di Fabio Vessillifero
Dalla roccia alla sabbia: la verità del Matrimonio tra Familiaris Consortio e Amoris Laetitia
La scelta di indire una solenne concelebrazione eucaristica in San Pietro per il decimo anniversario dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia appare fuorviante e solleva riserve d’ordine teologico e pastorale. In un tempo segnato da profonda confusione circa la verità del matrimonio e la dottrina sacramentale, la memoria ecclesiale non dovrebbe focalizzarsi su un testo che ha introdotto gravi elementi di ambiguità e divisione. Sarebbe stato ben più opportuno e fecondo celebrare il 45° anniversario dell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio, promulgata da San Giovanni Paolo II il 22 novembre 1981 a conclusione del Sinodo dei Vescovi del 1980. Tale documento magistrale rappresenta tuttora una sintesi limpida e inalterata del Magistero perenne della Chiesa sulla famiglia, offrendo un’antropologia teologica saldamente ancorata alla Rivelazione, dove la verità del vincolo indissolubile non viene mai separata dall’autentica carità pastorale né sacrificata a un soggettivismo morale.
La frase controversa di Amoris laetitia e il cortocircuito della nota 351
Il punto critico dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia risiede nel Capitolo VIII, laddove il testo affronta l’accompagnamento delle situazioni cosiddette irregolari. Al numero 305 si afferma che, a causa dei condizionamenti e delle circostanze attenuanti, «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia che santifica». A questo passaggio si lega la controversa nota 351, la quale precisa che, in certi casi, l’aiuto della Chiesa verso chi vive in una situazione oggettiva di adulterio «potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti», ricordando che «l’Eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un nutrimento per i deboli». Questa formulazione intende giustificare l’accesso all’assoluzione sacramentale e alla Comunione eucaristica per i divorziati risposati civilmente senza l’obbligo della piena continenza. In tal modo, il documento sovverte la prassi millenaria della Chiesa e introduce una scissione tra la norma oggettiva della legge divina e la valutazione soggettiva della coscienza, svalutando il concetto stesso di stato di grazia e riducendo l’Eucaristia a un rimedio disgiunto dalla coerenza con il segno sacramentale.
La fermezza dogmatica di Familiaris consortio e il rigetto dell’ambiguità
A fronte delle aperture e delle incertezze introdotte da Amoris laetitia, l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II si erge come un baluardo inattaccabile della dottrina cattolica sul matrimonio e sulla disciplina sacramentale. Al numero 84, il documento affronta in modo esplicito e senza ombra di equivocità la condizione dei divorziati risposati, stabilendo che «la Chiesa riafferma la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati». La ragione teologica di tale preclusione non risiede in un rigido giudizio sulle intenzioni personali, ma nella verità oggettiva del segno sacramentale: «Essi non possono esservi ammessi dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia». Smentendo anticipatamente qualsiasi tentativo di relativizzare la legge divina in nome di un soggettivismo pastorale o di presunte attenuanti che dispensino dalla conversione, Familiaris consortio precisa che l’assoluzione sacramentale e l’accesso al Corpo di Cristo possono essere concessi unicamente a coloro che, per seri motivi — come l’educazione dei figli —, non possono soddisfare l’obbligo della separazione, a patto che «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi». Laddove Amoris laetitia apre la strada a un discernimento indeterminato che rischia di legittimare la permanenza in uno stato di adulterio, Giovanni Paolo II ribadisce che la riconciliazione sacramentale «può essere concessa solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio». In questo modo, la Familiaris consortio smaschera la falsa misericordia che separa la grazia dalla verità, riaffermando che l’Eucaristia non può essere disgiunta dalla coerenza con la legge divina e con il Sacramento del Matrimonio.
L’indissolubilità del matrimonio nel Vangelo e la nuova creazione in Cristo
L’insegnamento circa l’impossibilità di sciogliere il vincolo matrimoniale e la gravità dell’adulterio affonda le sue radici direttamente nelle parole di Gesù Cristo tramandate dai Vangeli. Il Signore supera la concessione del libello di ripudio accordata da Mosè a causa della durezza del cuore umano, riportando l’unione coniugale al disegno originario della Creazione e elevandola a Sacramento della Nuova Alleanza. Nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 19, versi da 4 a 6, Cristo afferma perentoriamente: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola? Così non sono più due, ma una sola carne. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». A conferma dell’assolutezza di questo principio, nel medesimo Vangelo di Matteo, al capitolo 19, verso 9, e nel Vangelo secondo Luca, al capitolo 16, verso 18, il Redentore dichiara: «Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; e chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio». L’unione matrimoniale tra battezzati è dunque un’opera della grazia divina che inserisce la coppia nella vita nuova del Vangelo e che la volontà umana non ha la facoltà di sciogliere o sostituire con un secondo legame.
La dimensione sponsale del matrimonio e dell’Eucaristia nell’insegnamento paolino
L’Apostolo Paolo esplicita la profonda natura del matrimonio cristiano, mostrandolo come il segno reale e visibile dell’amore indissolubile tra Cristo Sposo e la Chiesa Sposa. Nella Lettera agli Efesini, al capitolo 5, versi 31 e 32, San Paolo scrive: «Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Questo mistero è grande: dico questo in riferimento a Cristo e alla Chiesa!». Esiste una corrispondenza ontologica tra il Sacramento del Matrimonio e il Sacramento dell’Eucaristia, poiché l’Eucaristia è il rinnovarsi del sacrificio d’amore con cui Cristo unisce a sé la sua Sposa in un’alleanza eterna. Accostarsi alla Comunione eucaristica mentre si permane in un’unione affettiva e carnale diversa da quella ratificata dal Sacramento significa porre un gesto materiale che smentisce la dimensione sponsale dell’Eucaristia. La condotta di vita e la ricezione del Sacramento entrano in una contraddizione visibile, poiché si pretende di ricevere il Corpo dello Sposo fedele mentre si nega con la vita la fedeltà al patto coniugale.
La severità della Scrittura sulla ricezione indegna del Corpo di Cristo
La Sacra Scrittura ammonisce con estrema chiarezza sul pericolo e sulla gravità morale di accostarsi al Sacramento dell’Altare in una condizione oggettiva difforme dalla legge morale ed evangelica. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, versi da 27 a 29, San Paolo dichiara: «Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, quindi, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna». Poco prima, al capitolo 10, verso 21, l’Apostolo sottolineava l’impossibilità di conciliare la comunione con Cristo e la partecipazione a opere di disordine morale: «Non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni». La disciplina sacramentale della Chiesa non è un’invenzione legale o una rigidità umana, ma è l’osservanza fedele di questa norma apostolica che richiede la corrispondenza tra la grazia dell’anima, la verità del segno e la vita del fedele.
La dottrina del matrimonio nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes
Il Concilio Vaticano II ha riaffermato la dottrina sull’indissolubilità e sulla santità del matrimonio nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, affrontando il tema nei numeri da 47 a 52. Al numero 48, il Concilio definisce il matrimonio come una «intima comunità di vita e d’amore coniugale», fondata dal Creatore e stabilita sull’alleanza irrevocabile dei coniugi, e dichiara che «questo intimo legame, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità». Il medesimo paragrafo spiega che «come un tempo Dio prese l’iniziativa di un’alleanza di amore e di fedeltà con il suo popolo, così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio» e «rimane con loro perché si amino con continua fedeltà, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei». Per proteggere la dignità di questo Sacramento, il Concilio denuncia espressamente al numero 47 le piaghe che minacciano la famiglia, indicando tra esse «la poligamia, l’epidemia del divorzio, il cosiddetto libero amore e altre deviazioni».
L’omologazione alle logiche mondane
Quando un certo modo di pensare — nato con Immanuel Kant e sviluppato nei secoli successivi — viene fatto proprio da chi governa o gestisce le istituzioni ecclesiali, il rischio è molto concreto. In questo tipo di visione, le cose e le persone non vengono più accolte per quello che sono davvero, con la loro dignità e il loro valore creato da Dio, ma vengono divise in “categorie” e schemi mentali per poterle controllare, gestire e infine sfruttare o vendere. È la logica del mercato che entra nel modo di pensare: tutto diventa una merce, un servizio o un dato da quantificare. La realtà non è più un dono da rispettare, ma un oggetto da usare e da monetizzare secondo la convenienza del momento.
Cosa c’entra questo con la fede, con i Sacramenti e con il Matrimonio
Questa mentalità di mercato, profondamente radicata, è diventata stile di vita dell’intera società e si pone in netto contrasto con la logica del Vangelo. Chi vuole seguire Cristo non può far propri questi schemi, che rispecchiano una visione del mondo chiusa in se stessa e contraria allo Spirito di Dio. Questa logica produce danni enormi proprio dove si tocca la vita spirituale e sacramentale.
- Sul Matrimonio: se tutto si riduce a un accordo utile o modificabile in base ai sentimenti e alle circostanze del momento, il matrimonio perde la sua natura di Sacramento indissolubile. Non è più la “nuova creazione” voluta da Cristo — segno visibile e fedele dell’amore eterno tra Cristo e la Chiesa —, ma diventa un semplice contratto sociale o affettivo, che si può aprire, chiudere o rifare secondo le esigenze individuali, proprio come si fa con gli accordi commerciali.
- Sulla vita sacramentale e l’Eucaristia: allo stesso modo, se si applica questa logica alla vita di fede, l’Eucaristia non viene più vista come il Sacramento dell’unione con il Corpo di Cristo, che richiede di vivere in stato di grazia e in coerenza con i Suoi insegnamenti. Viene ridotta ad espressione di una semplice adesione comunitaria (in senso sociologico), un aiuto psicologico o terapeutico da usare a proprio piacimento, prescindendo dalla verità oggettiva del proprio stato di vita. In sostanza, adattare i Sacramenti a queste categorie umane e di mercato significa svuotarli del loro significato profondo e tradire la novità del Vangelo.
In fondo, la secolarizzazione è una forma di cecità: non riesce più a vedere la realtà per quello che è. Una foresta non viene più guardata come un mondo vivo, dove piante e animali crescono in armonia, ma solo come legna da ardere o da vendere. Allo stesso modo, il matrimonio viene ridotto a un calcolo di convenienza: non è più il dono totale di sé in cui si cresce insieme e ci si unisce al Signore, ma un semplice contratto finché dura l’intesa. Tutto viene banalizzato e consumato. Così facendo, però, si soffocano e si inibiscono i desideri più veri dell’uomo: un amore senza condizioni, una fedeltà che dura per sempre e quello sguardo verso il Cielo che solo riesce a dare senso a ogni cosa.
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