XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 6 settembre 2026
Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20
don Ambrogio Clavadei
Al centro della liturgia di oggi sta solo una cosa: l’amore e le sue esigenze; potremmo dire: l’amore e le sue pretese. Ma l’amore è una persona, è la persona di Cristo. La questione decisiva della vita è allora appartenergli perché fuori dal rapporto con lui non c’è compimento, né felicità, né destino. Senza Cristo l’umano non entra nel suo movimento decisivo, perché solo “nell’esperienza di un grande amore [e Cristo è il solo grande amore] tutto ciò che accade [tutto ciò che uno vive] diventa avvenimento [adempimento, compiutezza] nel suo ambito” (R. Guardini).
Ora, se la Chiesa è il luogo storico di questa pretesa di Cristo, di questa appartenenza a Cristo, cercare di appartenergli fuori dalla modalità d’amore con cui lui in questo luogo, e secondo la nostra vocazione in tutte le sue circostanze concrete, abbraccia la nostra vita, è fallire la strada perché siamo noi a costruirla. Ma, ancor peggio, è anche inoltrarsi dentro un metodo alternativo, falso, tentando di sostituirlo a quello della verità che è l’altro volto della carità. Questa è la mancanza contro l’amore di cui tratta in particolare il vangelo di oggi: l’inizio o la prosecuzione di una contrapposizione a Cristo, dentro la Chiesa suo Corpo, che smentisce il metodo stesso dell’Avvenimento, quel metodo che è solo puro amore, e la cui pretesa coincide ultimamente con un’offerta libera dall’esito, libera perché amante della nostra libertà. Certo, la lettera del vangelo parla di una colpa che sembra circoscritta ad un rapporto interpersonale: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te”, ma già così tutto il procedimento diciamo così processuale, che giunge fino ad una sorta di scomunica (“se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”), fa comprendere come qui si parli di una colpa grave, non certo di qualche semplice screzio quotidiano. Per analogia, quindi, possiamo estendere queste parole anche a colpe che una persona compie contro qualche aspetto importante che riguarda la vita stessa della Chiesa e il suo cammino, magari addirittura fino al caso di apostasia, eresia, scisma, profanazione eucaristica, violazione del sigillo sacramentale (confessione), aborto procurato, ecc.
Qual è la risposta della Chiesa a questa alternativa errata? Qualcosa che è insito nella verità stessa del suo metodo che è l’amore: non una punizione giustiziera, ma una paziente, prudente e medicinale prassi di misericordia. Tutto il cammino di correzione descritto dal vangelo non è dunque una prassi puramente canonico giudiziaria (è anche questo quando necessario), ma è l’estremo tentativo di ricondurre a casa chi manca dentro l’ambito dell’amore che non può prescindere in ogni caso da un giudizio che mette il colpevole di fronte alla sua mancanza, giudizio che nasce dall’amore al suo destino. Come infatti ricondurre l’altro dentro l’amore, se non spezzando per lui un ultimo gesto d’amore? Ciò implica anche prendere eventualmente coscienza che forse uno si è posto fuori da un rapporto a causa di limiti o scandali che ha subito nella Chiesa o, se ci fermiamo alla circostanza di una colpa interpersonale, come reazione di fronte a un mio atteggiamento sbagliato, il che invita a guardare prima la propria trave per meglio togliere la pagliuzza (cfr. Mt 7, 3-5). Non per niente un passo del vangelo dice: “chi… scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata d’asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18,6).
È dunque un modo di abbraccio che non può non essere richiamo innanzitutto all’auto correzione di chi per primo deve correggere, tentando poi di far comprendere all’altro come l’appartenenza a Cristo passi inscindibilmente attraverso l’abbraccio di quel suo Corpo, la Chiesa, di cui ogni fratello è membro, così che volendo amare lui non posso prescindere da quei volti di cui devo amare l’unità con carità: “non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole”.
Quindi anche l’eventuale scomunica conclusiva di cui parla il vangelo si mostra non come un sopruso, ma come un estremo abbraccio a colui che ha sbagliato quando si siano esaurite tutte le altre risorse della misericordia. Non è un gettare l’altro fuori dall’ambito dell’amore; è amorevolmente e dolorosamente mostrargli in modo evidente dove egli si è già liberamente collocato: tu sei fuori da quell’amore a Cristo che passa attraverso l’amore obbediente alla Chiesa. Non un gettare l’altro in qualche inferno, ma offrirgli l’ultima parola esplicita di salvezza, un’ultima parola – e commuove sempre ricordarlo – come quella che Cristo ha offerto a Giuda nell’Orto degli Ulivi: “Amice, ad quid venisti?” (Mt 26, 50 Vulgata). Non era ironia quella di Cristo, ma l’ultima offerta dell’amore a colui che ormai si era posto fuori dall’amore. Dicendogli così Cristo era come se dicesse a Giuda: “sei ormai totalmente fuori dalla Via che io sono… non te ne accorgi?” E diceva così, perché lo riconosceva parte di sé, proprio quando Giuda non voleva più essere parte di lui: “tu non muovi più i tuoi passi sulla mia Via, ma allora io che sono la Via compio l’ultimo passo verso di te. Come non cercherò di riprendere l’amore che ho posto in te, perché non vada perduto? Perché se lo perdo è come se perdessi un pezzo di me”.
E infatti, alla fine di questa “scomunica”, è rimasta a Cristo solo la Croce, l’estremo sacrificio della misericordia e dell’amore che silenziosamente abbraccia anche il peccatore più avverso, e che è anche la suprema preghiera, la paziente domanda al Padre perché tutti siano salvi: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). La paziente preghiera di Cristo che in nome del Dio Uno e Trino continuamente e gratuitamente paga il suo debito d’amore all’uomo che ha creato, perché non vada perduto. È questa unità d’amore che si fa preghiera che noi dobbiamo imitare: “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Per quanto dunque uno possa voler essere lontano da Cristo, c’è una Compagnia che, anche solo nell’invocazione per lui, gli deve essere vicino e cercarlo, per sciogliere ciò che lo incatena alla menzogna e per legarlo più tenacemente col vincolo dell’amore: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. Non bisogna dimenticare che il vangelo di oggi è preceduto proprio dalla parabola della pecorella smarrita: “Il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14). Il Padre vuole che nessuno se ne vada. Quando si è avvinti dall’amore di Cristo, si vorrebbe solo legare, legare altri a questo amore e mai dover sciogliere qualche brutto nodo.
Un ultimo breve appunto che richiederebbe ben altro più esaustivo affronto: molte persone si chiedono se gli ultimi pontificati della storia della Chiesa, a differenza di altri meno recenti, non siano stati contrassegnati da un’eccessiva timidezza nell’intervento correttivo riguardo a gravi colpe contro la Chiesa da parte di chi in suprema istanza possiede il potere di sciogliere e legare (cfr. Mt 16, 18-19), il che sembra avere permesso che troppi lupi rapaci, travestiti da pecore, abbiano attaccato e sbranato il gregge di Cristo. Certo, la prudenza deve prendersi i suoi tempi per esaminare certi casi molto complessi, ma poi dopo avere lungamente ponderato, dovrebbe con rapidità deliberare e intervenire. Invece, in alcune situazioni anche attuali, si rimane sinceramente sconcertati da una certa inerzia, vista l’evidenza di certe circostanze, fatta ovviamente la tara che, per chi osserva da fuori, sicuramente alcuni fattori rimangono sconosciuti. E sempre fatta salva la buona intenzione di chi avrebbe dovuto intervenire, e che in ogni caso deve confrontarsi in coscienza col monito di Dio che ci viene ricordato dal profeta Ezechiele: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato»”.




















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