di Giuseppe Russo
I racconti dell’istituzione dell’Eucaristia (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19; 1Cor 11,23-24) costituiscono il fondamento biblico della riflessione sulla ricezione della santa Comunione. In particolare, Matteo riporta le parole di Gesù: «λάβετε φάγετε» (Mt 26,26), comunemente tradotte «Prendete e mangiate».
Dal punto di vista linguistico, il verbo greco λαμβάνω possiede un campo semantico molto ampio e può significare «prendere», «ricevere», «accogliere» o «assumere». In ambito biblico esso indica frequentemente l’accoglienza di un dono proveniente da Dio. Un esempio significativo si trova in Gv 20,22, dove il Cristo risorto dice agli Apostoli: «λάβετε Πνεῦμα Ἅγιον», tradotto unanimemente dalla tradizione come «Ricevete lo Spirito Santo». Tale uso mostra come il verbo non esprima necessariamente l’atto materiale del prendere con le mani, ma possa indicare l’accoglienza di un dono divino.
Particolarmente significativa è la traduzione della Vulgata di san Girolamo. Nel racconto dell’Ultima Cena egli distingue accuratamente le due azioni: quando Gesù prende il pane traduce con sumpsit panem, utilizzando il verbo sumere, che descrive l’atto materiale del prendere; quando invece riporta il comando rivolto ai discepoli traduce: Accipite, comedite, impiegando il verbo accipere, il cui significato fondamentale è «ricevere» o «accogliere». La diversa scelta lessicale suggerisce una distinzione teologica tra l’azione propria di Cristo, che offre il Sacramento, e quella dei discepoli, chiamati ad accogliere il dono ricevuto.
Questa interpretazione trova conferma nella ricchezza semantica del verbo latino accipere, il quale indica non soltanto il prendere, ma soprattutto il ricevere, l’accogliere e l’accettare un dono. Non sorprende, pertanto, che numerosi autori della tradizione spirituale latina, tra cui sant’Alfonso Maria de’ Liguori, abbiano tradotto Accipite con «Ricevete».
Ciò non significa che il testo evangelico stabilisca una norma circa la modalità materiale con cui il Corpo di Cristo debba essere ricevuto. I racconti dell’istituzione non intendono disciplinare la prassi liturgica, ma annunciare il mistero eucaristico quale dono gratuito di Cristo alla sua Chiesa. Il loro centro non è il gesto fisico del comunicando, bensì l’iniziativa salvifica del Signore che offre il proprio Corpo perché sia accolto nella fede.
Sarà la Tradizione ecclesiale, nel corso dei secoli, a sviluppare le forme rituali della Comunione, sempre con l’intento di esprimere e custodire la fede nella presenza reale di Cristo e il massimo rispetto dovuto al Santissimo Sacramento. La disciplina vigente della Chiesa latina riconosce oggi entrambe le modalità legittimamente approvate — sulla lingua e, dove autorizzato, sulla mano — lasciando al fedele la libertà di scegliere, secondo quanto stabilito dal Magistero.
Lo sviluppo storico della disciplina eucaristica
Una prima tesi sostiene che nel Nuovo Testamento il verbo greco λαμβάνω indicherebbe il “prendere in mano” e che il comando eucaristico «λάβετε» debba essere inteso in senso prevalentemente materiale.
Una seconda tesi sostiene che per secoli la Chiesa avrebbe ricevuto la Comunione sulla mano e che soltanto in «alcuni secoli oscuri», per ragioni igieniche, si sarebbe introdotta la prassi della Comunione sulla lingua. Tale ricostruzione storica, tuttavia, non trova conferma nella ricerca scientifica più autorevole.
Uno dei contributi più rigorosi in materia è rappresentato dalla tesi di dottorato di don Federico Bortoli, La distribuzione della Comunione sulla mano, frutto di un’approfondita ricerca storico-liturgica sulla prassi della ricezione eucaristica. Dallo studio emerge come il passaggio dalla Comunione ricevuta sulla mano alla Comunione ricevuta direttamente sulla lingua non costituisca un’involuzione determinata da motivazioni pratiche o igieniche, bensì il punto di arrivo di un lungo sviluppo della coscienza ecclesiale riguardo al mistero eucaristico.
L’evoluzione della disciplina liturgica fu infatti accompagnata da una sempre più profonda consapevolezza della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia e dalla conseguente esigenza di garantire la massima tutela del Santissimo Sacramento. La progressiva introduzione della Comunione sulla lingua e, successivamente, della Comunione ricevuta in ginocchio, rispondeva principalmente alla necessità di prevenire profanazioni, evitare la dispersione dei frammenti e manifestare esteriormente l’adorazione dovuta al Corpo di Cristo. Si tratta, pertanto, di uno sviluppo organico della Tradizione liturgica e non di una semplice modifica disciplinare dovuta a circostanze contingenti.
Le fonti storiche confermano questa interpretazione. Già il Sinodo di Rouen (649-653) prescriveva che l’Ostia fosse deposta direttamente nella bocca del comunicando. Tale disposizione non venne motivata da ragioni igieniche, bensì dalla necessità di evitare abusi e profanazioni che la precedente prassi aveva talvolta favorito. La tutela del Sacramento rappresentava dunque la principale preoccupazione dell’autorità ecclesiastica.
Nella medesima prospettiva si colloca anche la riflessione di mons. Athanasius Schneider, ripresa da don Federico Bortoli, secondo la quale la diffusione della Comunione sulla lingua costituì la risposta naturale della Chiesa nel momento in cui non risultò più possibile garantire ovunque il grado di riverenza richiesto dal mistero eucaristico. Tale sviluppo si consolidò progressivamente fino a divenire prassi universale già al termine dell’età patristica.
Alla fine del IX secolo la Comunione ricevuta sulla lingua era ormai universalmente diffusa sia nella Chiesa d’Occidente sia in quella d’Oriente. Ciò dimostra che essa non rappresentò una parentesi temporanea né una misura dettata da emergenze sanitarie, ma una disciplina stabile, condivisa e profondamente radicata nella coscienza liturgica della Chiesa.
Anche in epoca contemporanea il valore simbolico e teologico di questa prassi è stato ribadito dal magistero recente. Benedetto XVI, introducendo la distribuzione della Comunione in ginocchio e sulla lingua durante le celebrazioni pontificie, spiegò che tale scelta intendeva evidenziare con maggiore forza la fede nella presenza reale di Cristo e prevenire forme di banalizzazione del Sacramento, come il rischio che l’Ostia consacrata venisse portata via o trattata con superficialità.
Alla luce della documentazione storica disponibile, risulta pertanto difficile sostenere che la Comunione sulla lingua sia nata per motivi igienici o durante presunti «secoli oscuri». Essa appare invece come il frutto di uno sviluppo plurisecolare della fede eucaristica della Chiesa, maturato nella convinzione che il mistero della presenza reale richieda forme rituali sempre più eloquenti di adorazione, custodia e rispetto del Santissimo Sacramento.
La disciplina vigente della Chiesa
Una terza tesi sostiene che il Papa e i Vescovi abbiano stabilito come modalità ordinaria di ricezione della Comunione esclusivamente quella sulla mano. Anche questa affermazione richiede di essere verificata alla luce dei documenti ufficiali del Magistero.
Il principale documento della Chiesa universale in materia è l’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004). Al n. 92 essa stabilisce che «ogni fedele ha sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca». Soltanto nelle regioni in cui la Conferenza Episcopale abbia ottenuto il necessario indulto della Sede Apostolica è consentita anche la distribuzione sulla mano. Lo stesso documento prescrive inoltre che il fedele consumi immediatamente l’Ostia davanti al ministro e dispone che, qualora esista un concreto pericolo di profanazione, la Comunione sulla mano non venga distribuita.
La formulazione del documento evidenzia una precisa impostazione giuridica. La Comunione sulla lingua costituisce un diritto universale del fedele, mentre la Comunione sulla mano è una facoltà concessa attraverso uno speciale indulto, subordinata alle condizioni stabilite dalla competente autorità ecclesiastica. Nessuna norma magisteriale ha abolito il diritto di ricevere l’Eucaristia sulla lingua.
Tale principio è stato ulteriormente confermato da un responso della Congregazione per il Culto Divino del 1999, nel quale si precisa che, anche nei territori in cui è stato concesso l’indulto per la Comunione sulla mano, nessun ministro può obbligare i fedeli ad adottare esclusivamente tale modalità. Allo stesso modo, non è lecito impedire la Comunione sulla mano nelle diocesi che godono legittimamente dell’indulto. La disciplina ecclesiastica tutela dunque entrambe le possibilità, salvaguardando la libertà del comunicando entro i limiti fissati dal diritto liturgico.
Anche papa Francesco ha confermato questa impostazione. Nell’udienza generale del 21 marzo 2018, dedicata alla celebrazione eucaristica, ha ricordato che il fedele può ricevere la Comunione in piedi oppure in ginocchio, secondo quanto stabilito dalla Conferenza Episcopale, e può ricevere il Sacramento in bocca oppure, dove ciò è consentito, sulla mano, «come preferisce». Le sue parole ribadiscono la continuità della disciplina ecclesiale senza introdurre alcuna modifica rispetto alla normativa precedente.
La medesima linea emerge dalla disciplina liturgica italiana. Le Precisazioni della Conferenza Episcopale Italiana, contenute nell’ultima edizione del Messale Romano, affermano che «il comunicando riceve il pane eucaristico in bocca o sulla mano, come preferisce». Tale disposizione rinvia espressamente al n. 161 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano, il quale, per tutta la Chiesa latina, stabilisce che il fedele riceve il Sacramento «in bocca o, nei luoghi in cui è stato permesso, sulla mano, come preferisce».
Ne consegue che la normativa vigente non autorizza a considerare la Comunione sulla mano come unica modalità legittima né, tanto meno, a qualificare come atto di disobbedienza la scelta di ricevere la Comunione sulla lingua. Al contrario, il Magistero universale continua a riconoscere esplicitamente il diritto del fedele a scegliere una delle due modalità previste dalla disciplina ecclesiastica, nel rispetto delle norme liturgiche e con la dovuta riverenza verso il Santissimo Sacramento.
Giuseppe Russo è un sacerdote, filosofo e teologo.






















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