Spartacus e Cesare che discutono
Spartacus e Cesare che discutono (immagine generata con IA di Gemini)

 

 

di Andrea Mondinelli

 

È apparso di recente, su queste pagine, un «Syllabus delle principali deviazioni teologiche, ecclesiologiche, procedurali e morali del sinodalismo», che ha il merito raro di nominare le cose. In un tempo che preferisce la nebbia, mettere in fila le proposizioni e chiamarle col loro nome è già un atto di carità verso la verità. Non intendo qui discutere l’elenco, che in gran parte condivido, ma raccogliere uno dei suoi criteri interpretativi, forse il più importante, perché credo che, preso sul serio, conduca più lontano di quanto il suo stesso autore mostri di andare.

Il criterio è il primato dell’ortodossia sull’ortoprassi: non è l’azione a fondare la verità, ma la verità rivelata a rendere retta l’azione; «agere sequitur esse», l’agire segue l’essere. Ha ragione. È la dottrina a giudicare la prassi, e non la prassi a fare da norma alla dottrina. Chi rovescia quest’ordine ha già smarrito la strada. Ebbene, propongo di applicare quel criterio con tutta la coerenza che merita, anche là dove fa meno comodo; e per mostrarlo, conviene partire non da una tesi, ma da un fatto.

Mi si perdonerà se, per farlo, rubo un’idea a un maestro che ammiro molto. Sul vecchio Candido di Guareschi c’era una rubrica intitolata «Visto da sinistra, visto da destra»: uno stesso fatto vi era commentato da due punti di vista opposti, e Spartacus, la penna di Guareschi, difendeva le ragioni dei puri di sinistra, mentre Caesar, impersonato da Giovanni Mosca, quelle dei puri di destra. Il gioco smascherava, meglio di ogni argomento, come la medesima realtà cambiasse volto secondo l’occhio che la guardava. Me ne perdoni, il grande Guareschi, se ne riprendo il metodo con altri due personaggi, che chiamerò semplicemente Alfa e Beta, e con un oggetto ben più grave di quelli d’allora: non un fatto di cronaca, ma tre frasi del Concilio. Alfa è colui che nel testo vede sempre un’apertura, una svolta, una finestra spalancata; Beta colui che vi vede soltanto un ritocco di parole, dietro il quale nulla, assolutamente nulla, è cambiato. Sono entrambi in buona fede, entrambi istruiti, entrambi convinti di leggere alla lettera. Stiamo a sentirli.

Prima frase. «La Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica» (Lumen gentium 8).

 Alfa si frega le mani: avete letto? «Sussiste», non «è». Se avessero voluto dire «è», l’avrebbero scritto, come faceva la vecchia Mystici corporis; hanno scelto un altro verbo, e un altro verbo è un’altra cosa: la Chiesa di Cristo sussiste qui, ma respira anche altrove, ché di elementi di verità e di grazia se ne trovano dappertutto. 

Beta alza gli occhi al cielo: ma quale apertura! «Subsistit» vuol dire che essa permane per intero, stabilmente, nella sola cattolica; anzi è parola più forte di «è», perché dice la permanenza. Non è cambiato niente, si sono limitati a dirlo meglio. E così stanno, uno di fronte all’altro, con lo stesso vocabolario in mano. 

Solo che, se davvero nulla è mutato, resta da spiegare perché mutare il verbo; e che lo scarto tra «est» e «subsistit» non si risolva sul piano logico lo ha ammesso, con lodevole onestà, lo stesso cardinale Ratzinger.

Seconda frase. «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (Gaudium et spes 22). 

Alfa esulta: a ogni uomo, avete sentito, senza eccezioni! Credente o no, battezzato o no, tutti già uniti a Cristo dalla nascita; il dentro e il fuori non contano più. 

Beta lo ferma con un dito alzato: piano, c’è scritto «in certo modo», «quodammodo», non «pienamente». Il Verbo ha assunto la natura umana comune a tutti, e in questo senso ha toccato ciascuno; ma l’unione che salva resta quella della grazia, per la fede e i sacramenti. Quel «quodammodo» è la mia àncora, e non me la toglie nessuno.

Se non che l’àncora gliel’ha tolta, quattordici anni dopo, la stessa mano che aveva scritto il testo conciliare. Nella Redemptor hominis, al numero 13, l’«in certo modo» sparisce, e si legge che nell’uomo, in ogni uomo, «permane intatta» l’immagine e la somiglianza con Dio, e che Cristo si è unito a ciascuno per sempre. Ora, «permane intatta la somiglianza» è, alla lettera, inconciliabile con Trento, che sulla giustificazione insegna una somiglianza deformata dal peccato e da riacquistare con la grazia. E non è mia invenzione: è il senso che l’autore stesso vi poneva, se già negli esercizi predicati nel 1976 davanti a Paolo VI scriveva che tutti gli uomini, dal principio del mondo alla sua fine, sono stati «redenti e giustificati» da Cristo, e che l’uomo è in Cristo, lo sappia o no, lo accetti o no. Tolto il «quodammodo», messo l’«intatta», il povero Beta resta con l’àncora in mano e senza più il fondale: la lettura di Alfa, che pareva un eccesso di entusiasmo, si scopre essere la strada presa dal magistero medesimo.

Terza frase, e qui il duello si fa sottile. La Dichiarazione sulla libertà religiosa afferma, nel medesimo luogo, che essa «lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo», e subito dopo dichiara che nessuno, «in materia religiosa», deve essere «impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità» alla propria coscienza, «privatamente o pubblicamente» (Dignitatis humanae 1 e 2). 

Alfa indica la seconda metà: ecco lo Stato che non ha più religione, la fine delle nazioni cattoliche. 

Beta, per salvare la continuità, ricorre a una distinzione antica e vera: la Chiesa non ha mai riconosciuto all’errore un diritto, ché l’errore non ne ha; ha tollerato le persone che errano, non per giustizia dovuta al falso, ma per carità verso chi lo professa in buona fede, e per evitare mali maggiori. 

Dunque, dice Beta, qui non si concede all’errore alcun diritto: si riconosce soltanto, per rispetto della persona, un’immunità dalla coercizione. La distinzione sarebbe impeccabile, se il testo si fermasse lì. Ma il testo non dice tolleranza: dice «diritto», e diritto «civile» da sancire «nell’ordinamento giuridico della società». Ora, la tolleranza è atto di carità, e guarda alla persona; il diritto è atto di giustizia, e guarda alla cosa dovuta. Chiamare «diritto» ciò che la Tradizione chiamava «tolleranza» non è la stessa parola detta meglio: è un’altra parola. E così Alfa e Beta puntano di nuovo il dito sullo stesso foglio: l’uno vi legge un diritto nuovo, l’altro l’antica tolleranza travestita. E che la parola diritto, una volta entrata, abbia tirato tutto dalla sua parte, lo mostra il cammino successivo. Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, che quella dottrina raccoglie e ordina, non parla più di tolleranza: definisce la libertà religiosa un diritto umano fondamentale. Ora, un diritto umano fondamentale è, per definizione, ciò che è dovuto alla persona in quanto tale: non un bene che si concede, ma un bene che si deve. La tolleranza si accordava per carità, e guardava a chi erra; il diritto fondamentale si deve per giustizia, e guarda alla libertà come a cosa dovuta. Fra le due parole corre esattamente la distanza che separa la carità dalla giustizia, ed è la distanza di cui il tavolo, di spostamento in spostamento, si è allontanato dal punto in cui giurava di stare fermo.

Tre frasi, e sempre la stessa scena: Alfa e Beta che leggono la medesima riga e ne escono con due Chiese diverse, ciascuno sventolando il testo come prova. Non è che uno sappia il latino e l’altro no, né che uno bari; è che quei testi, in quei punti, sono stati scritti per poter dire due cose, e le dicono. E allora sorge la sola domanda che conti, quella che il Syllabus, tutto occupato a catalogare gli errori a valle, non pone: chi decide quale delle due, Alfa o Beta, sia la lettura giusta?

Non Alfa, che è parte in causa e tira il testo dalla sua. Non Beta, che è parte in causa e lo tira dalla propria. Sono due lettori, e un lettore può preferire una lettura, non stabilirla; chi grida «la mia è quella vera», da qualunque parte stia, non ha deciso nulla, ha soltanto gridato più forte. Decidere il senso di un testo della fede, quando il testo ne consente due opposti, non è ufficio del lettore, per dotto o pio che sia: è ufficio di chi ne ha ricevuto l’autorità, cioè della Chiesa che insegna.

Si dirà: ma a decidere provvede l’ermeneutica della continuità, che impone di leggere ogni novità in accordo con la Tradizione. Ed eccoci al punto: perché quel rovesciamento che il criterio condanna, l’ortoprassi che decide l’ortodossia, si compie oggi non soltanto tra i fautori del sinodalismo, ma per mezzo dello strumento con cui si crede di combatterlo, e che è appunto l’ermeneutica della continuità. Si guardi dunque che cosa si è risposto. L’ermeneutica della continuità, il nome lo confessa, è un’ermeneutica, cioè un’interpretazione: autorevole quanto si vuole, ma un modo di leggere. Ora, nell’ordine retto, che cosa giudica se un’interpretazione è corretta? La dottrina. È la verità di fede a fare da metro alle letture: si misura l’interpretazione sulla dottrina, non la dottrina sull’interpretazione.

Ma qui accade il contrario. Non si adopera la dottrina per scegliere l’interpretazione giusta; si sceglie l’interpretazione perché salva la dottrina. Il testo va letto «in continuità» non perché la dottrina mostri che quello è il suo senso vero, ma perché solo quel senso consente di dire che nulla è mutato. L’interpretazione non è più giudicata dalla dottrina: è scelta per convalidarla. E questo, si badi, è esattamente il rovesciamento che il Syllabus solennemente condanna: il primato dell’ortoprassi sull’ortodossia, l’«agire» che detta l’«essere». Perché qui una prassi, il modo di interpretare, decide l’ortodossia, cioè il senso stesso della fede. Non è la retta dottrina a stabilire la retta lettura; è una certa lettura a stabilire quale sia la retta dottrina. L’ortoprassi ermeneutica si è fatta giudice dell’ortodossia. Lo strumento con cui si pretende di salvare il Concilio dal sinodalismo compie, in atto, l’identico capovolgimento che del sinodalismo è l’anima. Quod erat demonstrandum.

E c’è un’aggravante, che tocca la forma stessa di questo modo di procedere. Quando, davanti a una dottrina antica e a una formulazione nuova che pare contraddirla, non si sceglie quale delle due sia vera, ma si compongono entrambe in una sintesi superiore che le conserva insieme, il mutato che resta immutato, si adopera, forse senza avvedersene, uno schema che non è cattolico: assomiglia alla triade dialettica di Hegel, tesi, antitesi e sintesi, in cui la contraddizione non si risolve, ma si supera conservandola. E poiché quella sintesi è pensata come il progredire di un unico soggetto che nella storia si autocomprende sempre meglio, il soggetto Chiesa che evolve la propria coscienza, si ottiene qualcosa che somiglia pericolosamente a ciò che san Pio X, nella Pascendi, condannò come cuore del modernismo: l’evoluzione del dogma secondo la coscienza credente, in questo caso la coscienza collettiva del Popolo di Dio in cammino, magari sinodale. ATTENZIONE! Non dico che vi si aderisca; dico che se ne assume la forma. E la cosa ha del paradossale, perché così, per difendere il Concilio dalla dissoluzione dialettica del dogma, si adopera proprio la logica dialettica che quella dissoluzione ha generato. Lo sviluppo omogeneo di cui parlava Lérins, il crescere della stessa verità nello stesso senso, è cosa opposta: là la verità permane identica e si dispiega; qui due formulazioni contrarie si fondono in una terza. Il primo è organico; il secondo è dialettico. E solo il primo è cattolico.

E qui sta il punto che nessuno dei due contendenti vede: la sola interpretazione, per quanto autorevole, non è mai sufficiente. Un’interpretazione, anche la più dotta e la più ossequiente, resta una lettura, e una lettura non decide, propone; può illuminare il testo, non chiuderne il senso. A chiudere il senso, quando il testo ne consente due, non basta interpretare meglio: occorre un atto che stabilisca, con autorità, quale lettura confermi la fede.

Resta il paradosso che rovescia ogni accusa. Si rimprovera a chi pone queste domande di ergersi a giudice del Magistero. Ma si osservi chi giudica e chi no. Non si erge a giudice chi, riconosciuta la doppiezza del testo, chiede che sia l’autorità competente a stabilire quale lettura valga: costui si sottomette, perché rimette ad altri ciò che sa di non poter decidere. Si erge a giudice, semmai, chi da sé decreta quale lettura sia la vera e intima agli altri di adeguarsi, e lo fa credendosi ossequiente. Finché Alfa e Beta gridano ciascuno la propria lettura, sono entrambi giudici, e in questo sono pari: nessuno dei due ha il potere di stabilire ciò che soltanto preferisce. Ubbidisce, invece, solo chi tace e domanda a chi ha l’autorità di decidere. Il che non vuol dire che i loro pesi siano uguali davanti a Dio: chi spinge verso la rottura e chi crede di difendere la Tradizione non rispondono della stessa cosa, e più grave di entrambi è il peso di chi, avendo ricevuto l’autorità di sciogliere il dubbio, sceglie di tacere. Ma questo attiene alla responsabilità di ciascuno, non al potere di decidere, che nessuno dei due possiede. 

Fin quando quella parola non verrà, il testo resterà a doppio binario, e ognuno vi leggerà la propria Chiesa: che non è pace, ma la crisi stessa, due Chiese sotto le medesime sillabe, ciascuna certa d’essere l’unica vera. E se ne esce in un modo solo. Non che Alfa o Beta la spunti a forza di citazioni; ma che chi ne ha l’autorità compia un atto decisivo, e dica, con una sola parola, quale delle due letture è la fede, e condanni l’altra come errore. Perché è la condanna del falso a tracciare il confine: una verità proclamata e non difesa dall’anatema del suo contrario resta esposta, e chiunque può ancora rileggerla a modo proprio. Solo il sì detto insieme al no chiude la porta.

E questo atto ha un nome antico, il più antico, ed è l’ufficio stesso per cui Pietro è Pietro. «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». Confermare i fratelli nella fede non è lasciare che ciascuno legga come crede, appellandosi alla continuità; è dire loro, con autorità, questa è la fede, e quest’altro è l’errore. Chi tace, chi lascia il testo nel suo doppio binario, chi rimette ogni cosa all’ermeneutica che lascia il tempo che trova, non conferma i fratelli: li lascia nell’incertezza, e viene meno al primo dovere del suo ufficio. Chiedere che quell’atto venga compiuto non è dunque ergersi a giudici: è il contrario, è la voce dei fratelli che domandano di essere confermati da chi Cristo ha posto per confermarli. Chi domanda questo attende Pietro; chi decide da sé, o non decide affatto, si mette, senza avvedersene, al suo posto.

Il resto, cioè il decidere da sé il senso dei testi sacri, facendo dell’interpretazione la misura di ciò che essi dicono, ha già un nome nella storia, e non è un nome cattolico. È singolare che vi si arrivi, oggi, non per la porta del libero esame, ma per quella opposta di una continuità affermata a ogni costo; eppure il vizio è identico, ché in entrambi i casi è l’interpretazione a farsi criterio di sé, e l’uomo a decidere ciò che spetta alla Chiesa. La strada retta è una sola, e la addita il Vangelo prima ancora del Syllabus: prima l’essere, poi l’agire; prima la verità, poi la sua difesa; e a dirci dove essa stia, confermando i fratelli, è colui che ne ha ricevuto il mandato. Domandarglielo, con rispetto e insistenza, non è impazienza né superbia: è l’atto di chi crede che a confermare nella fede sia Pietro, e non ciascuno per sé. 

Anche quando quella richiesta della conferma costa più del silenzio…

 


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