Macerie del campo profughi di Jabalia 5 marzo 2025 foto: Mahmoud ssa, Anadolu/Getty Images
Macerie del campo profughi di Jabalia 5 marzo 2025 foto: Mahmoud ssa, Anadolu/Getty Images

 

 

di Sabino Paciolla

 

L’articolo, pubblicato su The Indipendent il 2 novembre 2025, scritto da un autore palestinese, Ahmed Najar, giornalista, scrittore, commentatore politico, economista e professionista della finanza palestinese, nato e cresciuto a Gaza e attualmente residente a Londra, con legami familiari devastati dalla guerra a Gaza, è un grido di dolore e denuncia contro il ciclo di violenza israeliana. Inizia con la notizia del martedì, quando Benjamin Netanyahu ordina di “sferrare immediatamente potenti attacchi su Gaza”, evocando nell’autore una “paura familiare” che stringe lo stomaco. Non è astrazione: la casa della sua famiglia è stata distrutta mesi fa, insieme a quelle di molti fratelli. Ha perso “mia nipote, mio nipote e mia nonna in questa strage di massa che continua”. Ogni “attacco” non è un titolo, ma un ricordo vivo di bombe che cadono, corpi estratti dalle macerie, messaggi frenetici di parenti.

Le notizie si chiariscono il mattino dopo: Israele ha ucciso 104 palestinesi in una notte, tra cui 46 bambini, il più sanguinoso dall’inizio del cessate il fuoco. Nelle settimane precedenti, quasi altre 100 vite perse sotto lo stesso velo ipocrita di “tregua”. Per l’autore, questi non sono numeri: “Sono persone che avrei potuto conoscere, voci con cui avrei potuto crescere, volti che assomigliano a quelli dei miei nipoti”. Da Londra, l’impotenza si amplifica, osservando un mondo che conta i morti palestinesi con “linguaggio stanco di ‘moderazione’ e ‘autodifesa’”. Il genocidio prosegue, i suoi autori – invitati a negoziare come “partner, non criminali” – parlano di pace, mentre il mondo “sta al gioco”.

Qui emerge la tesi centrale, brutale e intransigente: “Qualsiasi discorso su ‘piani di pace’ o ‘negoziati’ sembra osceno. Un genocidio non può finire attraverso il dialogo con i suoi artefici. Finisce quando coloro che lo compiono sono finalmente chiamati a risponderne”. Le tregue? Solo “pause tra un massacro e l’altro”. Negoziare durante il genocidio crea un “paradosso grottesco”: le vittime implorano di vivere, l’aggressore detta condizioni e guadagna legittimità. L’autore smonta proposte come il “piano di pace” di Donald Trump: basate su “l’impunità di Israele deve rimanere intatta”. Non chiedono giustizia, né annullano “il furto di terre [in Cisgiordania] o la pulizia etnica”. Offrono “autonomia amministrativa invece che sovranità”, “incentivi economici invece della libertà”. L’obiettivo? Gestire “apartheid e occupazione” più efficientemente, non porvi fine.

Nel frattempo, in Cisgiordania, “la pulizia etnica continua sotto gli occhi di tutti”: insediamenti espansi, terre confiscate, palestinesi sfollati o uccisi da soldati e coloni impuniti. “Non esiste una pace duratura costruita sulle fondamenta dell’ingiustizia”. Il diritto internazionale lo conferma: genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità non si risolvono con accordi che preservano il potere dei responsabili. “L’impunità non porta alla pace. Porta alla ripetizione”.

La complicità globale è il cuore oscuro del sistema: Stati potenti forniscono armi, alleati copertura politica, media riducono il genocidio a “conflitto” tra parti. Gli aiuti umanitari? Strumentalizzati per “sostenere lo status quo e impedire il collasso”. Israele commette atrocità rivendicando “legittimità morale”, rendendo invisibili le morti palestinesi nella “nebbia della geopolitica”.

Porre fine al genocidio richiede “più di una pausa nelle uccisioni”: smantellamento del sistema, responsabilità in tribunali internazionali, sanzioni su armi e protezioni politiche, riconoscimento dei palestinesi come “esseri umani a pieno titolo”. “Se i negoziati mantengono la disuguaglianza, il risultato è l’oppressione. Se preservano l’impunità, il risultato è il genocidio”. Per 76 anni, il mondo ha chiesto ai palestinesi di “rinunciare alla libertà in cambio della sopravvivenza”, trattando la giustizia come “facoltativa”. Questo ha fallito. La pace vera è “giustizia. Responsabilità”. È la fine del potere dei criminali. Altrimenti, ogni cessate il fuoco è “la preparazione al prossimo massacro”.

Il genocidio e l’occupazione non sono isolati, ma frutto di “un sistema globale di complicità”. Attraverso sostegno diplomatico, militare, economico e “umanitario”, gli Stati terzi permettono a Israele di continuare. Il diritto internazionale impone azione: “Gli Stati hanno il dovere di agire e noi, il popolo, dobbiamo fare in modo che ciò avvenga”. L’articolo, accorato e implacabile, non offre consolazioni, ma un imperativo morale: spezzare il ciclo o perpetuarlo.

 

 

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