di Franco Arosio
Sfogliando le pagine della cronaca contemporanea, tra flussi digitali e notiziari cartacei, si avverte con frequenza disarmante un senso di smarrimento intellettuale. Non mancano certo le analisi, i commenti accademici, le tribune televisive e i dotti dibattiti teologici o ecclesiali. Eppure, assistendo a prese di posizione che oscillano tra il conformismo mondano e il cedimento dottrinale – pronunciate spesso da uomini un tempo stimati per cultura, autorità o preparazione –, sorge spontanea una domanda radicale: come è possibile che menti finissime, forgiate nello studio e nella responsabilità, giungano a proclamare tesi in palese rottura con la Tradizione e con il deposito della fede cattolica?
Il fenomeno, pur rivestito dei linguaggi più aggiornati della modernità, affonda le sue radici in una dinamica spirituale antichissima. Non si tratta semplicemente di una carenza di quoziente intellettivo o di preparazione tecnica, bensì di un cortocircuito ben più profondo: la separazione tra l’ingegno e la grazia, tra la speculazione e la conversione del cuore. Come acutamente osserva Samuele Pinna nel suo articolo dedicato alle ambiguità della sapienza umana, il brillante intelletto, quando recide il proprio legame vitale con l’obbedienza alla Verità rivelata, si trasforma in uno strumento di autoinganno.
Secondo Pinna, il paradigma biblico per eccellenza di questo dramma spirituale è rintracciabile nella figura di re Salomone. Nel panorama della Rivelazione, pochi personaggi brillano di una luce così intensa e, al tempo stesso, si chiudono in un enigma così cupo. Figlio di Davide, costruttore del magnifico Tempio di Gerusalemme, autore di sentenze immortali, Salomone fu il destinatario di un dono inaudito: Dio gli concesse, in risposta alla sua richiesta di un «cuore docile» una sapienza e un’intelligenza senza eguali nel mondo antico (cfr. 1 Re 3, 9-12). Ciononostante, proprio quel sovrano che aveva contemplato i misteri del creato e pronunciato parole di saggezza divina, concluse la sua esistenza terrena in una spirale di compromessi politici, sincretismi religiosi e idolatrie. La Sacra Scrittura, con il suo realismo incorruttibile, non nasconde l’epilogo: «Quando Salomone fu vecchio, le sue donne gli fecero deviare il cuore per seguire altri dèi e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre» (1 Re 11, 3). Il testo sacro non afferma che Salomone sia divenuto improvvisamente stolto o privo di capacità cognitive. La sua intelligenza rimase intatta; ciò che si frantumò fu l’integrità morale e spirituale. Il suo cuore si divise (cor divisum). La Sapienza divina non gli fu sottratta d’autorità, ma fu lui a smettere di custodirla, barattando l’ascolto di Dio con le lusinghe del potere, delle alleanze terrene e delle mode culturali del tempo. La caduta di Salomone non fu un crollo repentino, bensì un logoramento progressivo, nutrito dalla presunzione di bastare a sé stessi.
La teologia cattolica e la grande tradizione patristica e scolastica hanno sempre distinto con rigore tra la mera scientia (l’accumulo di cognizioni, la tecnica, la speculazione accademica) e la sapientia (dal latino sapere, ovvero gustare le cose divine). San Tommaso d’Aquino, riassumendo la dottrina dei Padri, insegna che la Sapienza è anzitutto un dono dello Spirito Santo che perfeziona la virtù teologale della carità.
La sapienza cristiana non è una ginnastica intellettuale, né un’opinione negoziabile al tavolo del relativismo storico. Essa comporta una consonanza affettiva con Dio: sapientia dicitur quasi sapida scientia, una conoscenza che ha sapore, che sperimenta la verità dall’interno di una vita di comunione ecclesiale. Per questo motivo, il Magistero della Chiesa ha costantemente ammonito contro il pericolo di un intellettualismo sradicato dalla fede viva.
Quando un teologo, un pastore o un intellettuale cattolico separano il proprio pensiero dal sensus fidelium e dal Magistero per inseguire il plauso del «mondo», si verifica esattamente ciò che accadde a Salomone: l’intelligenza, svincolata dal timor di Dio (che della sapienza è l’inizio, secondo il Libro dei Proverbi), diventa raffinata ancella dell’errore. Si possono scrivere trattati monumentali, scalare cattedre universitarie o guidare diocesi ed essere, agli occhi di Dio, drammaticamente smarriti. La dottrina cattolica ricorda che la libertà umana rimane integra fino all’ultimo istante: nessun passato glorioso, nessun titolo accademico e nessun carisma iniziale costituiscono un’assicurazione automatica contro il peccato e l’apostasia silenziosa.
Traslando questa chiave di lettura sul piano ecclesiale odierno, si comprende il disagio di fronte a certe derive contemporanee. Oggi assistiamo al fenomeno di una cultura teologica e pastorale che scambia l’aggiornamento con la secolarizzazione, credendo che per farsi ascoltare dal mondo si debba rinunciare alla radicalità del Vangelo. Si pretende di correggere la rivelazione divina attraverso le categorie mutevoli del sociologismo dominante. Si assiste al paradosso di figure investite di autorità sacra che invocano riforme in contrasto con la perennis doctrina della Chiesa, mostrando una forma di superbia intellettuale: la pretesa di correggere i secoli di fede vissuta, i dogmi definiti e la stessa Scrittura in nome di un presunto “spirito dei tempi”. Come ammoniva san Paolo ai Corinzi, «la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio» (cfr. 1 Cor 3, 19). Quando l’intelligenza umana si isola dalla grazia e dalla Tradizione viva della Chiesa, cessa di essere luce e diventa ideologia. I compromessi con lo spirito del secolo – che, ricorda Pinna, siano l’adesione acritica a logiche partigiane, il tribalismo ideologico tra fazioni ecclesiali o l’adeguamento ai costumi morali decaduti – logorano il deposito della fede dall’interno.
Se la vicenda di Salomone ammonisce sulla fragilità delle grandi altezze umane, la Rivelazione cristiana non si chiude tuttavia nel pessimismo o nella disperazione. La dottrina cattolica insegna che la salvezza non è il risultato di un’auto-realizzazione intellettuale o di una perfezione calcolata, ma il frutto gratuito della Redenzione operata da Cristo. La speranza cristiana non poggia sulle doti dell’ingegno, ma sulla fedeltà incrollabile di Dio, il quale sa trarre il bene anche dalle ceneri dei nostri fallimenti. Come ci ricorda la Scrittura, «se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3, 20). Anche quando l’uomo, accecato dalla propria presunzione, divide il proprio cuore e smarrisce la via della sapienza, la grazia divina offre sempre la via maestra della conversione e del ritorno. La salvezza si compie nell’umiltà di chi riconosce la propria miseria e si affida alla misericordia, trasformando la lotta spirituale di ogni giorno in un atto di amore filiale. In questo spazio di redenzione, ogni intelletto ferito può ritrovare la sua vera misura: non più strumento di dominio o di orgoglio mondano, ma umile riflesso della luce divina che guida i passi verso la vita eterna.
La lezione di Salomone, mediata dalla riflessione di Samuele Pinna, si rivolge a ogni cristiano come un salutare richiamo alla sobrietà spirituale. La salvezza non è garantita dai titoli, né dalla brillantezza delle argomentazioni, ma dalla fedeltà quotidiana, dall’umiltà dell’ascolto e dal timor di Dio. Nel cammino della vita terrena, la lotta spirituale tra il bene e il male attraversa incessantemente il cuore di ciascuno, senza risparmiare nessuno. Per non smarrire la rotta, occorre custodire la fede non come un sistema teorico da adattare alle convenienze del momento, ma come una forma di vita da incarnare nella storia. E forse – come suggerisce Pinna –, di fronte alle vertigini dell’alterigia intellettuale, la salvezza passa anche attraverso la capacità di riscoprire quella sana autoironia e quella genuina semplicità domestica che ci impediscono di prenderci troppo sul serio, ricordandoci, con la grazia del buon umore, la nostra perenne e costituzionale piccolezza. Non l’ingegno che s’innalza a giudice della Verità salva l’uomo, ma il cuore che s’inginocchia nell’amore e nella fedeltà a Dio.
Franco Arosio è stato manager della sanità pubblica. Tra i numerosi incarichi, ricordiamo quello di Direttore Generale Amministrativo del “Carlo Besta” di Milano dal 1967 al 2001. Cofondatore e Vice Presidente dell’IRRCS “Eugenio Medea” della Nostra Famiglia e dell’IRRCS “San Giovanni di Dio” di Brescia. E’ stato insignito nel 1999 dall’allora Presidente della Repubblica dell’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana. Nel 1998 gli è stata consegnata la benemerenza civica “Ambrogino”.
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