Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, oltre alla pubblicazione dei nostri articoli originali, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da suor Renée Mirkes, pubblicato su The Catholic Thing. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Il discorso tenuto quest’estate dal cardinale Robert Sarah al Parlamento europeo individua un problema fondamentale nel discorso bioetico contemporaneo: il divario sempre più ampio tra linguaggio e realtà. Parole che un tempo trasmettevano significati stabili – “assistenza sanitaria”, “diritti”, “dignità” – vengono sempre più spesso utilizzate con un’elasticità ideologica.
Sarah avverte che questa instabilità linguistica costituisce una «crisi del logos o della ragione», una rottura nel rapporto tra le parole e le realtà che esse designano. Il linguaggio cessa di corrispondere alla realtà; la ragione perde il suo punto d’appoggio e il giudizio morale diventa vulnerabile al sentimento, all’ideologia o alla coercizione politica.
La tesi di Sarah si fonda su tre principi filosofici profondamente radicati nella tradizione intellettuale cattolica.
In primo luogo, il linguaggio deve corrispondere alla realtà. Per Sarah, il linguaggio non è uno strumento neutro, ma uno strumento di verità. Le parole hanno lo scopo di rivelare la realtà, non di oscurarla. Quando il discorso medico ricorre a eufemismi o a una terminologia ambigua, diventa difficile identificare la natura morale delle azioni mediche. Quando termini come «assistenza sanitaria», «scelta» o «aiuto medico alla morte» nascondono la realtà sottostante dell’uccisione diretta o dell’omicidio, la perdita di chiarezza linguistica genera una perdita di chiarezza morale.
In secondo luogo, la ragione è il fondamento del giudizio etico. La critica di Sarah presuppone una concezione classica e cristiana della ragione come facoltà capace di discernere la verità. A sua volta, il giudizio etico dipende direttamente dalla capacità della ragione di cogliere la natura della persona umana e i beni propri della piena realizzazione umana. Anziché essere un’indagine razionale sui beni umani, molti dibattiti bioetici odierni si trasformano in mere contese di sentimenti o di potere politico.
In terzo luogo, la dignità umana è oggettiva e intrinseca. Sarah sostiene con forza che la dignità umana non dipende dall’«autonomia», dall’utilità o dal consenso politico. Essa deriva dalla natura della persona umana in quanto imago Dei, un essere creato a immagine di Dio.
Le conseguenze dell’ignorare questi principi sono particolarmente gravi nella bioetica, dove, come sostiene Sarah, la posta in gioco riguarda la vita umana, l’incarnazione e la dignità.
Per questo motivo, la lectio di Sarah valuta in modo coerente quattro grandi questioni bioetiche: l’aborto, la fecondazione in vitro, l’ideologia transgender e il suicidio assistito. In ciascun caso, egli dimostra come la distorsione linguistica funga da presupposto per la confusione morale e l’errore politico.
Riferirsi all’aborto come a una questione di «salute», ad esempio, è una manipolazione linguistica che nasconde l’eliminazione della vita. Sarah cita documenti politici americani, europei e internazionali in cui l’espressione «salute sessuale e riproduttiva» viene abitualmente utilizzata per includere l’aborto. Egli sostiene che questo eclatante «ribaltamento del logos» ridefinisce l’interruzione deliberata di una vita umana come una forma di assistenza sanitaria, subordina la dignità umana alla scelta materna e tratta il nascituro come un oggetto la cui esistenza dipende dall’approvazione esterna.
Sarah insiste sul fatto che la distorsione linguistica dei termini «salute», «scelta» e «diritti» normalizza l’aborto, inserendolo nel linguaggio della medicina e della Costituzione.
Ma se l’aborto viene descritto come «assistenza sanitaria», il nascituro diventa una patologia, la realtà morale dell’uccisione diretta viene oscurata e la ragione è subordinata alla convenienza politica. All’interno di questo quadro concettuale, avverte Sarah, diventa difficile – se non impossibile – riconoscere la gravità dell’atto dell’aborto.
Sarah sostiene inoltre che il linguaggio dei «diritti riproduttivi» giustifichi la fecondazione in vitro, la crioconservazione degli embrioni, la riduzione selettiva e lo smaltimento degli embrioni. Mentre il termine «diritti» viene impiegato per inquadrare il bambino e la sua produzione in laboratorio come diritti acquisiti, esso oscura subdolamente le implicazioni morali della creazione e della distruzione di esseri umani nella loro fase embrionale.
E quando la fecondazione in vitro viene inquadrata come un «diritto», il bambino diventa un prodotto della tecnica piuttosto che il frutto di un atto unitivo di amore coniugale. La genesi di un nuovo essere umano viene trasferita dall’amore unitivo interpersonale dei genitori alla competenza tecnica di embriologi ed endocrinologi.
Con tali artifici verbali, la ragione viene soppiantata dal positivismo tecnologico, mentre la logica della riproduzione in laboratorio sostituisce la logica del dono.
L’ideologia transgender, secondo la valutazione di Sarah, distacca l’«identità» dal corpo. Con mosse linguistiche ingannevoli – che, secondo il Cardinale, sono alla base dell’ideologia transgender – termini come «identità di genere», «assegnato alla nascita» e «cura affermativa» separano l’identità di genere dal sesso biologico e oscurano del tutto la realtà dell’incarnazione.
Come avverte Sarah, una volta che l’identità è separata dal corpo, la ragione perde la sua capacità di discernere il significato della corporeità. Il proprio corpo non è più rivelatore; è arbitrario. Anziché essere un dono che rivela l’identità personale, il corpo viene trattato come una tela per l’espressione di sé.
E proprio a causa di questo tipo di artificio verbale, il giudizio etico sull’ideologia transgender in generale e sulla «transizione verso il sesso opposto» in particolare si basa interamente su sentimenti o pensieri soggettivi piuttosto che su una riflessione razionale sulla natura umana.
Sarah dimostra come i sotterfugi verbali – termini come «assistenza medica alla morte», «morte dignitosa» e «scelta compassionevole» – nascondano la realtà dell’uccisione intenzionale di un paziente. Questo spostamento linguistico ridefinisce l’omicidio di un essere umano come “cura”.
Come sottolinea Sarah, se l’uccisione diretta può essere ridefinita come compassione, allora la compassione perde significato. Se il suicidio può essere ridefinito come assistenza sanitaria, allora l’assistenza sanitaria perde significato.
In tutta questa “crisi del logos”, Sarah mostra come la ragione sia privata degli strumenti concettuali necessari per distinguere la guarigione dal danno. Il malato diventa un fardello da eliminare piuttosto che un prossimo di cui prendersi cura. La dignità umana diventa subordinata alla funzionalità, e l’intera vocazione medica viene distorta man mano che il ruolo del medico si trasforma da guaritore a carnefice.
La tesi di Sarah lega il futuro della bioetica al futuro del linguaggio. Quando perdiamo la capacità di parlare con sincerità della persona umana, perdiamo la capacità di difendere la persona umana e la vita umana, il bios.
La crisi del logos, ovvero della ragione, è, secondo Sarah, la crisi della nostra intera civiltà.
Solo il ripristino della ragione potrà restituire la dignità umana. E solo il ripristino della dignità umana potrà restituire la speranza nel nostro futuro e nel futuro della bioetica.
Suor Renée Mirkes, OSF
Suor Renée Mirkes, OSF, Ph.D., è una suora francescana della Carità Cristiana e direttrice del Centro per la NaProEtica, la divisione di etica dell’Istituto San Paolo VI di Omaha, Nebraska.
Le opinioni espresse in questo articolo o video sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog, ritenuti degni di rilievo, hanno il solo ed unico scopo di alimentare un dibattito culturale, di far riflettere e di approfondire lo sguardo sulla realtà. Il blog non ha scopo di lucro e rifiuta le proposte di pubblicità che riceve e non richiede abbonamenti. Qualora gli autori degli articoli che vengono qui rilanciati non avessero piacere della pubblicazione, non hanno che da segnalarmelo. Gli articoli verranno immediatamente cancellati.
Sostieni il Blog di Sabino Paciolla




















Scrivi un commento