ha criticato duramente uno dei più importanti atti di pacificazione liturgica del suo pontificato, il Summorum Pontificum del 2007.
Il dott. Cavadini, insieme a Mary Healy e Thomas Weinandy, ha firmato nel novembre 2022 il saggio The Way Forward from the Theological Concerns with the TLM Movement, pubblicato su Church Life Journal, nel quale vengono avanzate forti critiche alla liturgia del vetus ordo.
- Il sacerdozio battesimale dei fedeli
Una delle principali motivazioni della riforma liturgica conciliare, secondo gli autori, sarebbe stata quella di rendere maggiormente visibile la relazione fra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune dei battezzati.
Il punto teologico centrale è che il rito antico, a loro giudizio, tenderebbe a mettere maggiormente in risalto l’azione del sacerdote ordinato, mentre la riforma avrebbe cercato di rendere più evidente l’offerta dell’intero popolo sacerdotale.
«Ciò che mancava, e che ancora manca, nella Messa tridentina è la piena espressione del sacerdozio battesimale e la sua corrispondente interazione liturgica con il sacerdozio ordinato. La Messa tridentina rischia di accentuare il sacerdozio ordinato sottovalutando al contempo il sacerdozio dei fedeli, cosicché né il celebrante né i laici svolgono pienamente i ruoli liturgici che loro spettano in relazione gli uni agli altri.»
Queste affermazioni sono criticabili, in quanto il sacerdozio comune dei fedeli consiste nell’offerta a Cristo della propria vita, delle proprie preghiere e delle proprie sofferenze, unite al sacrificio eucaristico. Se questo è vero, il fatto che molte preghiere della Messa in latino siano pronunciate dal sacerdote mentre i fedeli rimangono in silenzio non significa che questi ultimi siano teologicamente passivi o che il loro sacerdozio battesimale sia esercitato in modo incompleto. Una cosa è la manifestazione rituale esterna; altra cosa è la partecipazione sacramentale e spirituale.
- Il mistero
Gli autori contestano implicitamente l’idea che il carattere misterioso della liturgia dipenda dall’incomprensibilità linguistica, dalla distanza rituale o dalla complessità cerimoniale.
Il mistero cristiano, spiegano, non è qualcosa che Dio intenda mantenere nascosto: è una realtà rivelata, che può essere conosciuta, anche se non può essere esaurita dalla comprensione umana.
Gli autori affermano:
«La Messa è il mistero sacramentalmente celebrato in cui il sacrificio salvifico di Gesù, compiuto una volta per tutte, viene reso nuovamente presente e noi partecipiamo dei suoi benefici. La riforma della liturgia mirava a rendere questo mistero più accessibile al popolo, più indelebilmente impresso nei loro cuori attraverso le preghiere che essi stessi recitano nella propria lingua e quelle che possono ascoltare e comprendere mentre il sacrificio si svolge.»
È vero che Sacrosanctum Concilium, una delle quattro costituzioni conciliari emanate dal Concilio Vaticano II e dedicata alla liturgia, afferma che la liturgia possiede anche un valore pedagogico; che i segni visibili significano realtà invisibili; che i riti devono essere «adattati alla capacità di comprensione dei fedeli»; e riconosce che la lingua volgare può essere «di grande utilità per il popolo». Tuttavia, da ciò non discende l’equazione che gli autori sembrano implicitamente presupporre:
maggiore comprensibilità linguistica → maggiore accessibilità al mistero sacramentale.
Infatti, comprendere il testo della liturgia e penetrare il mistero celebrato dalla liturgia non sono la stessa cosa.
Posso comprendere perfettamente ogni parola pronunciata durante la Messa e rimanere spiritualmente estraneo al mistero. Al contrario, posso non comprendere immediatamente ogni parola latina e tuttavia partecipare profondamente attraverso il silenzio, i gesti, la contemplazione, la conoscenza acquisita del rito, il canto, l’orientamento della preghiera e l’unione interiore al sacrificio.
- L’unità della Chiesa
Gli autori iniziano il loro saggio precisando che le critiche contenute in Traditionis custodes e Desiderio desideravi non devono essere automaticamente estese a tutti i fedeli legati alla liturgia tridentina, ma riguardano soprattutto coloro che utilizzano strumentalmente il vetus ordo per attaccare il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica. Eppure, leggendo il saggio, si ha l’impressione che, in diversi passaggi, le critiche finiscano per estendersi ampiamente anche ai fedeli legati al vetus ordo.
Gli autori affermano giustamente che l’Eucaristia non rende presente soltanto il sacrificio di Cristo: essa realizza e manifesta anche l’unità del Corpo di Cristo, cioè della Chiesa. Da questa verità passano però a mettere in guardia dal pericolo che una preferenza liturgica produca separazione, antagonismo o disprezzo nei confronti di altri cattolici, entrando così in contraddizione con il significato stesso dell’Eucaristia. Una simile deduzione appare forzata e, in alcuni passaggi, pregiudiziale, tanto da far loro scrivere:
«A prescindere dalla “fazione” a cui si possa appartenere, esiste il pericolo di amare una forma di Messa più di quanto si ami Gesù, il cui sacrificio salvifico è reso presente e di cui riceviamo il corpo e il sangue risorti.»
«Ciò significa che amare l’Eucaristia significa amare ciò di cui essa è segno efficace, ovvero l’unità della Chiesa — non la Chiesa ideale come potremmo immaginarla astrattamente o desiderarla, né un gruppo autoselezionato di persone che la pensano allo stesso modo all’interno della Chiesa, ma la Chiesa concreta, organizzata gerarchicamente, così come esiste a livello locale e universale.»
Una certa “faziosità” in queste affermazioni diventa evidente se si considera che essa può manifestarsi tanto da una parte — tra i fedeli che seguono il vetus ordo — quanto dall’altra — tra quanti seguono il novus ordo, cioè il rito riformato. Sono gli stessi autori, più avanti nel saggio, a riconoscerlo esplicitamente. Ma allora perché formulare affermazioni che rischiano di alimentare tensioni e di incrinare proprio quell’unità che essi stessi invocano?
- Il pericolo di trasformare la preferenza liturgica in identità ecclesiale
Gli autori manifestano particolare preoccupazione per quei cattolici che arrivano a definirsi anzitutto attraverso la propria appartenenza liturgica: «cattolici della Messa in latino» contrapposti a «cattolici del Novus Ordo».
La critica riguarda soprattutto la tendenza ad attribuire alla riforma liturgica fenomeni molto più vasti, quali il declino delle vocazioni, l’abbandono della pratica religiosa, il divorzio o, più in generale, la crisi della Chiesa occidentale.
È vero che tali manifestazioni di “identitarismo” esistono; è però opportuno sottolineare che possono riguardare tanto coloro che seguono il vetus ordo quanto i fedeli che seguono il novus ordo. Anzi, è proprio quell oche avviene.
La tendenza ad attribuire una componente dell’attuale crisi della Chiesa occidentale alla riforma liturgica non è, a mio parere, del tutto infondata. Gli autori attribuiscono tale crisi non al novus ordo in sé, bensì alla sua concreta attuazione, spesso segnata da abusi anche gravi. Questo rilievo è certamente fondato. Eppure rimane aperta un’altra domanda: il cambiamento liturgico in sé può avere contribuito, almeno in parte, alla crisi ecclesiale che stiamo vivendo? Del resto, il principio lex orandi, lex credendi esprime proprio il legame tra il modo di pregare e il modo di credere.
La crisi della Chiesa in termini di partecipazione, vocazioni e pratica religiosa si manifesta con particolare evidenza proprio negli anni Sessanta e Settanta, cioè nel periodo dell’immediato post Concilio e della successiva riforma liturgica. È vero anche che quei decenni furono segnati da una profonda rivoluzione culturale e morale, che influì certamente sui fedeli e, in modo particolare, su alcuni ambienti universitari e facoltà teologiche. Rimane tuttavia il fatto che, in quel periodo, la Chiesa, sulle ali del Concilio Vaticano II, visse una stagione di intensa “creatività”, criticata sia da Benedetto XVI sia dallo stesso Paolo VI, il pontefice che portò a termine il Concilio Vaticano II e sotto il quale la riforma liturgica prese forma e venne promulgata.
Quando si modificano contemporaneamente, e soprattutto in tempi molto rapidi:
- la lingua;
- l’orientamento celebrativo;
- il rapporto fra sacerdote e assemblea;
- la quantità di silenzio;
- la musica;
- la gestualità;
- la collocazione e il trattamento del tabernacolo;
- le modalità di ricezione della Comunione;
- la percezione dell’altare come luogo sacrificale;
- il linguaggio prevalentemente utilizzato per descrivere la Messa,
è almeno plausibile che muti anche la percezione religiosa del fedele medio, a prescindere dagli abusi e dagli scossoni culturali della società. Ed è altrettanto plausibile domandarsi se tale trasformazione, unita a una certa “creatività” teologica e liturgica, non abbia contribuito ad ampliare la crisi.
Rimane infatti un dato storico difficilmente trascurabile: la liturgia romana antica, pur negli sviluppi e nelle modificazioni attraversati nel corso dei secoli, ha mantenuto per circa quindici secoli una notevole continuità organica, costituendo una sorta di bastione per la Chiesa nonostante gli sconvolgimenti sociopolitici e culturali vissuti dalla società. Si pensi alla fine del mondo antico, al Medioevo, alla Riforma protestante, alle guerre di religione, all’Illuminismo, alla Rivoluzione francese, al liberalismo ottocentesco, all’industrializzazione e alla nascita degli Stati nazionali. In mezzo a trasformazioni enormi, il culto romano ha conservato una sostanziale continuità di lingua, gesti, calendario, testi, simboli e concezione sacrificale della Messa.
Sarebbe certamente eccessivo attribuire alla sola liturgia la capacità della Chiesa di attraversare tali crisi; è però ragionevole riconoscere che essa costituì un potente elemento di stabilità, continuità e trasmissione dell’identità cattolica attraverso generazioni ed epoche culturalmente molto diverse.
Proprio questa constatazione rende legittima una domanda: se per secoli la liturgia romana aveva saputo attraversare mutamenti culturali profondissimi sviluppandosi gradualmente e senza perdere la percezione della propria continuità, per quale ragione nel XX secolo si ritenne necessario sottoporla a una trasformazione tanto ampia da produrre, in molti fedeli, la percezione di una discontinuità dirompente?
E non si dimentichi che fu proprio Paolo VI a pronunciare, con dolore, il 29 giugno 1972, nell’omelia per la solennità dei santi Pietro e Paolo, la celebre frase secondo cui aveva la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». Egli affermò inoltre:
«Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza.»
Papa Paolo VI riconosceva dunque, appena sette anni dopo la conclusione del Concilio, che l’esito concreto non corrispondeva alle attese ottimistiche.
Facendo un passo ulteriore, anche Benedetto XVI, nella lettera ai vescovi che accompagnava Summorum Pontificum, scrisse:
«Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa.»
Gli autori riconoscono a loro volta che:
«Si può comprendere l’impulso di abbandonare la liturgia riformata se le ragioni stesse per cui è stata riformata vengono continuamente sovvertite da inni di scarsa qualità, da letture delle Scritture e salmodie incomprensibili e dall’apparente negazione della possibilità di devozione, specialmente verso Maria.»
E concludono:
«Il Salvatore, la cura per tutti i mali della Chiesa contemporanea e del mondo, non è un rito particolare, ma Gesù.»
Peccato che il senso di questa frase sembri rivolto soprattutto al vetus ordo e non anche, come sarebbe giusto ed equo, a qualunque forma rituale, compreso il novus ordo. La considerazione sorprende ancora di più perché sono gli stessi autori a riconoscere esplicitamente l’esistenza di un «elitarismo inverso»: anche i cattolici legati al rito precedente possono essere ingiustamente disprezzati o caricaturizzati.
Soprattutto, gli autori ammettono che alcune delle ragioni che spingono i fedeli verso la Messa tridentina sono legittime, perché nella celebrazione della liturgia riformata esistono realmente casi di banalizzazione.
A tal proposito scrivono:
«Naturalmente, nulla di tutto ciò intende negare che sia possibile anche un elitarismo inverso, quando coloro che preferiscono il rito precedente al 1970, senza l’intenzione di disobbedire all’autorità liturgica, vengono disprezzati come se non avessero legittime preoccupazioni riguardo al modo in cui la liturgia viene spesso celebrata. A volte, nella celebrazione del rito riformato si riscontra una banalità molto concreta.»
- Recuperare concretamente riverenza, silenzio e bellezza
L’aspetto forse più curioso dell’intero saggio è che, ritenendo la crisi liturgica imputabile soprattutto alla concreta attuazione della riforma, gli autori propongono una serie di indicazioni per un recupero.
E cosa propongono?
- genuflessione riverente davanti al tabernacolo;
- silenzio in chiesa prima della Messa;
- conversazioni riservate al vestibolo o all’esterno;
- maggiore riverenza nel ricevere la Comunione;
- inchino o genuflessione prima di comunicarsi;
- abbigliamento appropriato;
- consapevolezza comune della sacralità dell’azione liturgica.
Si tratta, di fatto, del recupero di elementi largamente associati alla prassi della Messa tradizionale.
Eppure, curiosamente, gli autori affermano:
«Riteniamo che sia giunto il momento per coloro che hanno aderito al movimento liturgico tridentino di riconsiderare la propria posizione».
Questa affermazione appare difficilmente comprensibile. E appare ancora più difficile comprendere il clima di ostracismo e le limitazioni imposte a un rito nel quale si sono formate generazioni di fedeli e numerosi santi nella Chiesa.
A questo proposito, Benedetto XVI ha scritto nella lettera ai vescovi del 7 luglio 2007:
«Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso.»
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