di Aurelio Porfiri

 

L’impulso di indigenizzare le comunità cristiane in terra di missione, diede impulso a vari tentativi di difendere i diritti del clero locale rispetto a quello che alcuni interpretavano come strapotere di alcuni missionari. Questo fu vero anche per la Cina, anzi essa fu strumentale per un certo cambiamento di mentalità che culminerà con la Maximum illud di Benedetto XV nel 1919. Già nel XIX secolo alcuni missionari avevano parlato in questo senso, pensiamo al lazzarista Joseph Gabet (1808-1853) che fortemente si era battuto per i diritti del clero locale.

Ma il nome più noto in questo senso sarà quello del lazzarista belga Vincent Lebbe. Dal 1901 fu attivo in Cina e lo scopo della sua missione era quello di fare in modo che il cattolicesimo si incarnasse ancora più pienamente nell’animo di quel popolo. A questo scopo si fece cinese lui stesso, prendendo la nazionalità di quel paese e il nome di Lei Ming Yuan. Fondò anche delle congregazioni religiose maschili e femminili dirette ai cinesi. 

La sua figura fu esaltata da molti ma non gradita da altri e fu oggetto anche di feroci critiche. Tra i critici più feroci si distinse un suo confratello, Henri Garnier, che in vari scritti cercò di smontare la reputazione del Lebbe.  Definì la buona fama di cui godeva il Lebbe una leggenda e lo giudicò cme discepolo di Alfred Loisy, uno dei nomi più importanti del modernismo cattolico.

Detto questo non si può comunque negare l’importanza dell’opera del padre Lebbe nel contesto missionario cinese, un’opera che sarà di ispirazione anche per altri protagonisti come Celso Costantini. Fu anche attivo nel campo della musica liturgica, traducendo in cinese alcuni testi di canti gregoriani. Esistono alcune registrazioni di questi tentativi che sono affascinanti anche se il canto gregoriano è nato in latino e in questo modo deve essere cantato.

Nel 1990, Vincent Thoreau sulla rivista Vie consacrée, parlando delle vicissitudini del Lebbe così si esprimeva: “I successi del missionario e le congratulazioni che talvolta riceve dai suoi superiori non impediscono tensioni e divergenze, non solo sui metodi utilizzati, ma soprattutto su quella che a Vincenzo appare come l’unica cosa necessaria: liberare la Chiesa di Cina dai suoi orientamenti coloniali e farne una Chiesa adulta, tutta cinese, guidata da vescovi cinesi. Vincent non è in senso stretto un innovatore in questo campo. Da tempo la volontà del Vaticano si esprime in questa direzione. Ma Roma si è scontrata con la barriera più difficile da superare: l’opposizione locale di chi avrebbe dovuto applicarne le direttive. Vincent sarà una vittima di questo conflitto. Conoscerà dolorosi esili, prima nel sud della Cina, di cui non conosce la lingua, poi in Europa dove, dal 1920 al 1926, si dedicherà anima e corpo all’evangelizzazione degli studenti cinesi, futuri dirigenti della moderna Cina. Questi esiliati erano per lui, che aveva dedicato la sua vita alla Cina e che vedeva, con tanta acutezza, l’opera di evangelizzazione dei cinesi compromessa, una terribile prova. Era andato in Cina per essere martirizzato lì. Si accorgerà che c’erano altri martirii oltre a quello del sangue”. Come detto la sua azione fu controversa e accanto ai meriti va valutata con più oggettività per cercare di capirne l’impatto reale.

 


 

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