Eucarestia messa sacerdote

 

 

di Fabio Vessillifero

 

  1. L’irruzione del Mistero: dalla Grazia all’Autore della Grazia

Dopo aver delineato la pedagogia del rito, attraverso la quale il fedele viene sapientemente predisposto a ricevere il Dono divino (qui), occorre ora contemplare gli effetti soprannaturali del Sacramento. Qui si impone subito una distinzione radicale: se negli altri Sacramenti ci è comunicata la grazia — dono gratuito che eleva l’uomo e lo rende partecipe dell’amicizia divina — nell’Eucaristia riceviamo l’Autore stesso della grazia. Il primo, inaudito effetto di questo Sacramento è quindi la Presenza di tutta la realtà teandrica del Verbo fatto carne — Corpo, Sangue, Anima e Divinità — seppur sotto il velo dei segni sacramentali.

Nell’Eucaristia, tuttavia, scorgiamo un orizzonte ancora più vertiginoso: vi contempliamo l’eccedenza d’essere di Dio: il suo Amore sovrabbondante che, lungi dal restare ineffabilmente chiuso nella propria perfezione, prorompe da sé per donarsi, per colmare quell’abisso d’infinito proprio della creatura razionale, che nessun idolo potrà mai saziare.

L’Eucaristia è quindi il tesoro più prezioso, al punto che il Concilio Vaticano II e, con esso, tutta la Tradizione Apostolica, lo proclamano «fonte» e «culmine» della vita della Chiesa. Dall’Eucaristia, infatti, la linfa divina fluisce come un fiume inesauribile, e all’Eucaristia ogni cosa è chiamata a fare ritorno (Lumen Gentium, 11; Presbyterorum Ordinis, 5). La liturgia trova in questo Sacramento il suo vertice poiché in essa si manifesta la Presenza vivente, operante per la forza trasformatrice della Passione di Cristo: un evento che non è più solo una promessa, ma una realtà che scardina definitivamente ogni astrazione simbolica.

  1. L’Eucaristia come Presenza Reale e Sostanziale

Per comprendere come avviene tale irruzione, occorre ancorarsi al rigore dell’Aquinate. San Tommaso insegna che, in virtù della consacrazione, si compie la transustanziazione: la sostanza — ovvero la realtà più profonda — del pane e del vino viene mutata nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo (III, q. 75, a. 2), mentre restano immutati gli accidenti, ovvero le specie sensibili che i nostri sensi percepiscono: la forma, il colore, le dimensioni e il sapore del pane e del vino.

Questa presenza è definita sostanziale perché Cristo vi è presente a modo di sostanza e non a modo di quantità (III, q. 76, a. 4). Possiamo comprendere questa modalità d’essere attraverso un’analogia: se prendiamo un lingotto d’oro e ne limiamo la superficie, otterremo una polvere composta di minimi granellini. Tuttavia, benché piccolissimi, questi frammenti conservano intatta la realtà del metallo: si tratta, a tutti gli effetti, di polvere d’oro. Allo stesso modo, nell’Eucaristia, la sostanza del Corpo di Cristo non viene “spezzata” o divisa dalla frazione del pane: in ogni parte, anche la più impercettibile, è presente Cristo nella sua interezza così come canta magnificamente San Tommaso nella celebre sequenza Lauda Sion: «Fracto demum Sacraménto, / ne vacílles, sed memento, / tantum esse sub fragménto, / Quantum toto tégitur. / Quando spezzi il sacramento, non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero» (cfr. III, q. 76, a. 1, a. 3). Quando il fedele si accosta all’altare, non riceve, quindi, un’idea, ma il Risorto stesso in tutta la sua realtà sostanziale.

  1. Il Sacrificio eucaristico: partecipazione all’eterna oblazione del Figlio

La Messa è innanzitutto sacrificio, e cioè l’attualizzazione incruenta del sacrificio della Croce, che si rende presente hic et nunc per noi. La dimensione sacrificale è evidente nella distinzione delle specie eucaristiche (pane e vino) perché avviene alla maniera dei sacerdoti antichi, che dovevano separare il sangue dal corpo dell’agnello immolato. L’atto sacrificale della Messa non è però un evento isolato, ma è piuttosto l’irruzione nella storia della vita delle tre divine Persone. Nella vita intima di Dio, infatti, il Padre genera il Figlio fin dall’eternità e il Figlio corrisponde all’amore generativo del Padre, offrendo perennemente se stesso al Padre nello Spirito Santo. La vita divina del Figlio è quindi un incessante corrispondere all’amore del Padre con l’offerta di sé. È per questa oblazione totale e perenne che la Scrittura definisce Cristo «l’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo» (Ap 13,8): il suo donarsi non ha avuto inizio sul Calvario, ma il Calvario ne costituisce la manifestazione storica, la finestra aperta sul modo in cui il Figlio vive nell’eternità.

La Messa è dunque la porta che ci immette in questo dinamismo: partecipandovi, non siamo spettatori di un rito, ma veniamo accolti nel circuito vitale delle relazioni trinitarie. È proprio in virtù del Sangue versato dal Figlio di Dio che anche noi ora possiamo unirci alla Vittima divina e, con essa, offrire noi stessi al Padre come si proclama nella dossologia finale del Canone: «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre…». Ma come si esplicita questo sacrificio? La tradizione catechistica (cfr. Summa Theologiae III, q, 79 e q. 83; Concilio di Trento, Sessione XXII) ne distingue quattro fini fondamentali:

  1. Latreutico (di adorazione): il riconoscimento della maestà di Dio, a cui l’uomo, creatura finita, rende l’omaggio supremo.
  2. Eucaristico (di ringraziamento): la risposta dell’intera vita di Grazia al dono divino, nella sua forma più alta di gratitudine.
  3. Propiziatorio (di riparazione): l’applicazione dell’efficacia della Passione di Cristo per la remissione delle colpe e il cammino di conversione del popolo.
  4. Impetratorio (di domanda): la supplica fiduciosa con cui la Chiesa, unita al suo Capo, presenta al Padre le necessità di ogni uomo, attingendo alla sovrabbondanza dei meriti di Cristo.

Questi fini compongono l’unità dell’atto cultuale: nella Messa avviene così una trasformazione ontologica, cioè profonda, del nostro essere; offrendoci con Cristo, veniamo accolti nel cuore stesso della vita di Dio e la nostra esistenza diventa, giorno dopo giorno, “più divina”, un dono gradito al Padre.

  1. La biologia dello spirito: il nutrimento dell’anima

Per spiegare gli effetti dell’Eucaristia, San Tommaso d’Aquino ricorre a un’analogia concreta: come la vita corporea richiede un nutrimento proporzionato alla sua natura per sostenersi e crescere, così la vita spirituale necessita di un alimento corrispondente. Nella Summa Theologiae, Tommaso spiega che il cibo naturale svolge tre funzioni essenziali: sostiene la vita, ripara le energie consumate e favorisce la crescita fino alla maturità (III, q. 79, a. 1). L’Eucaristia opera secondo la medesima logica:

  • Nutrimento e crescita (nutritio et incrementum): il Sacramento non si limita a riparare le fragilità della natura umana, ma edifica l’identità cristiana, portando a maturazione la vita di Grazia ricevuta nel Battesimo. Esso agisce come “pane degli atleti”, conferendo la forza necessaria per la virtù della carità.
  • Restaurazione soprannaturale (restauratio): come il cibo e il vino nel mondo naturale ritemprano le energie e allietano il cuore, l’Eucaristia agisce come un farmaco che ripara i danni causati dal peccato veniale e dalla debolezza della volontà (III, q. 79, a. 4). Essa purifica dalle negligenze quotidiane e dona la spiritualis delectatio, una letizia profonda che deriva dal gusto per le cose di Dio, rendendo l’anima non più ricattabile dalle seduzioni dell’effimero.
  • Vivificazione (vivificatio): come il cibo è principio vitale indispensabile per evitare il deperimento del corpo, l’Eucaristia preserva l’anima dalla morte spirituale (III, q. 79, a. 6). Essa infonde la forza necessaria per resistere alle tentazioni future, configurandosi come una vera e propria “biologia dello spirito”: il segreto per mantenere integra la vitalità interiore.
  1. La forza del Sacramento

Anche nella riflessione del beato Antonio Rosmini, i frutti del Sacramento si rivelano come una forza dirompente che rigenera l’uomo fin nelle sue radici (cfr. Prima piaga della Santa Chiesa). Il Sacramento non è un semplice atto di devozione, ma un intervento diretto di Dio sull’uomo decaduto: esso opera una vera e propria ricreazione delle nostre facoltà, sanando le ferite della natura umana ed elevandola fino a renderla capace di scorgere verità che, con le sole forze della ragione, rimarrebbero inaccessibili. È in questo incontro che la mente viene abilitata a comprendere il pensiero di Cristo, permettendo alla dottrina soprannaturale di non essere più una parola straniera, ma una luce che illumina l’intelligenza. Ed è proprio perché il Logos si è fatto carne e si dona a noi nel Sacramento che nasce l’urgente bisogno di elevare l’uomo alla conoscenza profonda di Dio e, nel mistero di Dio, di sé stesso e del cosmo.

Questa rigenerazione si fa poi fondamento della vita morale, poiché Rosmini intuisce che la vera santità non è mai il prodotto di uno sforzo umano, puramente volitivo, ma scaturisce dalla vita divina che il Sacramento stesso ci comunica. È la vita di Dio che, infondendosi in noi, rende possibile una morale che altrimenti ci resterebbe irraggiungibile: non siamo noi a doverci sforzare di agire bene, è la carità di Cristo in noi che ci rende capaci di amare. Questa energia trasformatrice si proietta inevitabilmente fuori di noi, divenendo la forza pulsante della missione apostolica. Il beato Antonio, infatti, collega indissolubilmente il culto sacramentale all’efficacia della predicazione, comprendendo che è proprio attraverso questo “nuovo culto” che l’opera degli apostoli è stata in grado di cambiare il volto delle nazioni. Il Sacramento non è un elemento isolato nel silenzio del tempio, ma l’asse portante che permette alla Chiesa di trasmettere il pensiero di Cristo e di incidere concretamente nella trama della storia e della cultura. In ultima analisi, per Rosmini il frutto del Sacramento è il miracolo del soprannaturale che penetra nell’ordine naturale: è il momento in cui, finalmente, l’intelligenza può guardare e “vedere” il pensiero di Dio, mentre la volontà trova la grazia inaudita di “vivere” la vita stessa di Dio.

  1. L’Eucaristia come matrice di civiltà: carità, arte e sapere

La Grazia che scaturisce dal Sacramento non resta chiusa nel profondo dell’anima, ma agisce silenziosamente nel cuore dei fedeli, trasformandoli in strumenti di una carità che desidera farsi concreta. È proprio da questo mutamento interiore che, nel corso dei secoli, hanno iniziato a fiorire opere di carità spirituale e corporale che progressivamente si sono istituzionalizzate per abbracciare il dolore del mondo. Così nelle nostre comunità, anche le più piccole, sono sorte le scuole e nei centri più importanti le scuole delle Cattedrali e le università… Così è nato l’ospedale che, nel suo concepimento originario, era costruito come una vera e propria chiesa a navate, dove al centro pulsava l’altare e, al posto dei banchi, si stendevano i letti dei sofferenti, chiamati allora con profonda reverenza “i signori malati”. In quegli spazi sacri, la distinzione tra il culto reso a Dio e il servizio prestato al prossimo svaniva: l’ospedale era il prolungamento dell’altare, un luogo in cui l’offerta eucaristica si incarnava nel gesto di lavare, nutrire e consolare chi soffriva.

L’irruzione del Sacramento nella storia non ha trasformato soltanto il volto della carità, ma ha dilatato lo sguardo dell’uomo, infondendo nel tempo una bellezza inedita che ha trovato voce in ogni espressione dell’arte. Poiché nell’Eucaristia il Logos di Dio assume una carne reale, la materia stessa è stata innalzata a una dignità vertiginosa: essa non è più un limite o una prigione, ma il santuario dove la divinità decide di dimorare. È in questa glorificazione eucaristica della materia che nasce lo sviluppo travolgente dell’architettura e delle arti figurative. Gli stili che hanno segnato i secoli — dal rigore ascetico del Romanico allo slancio verticale del Gotico, dalla luce proporzionata del Rinascimento fino all’esuberanza del Barocco — non sono meri esercizi estetici, ma tentativi di dare forma spaziale al mistero che si compie sull’altare. Anche quando l’arte ha guardato con ammirazione alle forme del mondo classico, non si è trattato di un semplice ritorno al passato pagano, ma di un’opera di purificazione e trasfigurazione: quelle forme antiche sono state rielaborate e dilatate perché, alla luce del Sacramento, si è compreso che ogni linea, ogni colonna e ogni volume poteva farsi veicolo di una Presenza divina che abita il mondo.

Questa armonia del Logos eucaristico non poteva restare muta, ma ha dovuto farsi suono, espandendosi nell’universo del canto. Se l’Eucaristia è la liturgia dell’incontro perfetto tra l’infinito di Dio e la finitezza della nostra natura, la musica sacra ne è diventata l’eco più alta. Il Canto Gregoriano, con il suo incedere puro e privo di enfatizzazioni, nasce proprio dal desiderio dell’anima di farsi preghiera in risposta al Dono; così come la grande Polifonia, intrecciando le voci in un ordine sapiente, non è che il riflesso visibile di quella bellezza armonica che risiede nella vita trinitaria e che nel Sacramento si dona a noi. In ogni cattedrale, in ogni icona e in ogni melodia che è fiorita lungo i secoli, risuona la stessa verità: la bellezza non è un ornamento accessorio, ma la lingua madre di chi sa che, nell’Eucaristia, il Creatore dell’universo si è fatto, per amore, corpo e bellezza in mezzo a noi.

  1. L’Eucaristia, custode dell’umano

In ultima analisi, l’Eucaristia si rivela come il più saldo baluardo e il vero custode della dignità umana. Se il Figlio di Dio ha ritenuto l’uomo degno di un’unione così intima da farsi carne nel Sacramento, e se sull’altare si rinnova costantemente il Sacrificio del nostro riscatto, allora non può esserci misura per il valore di ogni singola creatura: l’uomo è prezioso agli occhi di Dio di un valore incommensurabile. Assumendo la natura umana, Dio non si limita a compiere un gesto di salvezza, ma eleva l’intera creazione verso la propria pienezza. Assumendo la materia di un corpo, Egli attrae a sé ogni fibra dell’universo, poiché il progetto infinito del Padre non è che quello di “essere tutto in tutti” (1 Cor 15,28). Ogni volta che ci accostiamo all’Eucaristia, dunque, non celebriamo solo un rito, ma contempliamo il destino glorioso dell’intera creazione che, nel Corpo di Cristo, trova finalmente la sua unità, la sua redenzione e il suo compimento eterno.

 


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