XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 9 agosto 2026
1Re 19,9a.11-13a; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33
don Ambrogio Clavadei
La liturgia di questa domenica ci pone davanti un interrogativo più che mai importante e sempre comunque attuale. Ci chiede se in certi momenti critici, quando la nostra fede è minacciata, questa fede la abbiamo veramente e su che cosa essa realmente si fondi. Ci chiede se, nonostante tutto, noi abbiamo la certezza che la vittoria che vince il mondo è la nostra fede (cfr. 1 Gv 5, 4-5), oppure se la nostra fede è determinata da certe condizioni favorevoli della realtà o del sentimento, venute meno le quali il cuore vacilla. Viviamo di una sicurezza che, di fronte alle circostanze avverse, non si lascia condizionare?
Questo interrogativo la liturgia lo fa emergere facendoci guardare come esso in un momento problematico è stato posto a due grandi figure che hanno vissuto di fede: Elia e Pietro. Lì troveremo anche quale è la risposta adeguata, una risposta che è Dio stesso ad offrire.
Elia, il profeta irriducibile, è reduce dalla clamorosa vittoria sui quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal e dall’aver procurato prodigiosamente la pioggia che ha fatto cessare la carestia in atto in Israele (cfr. 1 Re 18). Ma questo gli ha procurato l’odio feroce di Gezabele, moglie del re Acab e seguace di Baal (cfr. 1 Re 19, 1-2). Di conseguenza, nonostante le vittorie ottenute, egli entra in crisi, teme per la sua vita e fugge: “Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri»” (1 Re 19, 4).
Dio però lo fa alimentare da un angelo e lo conduce “al monte di Dio, l’Oreb [il Sinai]” (1 Re 19, 8), il monte dell’Alleanza. Lì gli dà una dimostrazione della sua potenza, ma non come già accaduto con Mosè con lampi, tuoni ed altre eclatanti manifestazioni naturali (cfr. Es 19, 16-19). Queste manifestazioni ci sono ancora, ma Dio non è più lì: “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco”.
Dio si manifesta invece in un modo del tutto singolare che la traduzione liturgica rende con: “Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera”. Per la verità così non si fa giustizia alla lettera del testo e al significato che le è sotteso. Infatti il testo ebraico Kol demamah daqqah (Kol: voce o suono, non semplicemente un sussurro; Demamah: silenzio, bonaccia, calma o cessazione, dalla radice damam, che significa “stare calmo”, “tacere” o “fermarsi”; Daqqah: sottile, minuto, impalpabile o leggero) va reso come “Il suono di un silenzio sottile / impalpabile”. È un paradosso perché il silenzio inteso come assenza di suono non fa naturalmente rumore, ma se noi lo guardiamo come misteriosa profezia di quel fatto che nella storia della salvezza ha testimoniato in un modo paradossale che Dio è più grande di qualsiasi potenza creaturale o umana, il fatto cioè della Croce, possiamo comprendere come l’ultimo soffio vitale di Cristo che muore spirando in silenzio (per Giovanni 19, 30 addirittura esso è il soffio dello Spirito), è stato il compimento del modo con cui Dio si è reso presente ad Elia. Ecco perché il profeta, “udito” (!) questo silenzio che testimonia finalmente la presenza di Dio, esce dal suo riparo: “Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello [Dio non si può vedere, ma solo udire], uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. Elia da lì in poi – come mostra il resto della sua storia – ha iniziato a comprendere, come dirà mirabilmente un giorno sant’Ignazio di Antiochia, che “chi possiede veramente la parola di Gesù è in grado di capire anche il suo silenzio e di giungere così alla perfezione” (Lettera agli Efesini). Egli, nutrito di questo silenzio, ha così ripreso con cuore saldo la sua missione.
La stessa lezione ce la offre anche Pietro nel vangelo. Egli e gli altri discepoli si stanno dirigendo sulla loro barca verso la riva opposta del mare di Galilea per sbarcare a Genesaret, mentre Gesù si è fermato sul monte a pregare. Soffia un vento impetuoso e subentra la paura. Gesù li raggiunge in mezzo al lago infuriato ma, tra la furia della tempesta che solleva veli d’acqua che distorcono la vista, egli appare loro come un fantasma spaventoso. Il Signore però li rassicura: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”, ma Pietro non si fida e agisce senza riflettere chiedendo ulteriori rassicurazioni: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque” e Cristo lo consente. Pietro inizia miracolosamente a camminare sulle acque, ma poi cede alla paura perché smette di guardare il Signore e guarda solo i suoi piedi, chiedendosi come è possibile che accada proprio ciò che sta accadendo! Inizia così ad affondare e grida – paradossalmente – verso colui di cui di fatto non si è fidato a sufficienza. Il Signore lo salva, rimprovera la sua poca fede: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” e poi, senza pronunciare parola, sale sulla barca. Subito il vento si tacita, le acque si placano e la riva è presto raggiunta: “Appena saliti sulla barca, il vento cessò”. Il silenzio di Cristo – preludio dell’impalpabile spirare il suo soffio vitale sulla Croce – zittisce e vince ogni potenza avversa (qui della natura, ma in prospettiva dell’ostilità del mondo) che presume di impedire la navigazione. Di fronte a tutto questo tutti i discepoli si prostrano davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”. Come accaduto con Elia, Gesù non usa lo scatenarsi degli elementi naturali per rivelarsi ma lo fa proprio quando va oltre la loro potenza, facendo scendere il silenzio della bonaccia. La fede è ritrovata (almeno per ora) e si va avanti nella pace del cuore: “Tranquillus Deus, tranquillat omnia” (Agostino).
Oggi, sulla Chiesa che attraversa i mari della vita umana e della storia sulla barca di Pietro, soffiano venti furiosi di ogni genere, non solo i venti inevitabili del mondo che in ogni tempo le sono contrari ma soprattutto venti che spirano maligni dall’interno della barca stessa, venti soprattutto “progressisti” che si spacciano ancora una volta come soffi dello “spirito del Concilio”. Tanti semplici e devoti cristiani si sentono sgomentati e attaccati nella loro fede, anche perché il Pietro attuale sembra in alcune occasioni non governare adeguatamente la barca, e ciò sia detto oggettivamente senza emettere giudizi di altro genere. Verrebbe da sperare che Dio intervenisse con fiamme, lampi e vento burrascoso per fare piazza pulita, ma non è così che egli ormai cammina verso di noi sulle acque agitate della Chiesa e delle nostre personali vicende. E se non stiamo attenti a questo suo modo di agire, egli ci può apparire come una presenza fantasmatica, inconsistente, e siamo presi dalla paura che da simili situazioni non se ne possa uscire. Invece, ciò che Dio ha compiuto con Elia e con Pietro ci deve insegnare un’importante lezione: egli in Cristo ha vinto e continua a vincere il mondo santificando la sua Chiesa nella debolezza e con lo scandalo della Croce, “perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1, 25). Non altrimenti. Bisogna accettare il modo paradossale con cui egli agisce. Solo così si vince anche quando si perde a Waterloo!
Anche san Paolo ci suggerisce la stessa cosa: Pensando dolorosamente al popolo ebraico che ha rifiutato Cristo come suo Messia, egli infatti esclama: “Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”. In questo modo l’apostolo delle genti dichiara, da una parte, che la sua predicazione a parole per i suoi fratelli di un tempo è purtroppo fallita, ma, dall’altra, sa bene che il silenzio salvifico del Messia crocifisso, perché da loro rifiutato, potrà alla fine sanare la separazione in atto. Infatti: “se non persevereranno nell’infedeltà, saranno anch’essi innestati …Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo! Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati … perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” ( Rm 11, 23. 25-27. 29).
Certo, viene da pensare come sarebbe stata diversa la storia se l’Antico Popolo nel suo insieme avesse accettato Gesù come suo Messia. Ci sarebbe per esempio il sionismo, ideologico, politico ed economico, che oggi devasta il mondo e che è ben altra cosa dal vero ebraismo?



















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