Eutanasia

 

C’è una guerra che si combatte prima ancora che si voti una legge, prima ancora che si firmi un modulo in un reparto. È la guerra delle parole. E si vince, o si perde, molto prima che ce ne accorgiamo. Perché chi controlla le parole con cui chiamiamo le cose, controlla anche ciò che siamo disposti ad accettare.
 
Prendiamo “fine vita”. Suona neutro, tecnico, quasi rassicurante. Ma “fine vita” non esiste. Nessuno muore di “fine vita”. Si muore di cancro, di SLA, di una malattia degenerativa, di vecchiaia. La formula è costruita apposta per cancellare il dettaglio scomodo, cioè la causa concreta e il corpo concreto di una persona concreta. Quando un fatto perde il suo nome, perde anche il suo peso. E un fatto senza peso si maneggia con più leggerezza.
 
Poi c’è “morte dignitosa”. È l’espressione più subdola di tutte, perché contiene una trappola logica. Se esiste una morte dignitosa, allora esistono morti indegne. E quali sarebbero? Quella di chi non sceglie? Quella di chi resiste? Quella di chi vive fino in fondo la propria malattia con il sostegno di chi gli sta accanto? La formula non descrive: giudica. Stabilisce in anticipo che certe esistenze, oltre una certa soglia, hanno perso valore. E lo fa con una parola gentile, “dignità”, svuotata del suo senso e ribaltata contro chi dovrebbe proteggere.
 
“Dolce morte” lavora sullo stesso registro: addolcire, smussare, anestetizzare. Si accosta un aggettivo tenero a un sostantivo durissimo, e la contraddizione, invece di metterci in allarme, ci tranquillizza. È un trucco retorico antico. Funziona perché il nostro cervello fatica a tenere insieme due immagini opposte, e sceglie quella più morbida.
 
“Diritto di scegliere” è forse la formula più efficace, perché si appella a un valore vero: la libertà. Ma una scelta è reale solo se esistono alternative reali. Se a una persona malata mancano le cure palliative, mancano la terapia del dolore, mancano l’assistenza domiciliare e il sostegno psicologico, allora non sta scegliendo. Sta solo subendo l’unica opzione che le è stata lasciata. Chiamare “libertà” l’assenza di alternative è il rovesciamento più crudele del linguaggio.
 
E “accompagnare alla morte”? Accompagnare, in italiano, significa restare. Significa esserci, camminare accanto, non lasciare solo nessuno. Usare questo verbo per indicare il contrario, cioè il momento in cui una vita viene fatta cessare, significa rubare una parola buona e indossarla come maschera. La cura palliativa, quella vera, accompagna davvero: tiene la mano, controlla il dolore, riempie il tempo che resta di presenza. Non sparisce.
 
Notiamo lo schema. Ogni eufemismo abbassa di un gradino la nostra resistenza morale. “Fine vita” toglie il corpo. “Morte dignitosa” toglie il valore di certe vite. “Diritto di scegliere” toglie il contesto. “Accompagnare” toglie la verità del gesto. Messi in fila, questi termini non informano: preparano. Costruiscono lentamente un consenso che, chiamato con il suo nome reale, non si otterrebbe mai. E qui sta il punto decisivo: se la cosa fosse davvero giusta, semplice, ovvia, non ci sarebbe alcun bisogno di avvolgerla in tutto questo cotone linguistico. Si chiamerebbe come si chiama e basta. È il bisogno stesso di nasconderla a tradirla.
 
In Italia questa battaglia è particolarmente urgente. Mentre si discute di leggi e regolamenti regionali, mentre il dibattito pubblico viene riempito di formule levigate, le cure palliative restano un diritto sulla carta che per troppi cittadini non si traduce in realtà concreta. Migliaia di persone affrontano la malattia senza accesso adeguato alla terapia del dolore. Prima di parlare di “scelte”, dovremmo garantire che ci siano davvero cure da scegliere.
 
Allora facciamo una cosa semplice e radicale: restituiamo alle parole il loro peso. Chiamiamo le cose con il loro nome. Diciamo “eutanasia”, diciamo “morte medicalmente assistita”. Non per durezza, ma per onestà. Perché le parole non cambiano la realtà, è vero. Ma cambiano la nostra resistenza. E custodire le parole giuste è il primo modo per custodire le persone. La dignità non è una soglia oltre la quale una vita smette di contare. È la cura che diamo a ogni vita, fino all’ultimo respiro.
 
Vita Degna
 

 

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