XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 4 ottobre 2026
Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
don Ambrogio Clavadei
“Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna”.
Nello splendido libro di Hugo Rahner, Mater Ecclesia. Inni di lode alla Chiesa tratti dal primo millennio della letteratura cristiana (Jaca Book, 2011) sono contenuti cinquantun inni alla Chiesa che ne cantano la bellezza e la grandezza. Lo fanno nonostante i padri sappiano, come ricorda sant’Ambrogio, che essa nella storia vive come casta meretrix (Expositio Evangelii secundum Lucam, III, 23). La Chiesa, infatti, vive di quel paradosso ripreso dal Cantico dei Cantici: “Nigra sum sed formosa” (Sono nera ma bella) e dunque può cadere nel peccato di glorificare se stessa come se la luna potesse vivere di un fulgore proprio. Il grande teologo H. De Lubac ricorda che “La Chiesa non attira gli sguardi su di sé; essa è tutta al servizio di un Altro. Se pretendesse di brillare di una propria luce, cesserebbe di essere la sposa di Cristo per diventare un idolo. La sua gloria è essere riflesso, essere specchio puro, non frapporre alcuna ombra tra il Sole di giustizia e gli uomini” (Meditazione sulla Chiesa).
In ogni caso prevale nel cuore della grande tradizione cattolica l’ammirazione della Chiesa che, come Vigna, è nutrita dalla linfa vitale del sangue del suo Sposo Diletto, versato sulla Croce e che sempre scorre in essa sino all’ultimo giorno, specialmente come grazia sacramentale. Una Vigna che il Padre stesso come vignaiolo ha piantato nella terra della storia, radicando in essa quella Vite che è il suo Figlio fatto carne, mentre noi, innestati in lui, ne siamo quei tralci che solo rimanendo in lui possono portare frutto: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 1-5).
Ecco perché ognuno di noi, come tralcio amato dal Diletto, dovrebbe fare proprie le parole di Isaia: “Voglio cantare per il mio diletto [per il mio Cristo] il mio cantico d’amore per la sua vigna”. Un cantico d’amore che il poetico libro del Cantico dei Cantici sviluppa con linguaggio d’ardimento appassionato. Un testo che non per nulla è stato commentato con grande profondità da san Bernardo di Chiaravalle, che iniziò la sua opera scrivendo 86 sermoni; nel 1153 la morte però lo fermò all’inizio del Capitolo 3. Il commento fu ripreso dal beato Gilberto di Hoyland che ne continuò l’esegesi scrivendo altri 48 sermoni, arrivando fino al capitolo 5, morendo però nel 1172 prima di concluderlo. Giovanni di Ford (1145 – 1214) raccolse poi l’eredità dei suoi predecessori: tra il 1190 e il 1210 scrisse 120 sermoni (Sermones super extremam partem Cantici canticorum), dedicati interamente alla parte finale del testo biblico (da Cantico 5,11 fino a 8,14), portando così a termine l’imponente commentario. Ci rendiamo conto? 254 sermoni per commentare un piccolo libretto, che però consentiva ai suoi commentatori di cantare ciò che il Diletto (Cristo) aveva fatto per la sua Sposa diletta (la sua Vigna), l’amore da lei ricambiato, specialmente dalla Vergine Maria, la Diletta perfetta e immacolata.
La prima cosa allora che la liturgia di oggi ci domanda è se noi viviamo uno struggimento per Cristo, in quanto generatore nel suo sangue di quella Vigna in cui siamo stati innestati. A qualcuno di noi è mai venuto in mente di cantare un canto d’amore per la Vigna di Dio, cioè per la Chiesa di cui egli ci ha fatto parte?
Non è in questione se siamo poeti o meno. È in questione se la nostra vita è determinata concretamente dalla passione per Cristo e per il suo avvenimento dentro la storia che proprio nella Chiesa si esprime e in cui consiste ogni nostra salvezza. San Paolo proclama questo potentemente quando dice nella seconda lettera ai Corinti: “L’amore di Cristo ci strugge al pensiero che, se Uno è morto per tutti, è morto perché tutti non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5,14-15). Come potrebbe non esserlo, visto che egli ha dato la sua vita per questa Vigna di cui facciamo parte?
Eppure ciò non è per niente scontato, come i brani di Isaia e del Vangelo ci ricordano: Cristo può essere rifiutato. Egli non è stato respinto solo da molti degli appartenenti al popolo ebraico. Cristo lo possiamo rifiutare anche noi tutti i giorni; possiamo respingere dalla nostra mente e dai nostri gesti il suo avvenimento quotidiano, non come ripudio tout court, ma – da una parte – guardando scandalizzati soltanto ai limiti lunari che con varie fasi sempre contrassegnano la sua Vigna inseparabile da lui e – dall’altra – disperdendo pezzo per pezzo tutto quanto socialmente e culturalmente la nostra civiltà occidentale ha costruito come frutto generato dalla Vite: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Gv 15, 6). Il mondo di oggi non ci aiuta certo a fare memoria viva della nostra identità di cristiani, ma anche alcuni di coloro che dovrebbero con maggiore responsabilità custodire e coltivare la Vigna ne stravolgono invece la natura. “Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore” (Cant. 2, 15) esclama preoccupata la Sposa del Cantico. Troppe volpi sono penetrate nella Vigna dal mondo e uscita dal suo stesso intimo e la guastano tutti i giorni impedendo la sua piena fioritura. Viene da chiedersi spesso: “Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna” (Salmo Resp.)? La Chiesa si è appesantita, burocratizzata, clericalizzata, ideologicamente sinodalizzata. Sembra una Sposa insterilita. Perché? Forse perché chi dovrebbe cantare per essa un cantico d’amore ritiene che questo slancio ardente (che nulla ha di sentimentale) sia cosa da lasciare alle Marie dei monasteri contemplativi, finendo così per servire sì Cristo dentro la realtà, ma dimentichi come Marta della “sola … cosa di cui c’è bisogno” (Gv 10, 42), quella “cosa” che unicamente consente al servizio di non piegarsi ai gusti del mondo. Manca quella radice di preghiera, adorazione e contemplazione che sono il fondamento santificante e sanificante della Vigna. Solo questo “canto d’amore” toglie le erbacce infestanti e permette di servire autenticamente Cristo nel mondo perché lo sguardo non si distoglie da lui.
Infatti, in cosa consiste ultimamente questo amore ardente per il Diletto e la sua Vigna? Esso si identifica con la parola “missione”. Il mestiere, il lavoro per noi cristiani, non si identifica semplicemente nel fare il dottore o l’insegnante. Il mestiere della vita è quello di essere profeti come Isaia: parlare davanti a tutti e agire davanti a tutti, in modo tale da instaurare omnia in Christo (motto di san Pio X). È come se uno dovesse maturare sempre più dentro la propria coscienza che il suo contenuto decisivo non è riducibile al proprio io, ma ad un TU che diventa principio di pensiero e di azione dentro le cose quotidiane. Nella missione così concepita, che non è certo identificabile con un invadente proselitismo, si compie l’offerta di noi stessi a Cristo perché cresca e si espanda la sua Vigna dentro la storia, e trasformi il volto della realtà riconducendola alla verità di Dio per cui essa è stata fatta.
Questo cambiamento di mentalità da cui scaturisce la missione cristiana implica prima di ogni altra cosa l’esperienza di una gratuità, il fatto cioè che noi viviamo per la misericordia di un altro che è nostra pace: “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù”. Solo così, pur carichi della nostra fragilità lunare, nasce in noi uno struggimento per gli altri come imitazione di quello di Cristo per noi. Da questa gratuità sorge una comunione più grande che è il frutto più bello che cresce nella Vigna di Dio.
Se noi viviamo di questa gratuità che scaturisce dalla memoria della misericordia che ci è stata fatta, noi – come già detto – diventiamo capaci di giudicare tutto secondo il criterio di Cristo, senza ridurci alla mentalità del mondo, e di trarre alla luce, tutto valorizzando e custodendo, il vero e il bene che pure sono presenti dentro di esso: “In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri”. Chiediamo al Diletto che sia così.
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