enjamin Netanyahu all'ONU 26 09 2025 (foto: Stefan Jeremiah/AP)
enjamin Netanyahu all’ONU 26 09 2025 (foto: Stefan Jeremiah/AP)

 

 

di Sabino Paciolla

 

A meno di due settimane dalla tanto celebrata firma del piano di pace in 20 punti del presidente Donald Trump a Sharm el-Sheikh, la realtà sul terreno mostra un quadro diametralmente opposto alle promesse di riconciliazione. Secondo un’analisi di Alexander Langlois per il National Interest, le prime crepe del cessate il fuoco a Gaza nascono direttamente dalle scelte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, impegnato – ancora una volta – a sabotare un accordo che rischia di limitare la sua libertà d’azione e, soprattutto, il suo potere politico.

“Per essere chiari, qualsiasi cessate il fuoco o accordo di pace più ampio per un conflitto di tale portata e durata come quello israelo-palestinese subirebbe necessariamente numerose battute d’arresto. Sia Hamas che il governo israeliano hanno interessi che sono influenzati dalla loro rivalità e che a loro volta influenzano tale rivalità. Entrambi promuovono tali interessi per rafforzare il loro potere e la loro influenza nel conflitto.” scrive Alexander Langlois. 

Tutte le violazioni del cessate il fuoco possono e devono essere prontamente condannate.

Tuttavia, nonostante il piano di Trump avesse già prodotto risultati tangibili, come la liberazione di detenuti e ostaggi da entrambe le parti, Netanyahu sembra intenzionato a far deragliare l’intesa, esattamente come ha fatto con i precedenti cessate il fuoco. L’obiettivo è duplice: mantenere indefinito il controllo israeliano sulla Striscia e consolidare la propria sopravvivenza politica, alimentando un conflitto che legittima la sua leadership.

 

Il calcolo politico di Netanyahu

Ogni passo di Netanyahu si inserisce in una logica di potere interno. Come spiega Gram Slattery su Reuters, Israele si avvia verso le elezioni del prossimo anno, e il premier teme di perdere il sostegno della sua fragile coalizione di destra. Ministri influenti come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich hanno già minacciato di abbandonare il governo per protesta contro la tregua con Hamas, bollata come una concessione inaccettabile.

In questo clima, Netanyahu alterna adesioni tattiche e sabotaggi strategici: firma gli accordi per compiacere Washington, salvo poi agire in senso opposto per compiacere il suo elettorato radicale. La sua linea è chiara: nessuna concessione sul disarmo di Hamas, nessun riconoscimento di uno Stato palestinese e nessun ritiro israeliano completo da Gaza.

 

Trump sotto pressione: un alleato scomodo

Il piano di Trump, per quanto ambiguo e politicamente interessato, rappresentava un tentativo senza precedenti di riequilibrare le relazioni tra Israele e i palestinesi. Il presidente americano ha investito capitale politico e prestigio internazionale per ottenere un cessate il fuoco sostenuto anche da paesi arabi ed europei. Come nota Langlois, la sua amministrazione ha inviato figure di primo piano – tra cui JD Vance, con Marco Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner che seguiranno a breve – per monitorare l’attuazione dell’accordo e mantenere Netanyahu “nei limiti”.

Ma le tensioni tra Washington e Gerusalemme sono sempre più visibili. Trump, pur restando uno dei presidenti più filoisraeliani della storia, è costretto a misurarsi con un alleato che non obbedisce facilmente. Netanyahu non solo sfida apertamente le richieste americane di moderazione, ma rivendica pubblicamente la totale autonomia di Israele nelle operazioni militari. Come ha dichiarato a Haaretz, “Israele conduce attacchi a Gaza a propria discrezione e non chiede l’approvazione di nessuno”.

Questa frase riassume perfettamente il problema centrale del piano di Trump: non esiste pace possibile senza un minimo di fiducia reciproca. E Netanyahu ha già dimostrato di non voler condividere con gli Stati Uniti nemmeno la gestione della sicurezza, riducendo a zero la possibilità di coordinamento.

 

Il nodo della forza internazionale

Uno dei punti cruciali del piano di Trump è la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione (ISF), destinata a garantire la sicurezza post-conflitto e il disarmo di Hamas. Ma anche su questo fronte Netanyahu ha imposto il suo veto. Come riportato dall’Hindustan Times, il premier ha affermato che sarà Israele a decidere “quali truppe straniere ammettere”, escludendo in particolare la Turchia e altri paesi arabi ritenuti “ostili”.

In pratica, Netanyahu vuole trasformare una missione internazionale neutrale in uno strumento sotto controllo israeliano, rendendo impossibile l’applicazione imparziale del piano. Gli Stati Uniti, attraverso il segretario di Stato Marco Rubio, hanno accettato di fatto questa impostazione, ribadendo che la forza internazionale dovrà essere composta da “paesi con cui Israele si sente a proprio agio”.

 

Il piano di Trump: promesse imperfette

Sul piano formale, il progetto americano aveva introdotto alcune innovazioni significative. Come sottolineano Hugh Lovatt e Muhammad Shehada sul European Council on Foreign Relations, il piano rifiutava esplicitamente lo sfollamento forzato dei gazawi e l’annessione israeliana della Striscia, aprendo persino alla possibilità di un futuro Stato palestinese e al ritorno dell’Autorità Palestinese (AP) come attore politico.

Tuttavia, le modifiche dell’ultima ora volute da Netanyahu hanno svuotato il testo dei suoi elementi più innovativi. Il premier ha inserito clausole vaghe sulla “smilitarizzazione” di Gaza e sulla “riforma” dell’Autorità Palestinese, ottenendo così un potere discrezionale sull’attuazione del piano. In altre parole, Israele potrà decidere quando e se ritirarsi, sostenendo che “la smilitarizzazione non è completa” o che “permane la minaccia di Hamas”.

È il classico schema Netanyahu: usare la sicurezza come pretesto per rinviare indefinitamente ogni concessione politica.

 

Una pace impossibile senza cambiare rotta

Il fallimento del piano di Trump non dipende solo dalla debolezza strutturale dell’accordo, ma soprattutto dalla volontà politica di sabotarlo da parte di chi, più di tutti, avrebbe il potere di renderlo credibile. Netanyahu ha costruito la sua carriera sul mantenimento dello status quo, trasformando ogni guerra a Gaza in un investimento politico.

Come ricordano Lovatt e Shehada, un percorso di pace autentico richiederebbe un cambiamento profondo della politica israeliana: fine dell’espansione degli insediamenti, dialogo con l’Autorità Palestinese e apertura verso la statualità palestinese che, ricordiamolo, la maggioranza degli israeliani fa fatica ad accettare dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Ma nessuno di questi obiettivi è compatibile con la visione di Netanyahu, che continua a vedere nella pace un rischio esistenziale per sé e per la sua coalizione.

A dispetto delle ambizioni di Trump e delle pressioni internazionali, Israele continua a colpire Gaza, come dimostrano i recenti raid nel campo profughi di Nuseirat, condotti pochi giorni dopo la firma del cessate il fuoco. Ogni bomba sganciata è una smentita concreta alla retorica diplomatica. Inoltre, continua a mantenere chiusi i valichi di frontiera, limitando gli aiuti umanitari e le evacuazioni mediche. Gerusalemme ha anche seminato zizzania, sostenendo le milizie anti-Hamas all’interno di Gaza per combattere il gruppo.

“Quest’ultimo aspetto è fondamentale da comprendere. Queste milizie hanno già svolto il ruolo di ostacolare gli aiuti umanitari alla Striscia, saccheggiando i convogli di aiuti per impoverire ulteriormente i palestinesi di Gaza già colpiti dalla carestia, in un palese tentativo di esercitare ulteriore pressione su Hamas durante i negoziati di cessate il fuoco. Ora, Gerusalemme potrebbe utilizzare le milizie per creare uno scenario in cui Hamas si rifiuterà di disarmarsi, una componente fondamentale del piano in 20 punti di Trump., puntualizza Alexander Langlois.

La vaghezza del piano di Trump, pensata per ottenere firme iniziali, si rivela ora una debolezza fatale, sfruttata abilmente da Netanyahu.

Finché Netanyahu resterà al potere, il piano di Trump – con tutti i suoi limiti – rischia di restare un documento senza futuro, vittima del calcolo politico di un leader che ha scelto il conflitto come unica garanzia di sopravvivenza.

 

 

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