di Daniele Trabucco
Sul sito FSSPX Attualità, organo informativo riconducibile alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, è apparso il 13 ottobre 2026 un articolo dal titolo Corredenzione: il card. Müller rivede le sue posizioni, dedicato all’intervento pronunciato dal cardinale Gerhard Ludwig Müller durante il convegno mariano internazionale De Maria numquam satis, celebrato a Roma il 7 e l’8 ottobre presso l’Istituto Patristico Augustinianum, intervento nel quale il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, uno dei maggiori dogmatici cattolici contemporanei e già responsabile dal 2012 al 2017 dell’organismo che oggi porta il nome di Dicastero per la Dottrina della Fede, ha riconosciuto di avere sottoposto a un nuovo esame teologico la questione del titolo mariano di «Corredentrice», giungendo a considerarlo, quando interpretato secondo l’analogia della fede e nella radicale subordinazione della cooperazione creaturale di Maria all’unica causalità salvifica di Cristo, espressione di una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione.
L’articolo ricostruisce correttamente, almeno nei suoi dati fondamentali, l’evoluzione del pensiero di Müller, ricordando come nel 2017 egli guardasse con riserva al titolo di Corredentrice, ritenendolo suscettibile di attribuire alla Vergine una prerogativa formulata in termini eccessivi, e come la pubblicazione della Nota Mater Populi fidelis del Dicastero per la Dottrina della Fede, avvenuta il 4 novembre 2025 con l’approvazione di Leone XIV, lo abbia successivamente indotto a riprendere l’intera questione, approfondendo la distinzione metafisica tra causalità prima e causalità seconda, tra l’assoluta sufficienza dell’azione redentrice di Cristo e la possibilità che Dio stesso associ liberamente una creatura alla realizzazione storica del proprio disegno salvifico, secondo quella concezione classica della causalità partecipata che appartiene alla migliore tradizione tomista.
Proprio qui, tuttavia, comincia il problema dell’articolo, poiché ciò che avrebbe potuto costituire l’occasione per una riflessione teologica di straordinaria profondità viene progressivamente trasformato nell’ennesimo episodio di una rappresentazione polemica nella quale Roma deve necessariamente apparire come l’istanza che restringe, impoverisce o tradisce, mentre tutto ciò che si oppone alla formulazione proveniente dall’autorità ecclesiastica viene immediatamente assunto come conferma postuma delle tesi tradizionaliste, quasi che il mutamento di giudizio di un grande teologo potesse essere ridotto alla funzione retorica di una rivincita, quasi che la teologia fosse un tribunale nel quale accumulare precedenti contro la parte avversa, quasi che l’intelligenza della fede potesse essere ricondotta alla logica elementare secondo la quale qualcuno deve avere avuto ragione fin dall’inizio e qualcun altro deve necessariamente essere dichiarato sconfitto alla fine.
La grandezza dell’atteggiamento di Müller consiste precisamente nel contrario di questa logica, perché un teologo che ritorna sopra una propria posizione, la sottopone nuovamente all’esame della Rivelazione, della Tradizione, della metafisica e della storia del dogma, riconoscendo infine che una formulazione precedentemente giudicata poco felice può custodire un significato teologicamente più profondo di quanto egli stesso avesse ritenuto, non offre lo spettacolo di una capitolazione intellettuale e neppure quello di una conversione alla linea della Fraternità, offre piuttosto una delle manifestazioni più alte di quella libertà dell’intelligenza cattolica che sa di essere subordinata alla verità proprio perché non è subordinata alla propria biografia, alla propria precedente opinione o alla necessità mondana di risultare sempre coerente con se stessa.
Una mente teologica autenticamente grande non considera la propria coerenza psicologica come misura della verità, dato che la verità precede colui che la cerca e conserva nei suoi confronti quella trascendenza ontologica senza la quale la conoscenza degenererebbe fatalmente nell’autoconferma, ragione per cui il ripensamento di Müller non costituisce una debolezza da sfruttare polemicamente contro il Dicastero e neppure una patente di vittoria da intestare retroattivamente al tradizionalismo, costituendo semmai la dimostrazione che il pensiero cattolico rimane vivo precisamente quando nessuno pretende di possedere la Tradizione allo stesso modo in cui si possiede un repertorio di formule definitivamente sottratte all’intelligenza ecclesiale.
La Tradizione, infatti, non è il passato ecclesiastico elevato a criterio assoluto del presente, non è l’archivio delle formule che una determinata sensibilità considera immuni da ogni ulteriore discernimento, non è la pietrificazione sacrale di un determinato momento della storia della Chiesa, poiché la traditio cattolica è anzitutto l’atto mediante il quale l’unico deposito della fede viene ricevuto, custodito, compreso, trasmesso e approfondito nella continuità organica del medesimo soggetto ecclesiale, secondo una dinamica che esclude tanto la mutazione arbitraria del contenuto quanto la riduzione archeologica della verità a ciò che è stato già detto con una determinata terminologia.
Nel momento in cui questa distinzione viene perduta nasce il tradizionalismo, che non coincide affatto con la fedeltà alla Tradizione e che ne costituisce, sotto molti aspetti, una deformazione speculare, perché la Tradizione autentica riceve la verità come qualcosa che la precede e la supera, mentre l’ideologia tradizionalista finisce per selezionare dalla Tradizione ciò che serve a confermare una previa ermeneutica del sospetto nei confronti della Chiesa presente, trasformando ciò che dovrebbe essere principio vivente di comunione in criterio permanente di accusa.
Sotto questo profilo tradizionalismo e progressismo, apparentemente collocati agli estremi opposti dello spettro ecclesiale, rivelano una sorprendente parentela metafisica, dal momento che entrambi cessano di ricevere la realtà ecclesiale nella sua complessità sacramentale e la sottopongono a una costruzione ideologica preliminare, con il progressista che giudica vero ciò che appare conforme al futuro da lui immaginato e il tradizionalista ideologico che giudica vero ciò che appare conforme al passato da lui selezionato, mentre la fede cattolica non assume né il futuro né il passato quale principio formale della verità, riconoscendo questo principio soltanto nel depositum fidei custodito nella Chiesa vivente.
La polemica della Fraternità diventa particolarmente fragile proprio quando pretende di assumere Müller come testimone della propria impostazione, poiché la struttura intellettuale dell’intervento del cardinale è esattamente l’opposto della struttura ideologica che troppo spesso caratterizza quel genere di pubblicistica, dato che Müller non parte dalla necessità di dimostrare l’errore di Roma, non costruisce la propria riflessione sull’assioma secondo cui un documento del Dicastero debba essere sospetto per il semplice fatto di provenire dall’attuale governo ecclesiale, non converte la mariologia in un’arma di opposizione ecclesiologica, bensì ritorna alle categorie della causalità, della partecipazione, della grazia e della libertà, chiedendosi come sia possibile confessare simultaneamente l’assoluta unicità della Redenzione compiuta da Cristo e la reale cooperazione della creatura all’ordine soprannaturale voluto da Dio.
La risposta di Müller si colloca precisamente dentro la metafisica cattolica della partecipazione, secondo la quale la perfezione della causalità divina non esige l’annientamento della causalità creaturale e anzi la fonda, poiché una causa prima veramente trascendente non diviene concorrente delle cause seconde proprio in quanto appartiene a un ordine ontologico radicalmente diverso, così che riconoscere una vera cooperazione di Maria non significa sottrarre alcunché a Cristo più di quanto riconoscere una vera causalità sacramentale al ministro sottragga qualcosa all’efficacia di Cristo, o più di quanto attribuire al sacerdote una partecipazione al sacerdozio di Cristo introduca un secondo sacerdozio indipendente dal suo.
Questa è teologia, mentre trasformare tale costruzione in una notizia dal sapore di rivincita contro il Dicastero significa abbassarla dal piano della metafisica della causalità al piano assai più modesto della polemica ecclesiastica.
Persino la questione di Mater Populi fidelis richiede una finezza che l’impostazione dell’articolo tende a comprimere, dato che la Nota del Dicastero non nega affatto la cooperazione singolare di Maria all’opera della salvezza, riconoscendo esplicitamente che il suo consenso non rappresenta una semplice condizione biologica o passiva e descrivendo la maternità della Vergine come realtà pienamente attiva inserita nel mistero salvifico di Cristo, mentre formula un giudizio negativo circa l’opportunità dell’impiego del titolo di Corredentrice per il pericolo di oscurare l’unicità della mediazione salvifica del Figlio.
La divergenza, perciò, è reale e merita di essere discussa senza attenuarla, restando intellettualmente scorretto presentarla come se da una parte vi fosse chi riconosce la cooperazione di Maria e dall’altra chi intende cancellarla, poiché il punto controverso riguarda in larga misura la capacità di un determinato titolo di significare adeguatamente, senza equivoci cristologici, quella cooperazione che entrambe le impostazioni ammettono.
Un’ulteriore superficialità emerge quando l’autorità dottrinale della Santa Sede viene trattata come una semplice opinione concorrente all’interno del dibattito, perché il Dicastero per la Dottrina della Fede non è una rivista teologica romana e nemmeno una scuola accademica tra le altre, essendo l’organo che l’ordinamento della Curia pone al servizio del Romano Pontefice e dei vescovi affinché siano promosse e tutelate l’integrità della dottrina cattolica e la sua sempre più profonda comprensione, secondo quanto stabilisce espressamente l’articolo 69 della costituzione apostolica Praedicate Evangelium.
Neppure questa considerazione sopprime la libertà della ricerca teologica, perché il cattolicesimo non conosce l’alternativa rozza tra obbedienza muta e ribellione permanente, riconoscendo differenti gradi dell’autorità magisteriale, distinguendo ciò che è definito irreformabilmente da ciò che appartiene a pronunciamenti non definitivi e chiedendo comunque, secondo la logica espressa anche dal canone 752, un atteggiamento religioso dell’intelligenza e della volontà nei confronti dell’esercizio autentico del Magistero.
Proprio Müller dimostra quanto sia falsa l’alternativa tra libertà teologica e appartenenza ecclesiale, poiché egli può formulare una critica argomentata a una scelta terminologica del Dicastero senza trasformare per questo il Dicastero in un avversario ontologico, mentre una certa cultura tradizionalista sembra avere bisogno di convertire ogni divergenza in un processo, ogni cautela romana in una resa al modernismo, ogni distinzione in un cedimento, ogni sviluppo in una rottura, producendo così una critica che non ricerca più la correzione di qualcosa all’interno dell’unità ecclesiale e vive piuttosto della propria perpetuazione, una critica la cui finalità concreta diviene la critica stessa.
Qui si manifesta il carattere più sterile di quel tradizionalismo che pretende di parlare continuamente in nome della Tradizione, poiché la Tradizione cattolica possiede una struttura eminentemente positiva, edificante, generativa, sacramentale, mentre la mentalità ideologica ha bisogno di un nemico permanente per conservare la propria identità, trovando la propria coesione non tanto nell’adesione a ciò che afferma quanto nell’opposizione a ciò che denuncia.
Il risultato è una singolare eterogenesi spirituale nella quale coloro che intendono custodire la continuità rischiano di trasformare la contestazione in principio permanente, coloro che rivendicano il primato dell’ordine ecclesiale finiscono per leggere l’autorità ordinaria della Chiesa secondo una presunzione sistematica di sospetto, coloro che proclamano il valore dell’obbedienza alla costituzione divina della Chiesa sembrano riconoscerne l’esercizio concreto soltanto quando coincide con la propria interpretazione preventiva della Tradizione.
Una Tradizione convertita in tribunale permanente contro la Chiesa vivente cessa, precisamente in quell’istante, di essere Tradizione nel senso cattolico più profondo, poiché non trasmette più ciò che ha ricevuto nell’unità del corpo ecclesiale e comincia a utilizzare ciò che ha ricevuto per giudicare il corpo dal quale lo ha ricevuto.
Müller, proprio attraverso il suo ripensamento, appare paradossalmente molto più tradizionale di quanti vorrebbero arruolarlo nella polemica tradizionalista, perché mostra che la fedeltà alla verità non consiste nell’immobilità delle proprie formulazioni, consistendo nella disponibilità a lasciarsi giudicare dalla verità stessa, a ritornare alle fonti, a distinguere i concetti, a riconoscere l’analogia, a pensare metafisicamente la partecipazione e a non confondere mai la certezza della fede con l’ostinazione della propria scuola.
Ridurre tutto questo al trionfo polemico contro una «nota romana» significa non rendere giustizia né a Müller né alla Tradizione che si pretende di difendere.
La questione della Corredentrice continuerà legittimamente a essere studiata e discussa nei limiti stabiliti dalla fede della Chiesa, mentre il caso offre già una lezione di portata assai più ampia, perché esiste un punto nel quale la difesa della Tradizione può smettere di essere fedeltà e diventare ideologia, esattamente come esiste un punto nel quale l’aspirazione al rinnovamento può smettere di essere sviluppo e diventare progressismo.
Le due deformazioni si combattono ferocemente proprio perché si somigliano più di quanto siano disposte ad ammettere, entrambe assolutizzano una prospettiva parziale, entrambe antepongono una chiave ermeneutica alla realtà, entrambe finiscono per chiedere alla Chiesa di conformarsi alla propria idea di Chiesa.
La fede cattolica, fortunatamente, è più grande di entrambe.
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Con tutto il rispetto, credo che sia l’articolo della Fraternità a dover esser letto senza preconcetti di sorta.
Caro Daniele,
il tuo articolo è un elegante trattato sul carattere dei tradizionalisti, ma della Corredentrice dice ben poco. La domanda posta da FSSPX.Attualità resta lì, sul tavolo, come un ospite che nessuno presenta: se il titolo esprime, come afferma il card. Müller, «una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione», perché il suo uso sarebbe «sempre inopportuno»?
Quanto allo spirito di rivincita, è stato lo stesso cardinale a dire di aver ristudiato la questione dopo la Nota, rimproverandole di aver scartato il titolo «senza definirne il vero significato». Se c’è stato un boomerang, l’ha lanciato il Dicastero.
Infine, mettere sullo stesso piano tradizionalismo e progressismo ricorda l’arbitro che, per imparzialità, ammonisce sia chi dà il calcio sia chi lo riceve. Ma il conservatore è il meno adatto ad arbitrare. Chesterton diceva che il compito dei progressisti è commettere errori, e quello dei conservatori è impedire che vengano corretti. In campo, insomma, gioca anche lui, con la stessa maglia del progressista, solo con trent’anni di ritardo; e quando arbitra, fischia a senso unico. Il tradizionalista, almeno, chiede soltanto che gli errori vengano corretti.
Un caro saluto,
Andrea