XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 28 giugno 2026
2Re 4,8-11.14-16a; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
don Ambrogio Clavadei
La liturgia di questa domenica ci parla potentemente dell’esclusività di Cristo, cioè della necessità assoluta che noi abbiamo di appartenere a lui perché la nostra vita sia feconda, sperimenti cioè una validità dentro la vita di ogni giorno e raggiunga il proprio compimento: “Io so che è un uomo di Dio”, diceva la donna che accolse Eliseo, e questa accoglienza le procurò insperatamente il figlio che essa desiderava, pur essendo ormai vecchia. Era facoltosa, ricca di denaro ma povera di discendenza. Cos’era mai la sua vita senza un figlio? Però “chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta”. La sua ricompensa fu quel figlio. E chi accoglie Cristo come Cristo avrà la ricompensa di Cristo. E la ricompensa di Cristo è per noi diventare figli nel Figlio.
Quale ricompensa soddisfacente Cristo infatti ci poteva offrire? Quella stessa che da sempre soddisfaceva la sua vita, dapprima nell’eterno come Figlio, ma poi anche nel tempo della sua missione sulla nostra terra come Figlio incarnato: la ricompensa di Cristo era il Padre, colui di cui egli era testimone e profeta. Chi accoglie Cristo allora, in forza di questa ricompensa, appartiene alla Fonte originaria di ogni essere, a Colui che tutto paternamente genera e sostiene. Chi accoglie Cristo diventa dunque figlio nel Figlio, figlio del Padre, e non c’è niente della sua vita che non diventi per lui occasione di positività e di grazia, accogliendo in sé e inserendo poi dentro la realtà la vita stessa del Padre, la sua energia, la sua misericordia, amore misericordioso che di questa energia originaria è l’aspetto più sorprendente e gratuito: “Canterò in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà, perché ho detto: «È un amore edificato per sempre” (Sal. Resp.).
Ma perché tutto della nostra vita sperimenti la fedeltà di questo amore inesauribile e che tutto edifica, è davvero necessario che Cristo sia tutto per noi; non è possibile alcuna alternativa. O sì è di Cristo, o ci si trova poco o tanto contro di lui: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me”; chi ama qualsiasi altra cosa al mondo “più di me non è degno di me”. È questo il primo, vero e più grande sacrificio che ci è chiesto di assumere; il sacrificio cioè di affermare che di tutto Cristo è la sola consistenza, Cristo è il solo significato, Cristo è la sola ragione e il solo amore, in analogia al sacrificio di Cristo che toccò il suo vertice sulla croce dove egli affermò il Padre e la sua volontà come il tutto della sua esistenza. Ecco perché “chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”. Cristo sulla Croce ha fatto sua la nostra croce, quella croce, quell’esperienza di limite – quale che sia – che ci pesa addosso e che senza di lui ci schiaccerebbe inesorabilmente al suolo, così che spesso la scarichiamo su altri. Ebbene, adesso la nostra croce può diventare paradossalmente amabile perché è l’occasione per affermare la sua, la Croce che unica ci salva.
Solo così hanno quindi senso tutti gli eventuali sacrifici che Dio ci può chiedere come nostra croce quotidiana. Solo se la nostra piccola morte quotidiana è partecipazione a quella di Cristo. I nostri sacrifici sono infatti veri, verificabili nella loro fecondità, perché diventano parte intrinseca della sua ricompensa, altrimenti sono solo sforzi vani della nostra volontà. Dio ci chiede magari certe volte di soffrire, perché certe situazioni purtroppo lo impongono (quante sofferenze ci tocca portare nel vedere i tanti limiti che lacerano la vesta inconsutile della Chiesa di oggi!), ma bisogna che questo soffrire sia un modo tra i tanti di amare Dio, cioè di appartenere a lui. La morte di Cristo fu atto supremo d’amore, e così deve essere anche il nostro piccolo o grande morire quotidiano, attraverso il quale, come accadde a lui, noi risorgiamo ad una vita più vera, oggi nel quotidiano, in attesa del quotidie eterno: “quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui”.
Questo cammino di sacrificio in Cristo, così tanto esclusivo, proprio perché è una vita nuova dentro lo scorrere effimero dei giorni, è allora un cammino altrettanto inclusivo di tutto e di tutti. Sacrificio non è allora tagliar via questo o quello o mettere in alternativa a Cristo questo o quello, ma includere amorosamente tutto dentro una prospettiva più grande, determinata proprio dalla profezia di Cristo, cioè dalla testimonianza della sua presenza dentro la realtà, e ciò anche nel rapporto o nel gesto più banale, perché niente è trascurabile per affermare la gloria di Cristo e del Padre: “chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. Come ricorda anche san Paolo: “Sia … che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10, 31).
Dentro anche il più piccolo gesto di carità con cui ci sacrifichiamo per un altro in nome di un Altro, c’è sempre quindi tutta la sorgente infinita dell’amore di Dio che disseta noi e il mondo. L’importante è continuare ad aver sete di questo: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 41, 3). Dunque, Cristo tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15, 28) come cosa più cara di tutti e di tutto: “O Dio, che hai preparato beni [ricompense] invisibili per coloro che ti amano, infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio” (Colletta della XX domenica del Tempo Ordinario). È la legge formidabile dell’amore vero: amare Cristo e in lui il Padre “sopra ogni cosa”, per solo così poterlo amare senza astrazioni ma con verità “in ogni cosa”, “perdendo” (cfr. Mc 8, 35) per lui ogni cosa per “guadagnare” (idem) in lui ogni cosa. Tutto così diventa sacramento della ricompensa promessa.





















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