Joseph Edward Strickland, vescovo cattolico statunitensedella diocesi di Tyler, Texas, USA, ribadisce alcune verità che ogni cristiano, a maggior ragione un vescovo, deve aver ben chiare e presenti. Vi proponiamo un suo intervento pubblicato su The Wanderer nella traduzione di Riccardo Zenobi.

 

Joseph Edward Strickland, vescovo di Tyler, Texas, USA

 

Nel suo insegnamento sul Sacramento dell’Ordine, il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega: “L’Ordine è il sacramento attraverso il quale la missione affidata da Cristo ai suoi apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa fino alla fine dei tempi: così è il sacramento del ministero apostolico. Comprende tre gradi: episcopato, presbiterato e diaconato” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1536).

E, riguardo il vescovo, citando Lumen Gentium n. 21, il Catechismo spiega inoltre che il Concilio Vaticano II “insegna … che la pienezza del sacramento dell’Ordine sacro è conferita dalla consacrazione episcopale, quella pienezza cioè che, sia nella tradizione liturgica della Chiesa che nella lingua dei Padri dell’Ordine Chiesa, è chiamato sommo sacerdozio, apice (summa) del sacro ministero” (CCC, n. 1557).

Man mano che vivo la mia vocazione, mi rendo sempre più conto di quanto sia indegno e di quanto sia veramente serio il compito che mi è stato affidato. Sono un successore degli apostoli. Il solo pensiero mi mette in ginocchio. Ma mi sfida anche ad adempiere ai miei doveri, cosa possibile solo per grazia, con tutta l’energia e l’eccellenza che posso offrire al Signore.

I fedeli appartengono a Gesù Cristo. È Lui il Buon Pastore. È il Sommo Sacerdote. Io sono solo un servitore. Con il passare degli anni sono sempre più consapevole delle parole di Gesù che fanno riflettere e si trovano nel Vangelo di San Luca, dopo aver detto ai discepoli del servo fedele e infedele: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.” (Luca 12,48).

Con la ricezione di ogni grado dell’Ordine Sacro sono stato chiamato a insegnare e predicare il Vangelo, la Buona Novella – nella sua pienezza, senza compromessi. Come diacono appena ordinato, mi sono inginocchiato davanti al vescovo. Mi mise nelle mani il Vangelo dicendo: “Ricevi il Vangelo di Cristo, di cui sei diventato araldo. Credi in ciò che leggi, insegna ciò in cui credi e metti in pratica ciò che insegni”.

Una delle promesse che ho fatto quando sono stato ordinato al Santo Sacerdozio è stata la mia ferma risposta al vescovo ordinante quando mi ha chiesto: “Sei determinato a esercitare il ministero della parola in modo degno e saggio, predicando il Vangelo e insegnando la fede cattolica?” Ho detto: “Sì”.

Una delle promesse che ho fatto quando sono stato ordinato vescovo è stata una risposta ferma a questa domanda, posta dal mio cardinale ordinante: “Sei determinato a predicare il Vangelo di Cristo con costanza e fedeltà?” Ho risposto: “Sì”.

Mi esamino regolarmente per vedere se sto adempiendo a questo dovere. Prima di ascendere al Padre, Gesù Cristo, che è Egli stesso la Buona Novella, incaricò i Suoi discepoli con queste parole: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 18-20).

Questo incarico di Gesù è chiamato il Grande Mandato. Ma è troppo spesso una grande omissione. Purtroppo, se chiedessimo ai fedeli quante omelie hanno ascoltato che hanno proclamato e spiegato il Vangelo, potremmo essere sorpresi. Tuttavia, questo è il compito di ogni chierico: predicare e insegnare il Vangelo di Gesù Cristo. Dobbiamo recuperare la verità che la Chiesa è missionaria per natura.

Il 3 dicembre nel calendario liturgico cattolico, ricordiamo il grande discepolo ed evangelizzatore di Gesù Cristo e seguace di Sant’Ignazio di Loyola, San Francesco Saverio. I suoi viaggi missionari in Giappone e in India continuano a portare frutti straordinari secoli dopo, mentre assistiamo alla coraggiosa testimonianza dei cristiani dei nostri giorni in entrambe le terre.

Ciò di cui questa età ha bisogno, più di ogni altra cosa, è una genuina conversione di vita a Gesù Cristo. Cioè, entrare in quel tipo di intima comunione personale con il Signore Gesù Risorto che ha motivato San Francesco Saverio a predicare il Vangelo senza compromessi. Era un fuoco che ardeva dentro di lui. Quindi, dovrebbe essere il fuoco che arde in ogni membro del clero. In una lettera che San Francesco Saverio scrisse a Sant’Ignazio di Loyola, leggiamo della sua passione per l’evangelizzazione del mondo intero:

“Molte, molte persone qui intorno non stanno diventando cristiane per una sola ragione: non c’è nessuno che li faccia diventare cristiani. Più e più volte ho pensato di girare per le università d’Europa, in particolare Parigi, e ovunque gridando come un pazzo, attirando l’attenzione di coloro che hanno più cultura che carità: ‘Che tragedia: quante anime sono state escluse dal paradiso e cadute all’Inferno, grazie a voi!’”

Mi chiedo, anche con alcuni miei confratelli vescovi, la salvezza delle anime è ancora la nostra massima priorità? Purtroppo, sembra che in alcuni circoli del clero ci si domandi persino se l’inferno esista davvero. Allora, cosa stiamo predicando e insegnando? È davvero il Vangelo che ci siamo impegnati a predicare durante la nostra ordinazione?

Nella solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria nel 1975, il Papa San Paolo VI ha emesso un’esortazione apostolica intitolata Evangelizzazione nel mondo moderno (Evangelii Nuntiandi). In uno dei passaggi spesso citati di questa grande lettera leggiamo queste parole cruciali: “Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati.

“La storia della Chiesa, a partire dal discorso di Pietro la mattina di Pentecoste, si mescola e si confonde con la storia di questo annuncio. Ad ogni nuova tappa della storia umana, la Chiesa, continuamente travagliata dal desiderio di evangelizzare, non ha che un assillo: chi inviare ad annunziare il mistero di Gesù?

“In quale linguaggio annunziare questo mistero? Come fare affinché esso si faccia sentire e arrivi a tutti quelli che devono ascoltarlo? Questo annuncio – kerigma, predicazione o catechesi – occupa un tale posto nell’evangelizzazione che ne è divenuto spesso sinonimo. Esso tuttavia non ne è che un aspetto.

“L’annuncio, in effetti, non acquista tutta la sua dimensione, se non quando è inteso, accolto, assimilato e allorché fa sorgere in colui che l’ha ricevuto un’adesione del cuore. Adesione alle verità che, per misericordia, il Signore ha rivelate. Ma più ancora, adesione al programma di vita – vita ormai trasformata – che esso propone. Adesione, in una parola, al Regno, cioè al «mondo nuovo», al nuovo stato di cose, alla nuova maniera di essere, di vivere, di vivere insieme, che il Vangelo inaugura.

“Una tale adesione, che non può restare astratta e disincarnata, si rivela concretamente mediante un ingresso visibile nella comunità dei fedeli. Così dunque, quelli, la cui vita si è trasformata, penetrano in una comunità che è di per sé segno di trasformazione e di novità di vita: è la Chiesa, sacramento visibile della salvezza.

“Ma, a sua volta, l’ingresso nella comunità ecclesiale si esprimerà attraverso molti altri segni che prolungano e dispiegano il segno della Chiesa. Nel dinamismo dell’evangelizzazione, colui che accoglie il Vangelo come Parola che salva, lo traduce normalmente in questi gesti sacramentali: adesione alla Chiesa, accoglimento dei Sacramenti, che manifestano e sostengono questa adesione mediante la grazia, che conferiscono.

“Finalmente, chi è stato evangelizzato a sua volta evangelizza. Qui è la prova della verità, la pietra di paragone dell’evangelizzazione: è impensabile che un uomo abbia accolto la Parola e si sia dato al Regno, senza diventare uno che a sua volta testimonia e annunzia” (nn. 22-24).

Il Salvatore del mondo

La Chiesa cattolica insegna che Gesù Cristo è il Salvatore inviatoci da Dio Padre per salvare l’intera razza umana dal peccato e dalle sue conseguenze. La missione della Chiesa è quella di proclamare e diffondere questa verità fino ai confini della Terra attraverso l’attività missionaria. E continuare la missione redentrice di Gesù Cristo come Suo Corpo mistico, fino al Suo ritorno. Purtroppo, ai nostri giorni, l’immutabile verità rivelata da Gesù Cristo viene ora sfidata da alcuni teologi erranti che perpetrano confusione e seminano dubbi nel cuore di molti fedeli, inclusi alcuni vescovi, sacerdoti e diaconi.

In risposta a questi teologi erranti e ai crescenti pericoli del relativismo strisciante e del sincretismo che diffondono, il cardinale Joseph Ratzinger, prima del suo pontificato come Papa Benedetto XVI, ha rilasciato una dichiarazione il 6 agosto 2000 dal titolo “Dominus Iesus – Sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa”.
Tuttavia, l’oscuro spettro dell’insegnamento errato su Gesù Cristo – e la natura della Salvezza in Lui e solo in Lui – sta di nuovo alzando la sua brutta testa. La Dominus Iesus spiega:

“Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio).

“Di conseguenza, si ritengono superate verità come, ad esempio, il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo, la natura della fede cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni, il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura, l’unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazareth, l’unità dell’economia del Verbo incarnato e dello Spirito Santo, l’unicità e l’universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo, la mediazione salvifica universale della Chiesa, l’inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di Dio, Regno di Cristo e la Chiesa, la sussistenza nella Chiesa cattolica dell’unica Chiesa di Cristo” (Dominus Iesus, n. 4).

Non ci può essere assolutamente alcun dubbio – Gesù Cristo è il Salvatore e il Signore di tutti – e il Salvatore e il Signore dato per tutti. Quando il primo Papa, San Pietro, e l’amato discepolo Giovanni furono trascinati davanti a un tribunale ostile per aver predicato questo Vangelo, Pietro non scese a compromessi, non vendette o annacquò il messaggio (vedere Atti, capitolo 4). Pietro proclamò coraggiosamente che Gesù era, e tuttora è “la pietra che, scartata da voi, costruttori,

è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (Atti 4,11-12).

Dominus Iesus è l’insegnamento immutabile della Chiesa cattolica. La chiarezza di questo potente documento, insieme alla chiarezza dell’intero Magistero Pontificio di Papa San Giovanni Paolo II e Papa emerito Benedetto XVI, deve essere costantemente, chiaramente e continuamente tenuto dinanzi a noi da Papa Francesco mentre guida la Chiesa come il successore di Pietro. Gesù Cristo è il Salvatore del mondo. Questo è il vero cuore e il nucleo del Vangelo che dobbiamo predicare e insegnare.

La chiamata del clero

La missione primaria del clero della Chiesa cattolica è salvare le anime. Dobbiamo portare tutti gli uomini e le donne di questo mondo a Gesù Cristo, e attraverso le acque del Battesimo, incorporarli nella Chiesa, che è il Suo Corpo Mistico. Là, nel cuore della Chiesa, potranno crescere a Sua immagine e somiglianza. Lì progrediranno lungo il cammino verso la santità crescendo nella maturità cristiana, studiando la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa e cooperando con la grazia mediata dai sacramenti.

Eppure, di questa verità fondamentale della fede cattolica, che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo intero che è stato inviato dal Padre per salvare tutti gli uomini e le donne dal peccato e dalla morte, e che la Chiesa è chiamata a dire al mondo intero questo messaggio evangelico, raramente se ne parla in questi giorni. Anche in alcuni documenti della Chiesa, altre questioni sembrano aver sostituito la priorità di proclamare questo messaggio centrale.
Non possiamo più presumere che le persone, anche quelle ai banchi delle nostre chiese parrocchiali, abbiano avuto un incontro con il Risorto che ha risvegliato la grazia del loro Battesimo e della Cresima – e ha reso la loro fede cristiana cattolica la principale influenza dell’intera loro vita.

Forse potremmo dire, usando termini popolari, che potrebbero sapere di Gesù, ma si può legittimamente porre una domanda: conoscono Gesù? Lo hanno veramente incontrato e L’hanno invitato a essere il loro Salvatore e Signore? È il centro della loro vita? Hanno ascoltato ed è stata loro insegnata la pienezza del Vangelo? In caso contrario, come vescovi, sacerdoti e diaconi, non stiamo adempiendo le nostre promesse di ordinazione. Il clero è chiamato ad evangelizzare e predicare il Vangelo di Gesù Cristo.

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