Martino Scovacricchi (sin) e Giovannino Guareschi (des) quando erano internati nei campi di concentramento tedeschi - foto da internet
Martino Scovacricchi (sin) e Giovannino Guareschi (des) quando erano internati nei campi di concentramento tedeschi – foto da internet

 

 

di Lucia Comelli

 

La celebrazione della Giornata degli Internati Militari Italiani ruota quest’anno in Friuli attorno alla figura di Martino Scovacricchi e ai suoi diari di guerra e prigionia, finalmente accessibili nel libro: Il coraggio di dire no. Martino Scovacricchi con Giovannino Guareschi nei lager nazisti che ho curato e che l’Associazione Partigiani Osoppo ha pubblicato proprio in questi giorni. 

                                          

IL CONTESTO – Il dramma dei nostri soldati inizia la sera dell’8 settembre 1943 con lo scarno e ambiguo proclama alla radio dell’armistizio firmato tra l’Italia e gli Alleati da parte di Pietro Badoglio (1). In seguito, il generale, che era a capo del governo, il re e alcuni uomini del Comando supremo lasciano Roma per mettersi a Brindisi sotto la protezione degli ex nemici; cioè abbandonano i propri soldati senza dare esecuzione alla Memoria OP 44 (il documento con le disposizioni per i comandi superiori in caso di attacco tedesco). Le nostre truppe, abbandonate senza direttive, si sbandano, mentre quelle germaniche – che non incontrano una resistenza organizzata – occupano l’Italia centro-settentrionale. Diversi soldati riescono a sfuggire loro; altri che si rifiutano (come a Cefalonia) di deporre le armi, vengono massacrati; infine, ben 650.000 militari vengono presi e deportati.

UNA VICENDA ANCORA POCO NOTA – Malgrado sia noto il contesto generale, leggendo gli appunti di Masco (nome di battaglia di Martino Scovacricchi) ho scoperto una pagina della storia italiana che ancora non conoscevo davvero e l’ho fatto “in presa diretta”, cioè attraverso il racconto coinvolgente di un ufficiale che – quando è stato fatto prigioniero dei tedeschi l’11 settembre del ’43 – aveva soltanto 22 anni. 

Nei manuali scolastici utilizzati nei miei oltre 40 anni di insegnamento non è mai, in effetti, comparso alcun riferimento agli Imi: l’istituzione l’anno scorso della Giornata degli Internati Militari Italiani cambierà finalmente le cose! 

Eppure, fu proprio questa inedita qualifica – coniata per loro il 20 settembre del ’43 da Hitler stesso – a privarli delle minimali tutele offerte ai prigionieri di guerra dalla Convenzione di Ginevra (1929) e dalla Croce Rossa Internazionale, rendendo le condizioni del loro internamento – a partire dalla fame – molto peggiori di quelle imposte ai soldati di altri Paesi.   

Il CORAGGIO DI DIRE NO – Malgrado il tradimento dei vertici politici e militari, i soldati italiani posti dinanzi alla scelta tra la prigionia e l’adesione al nazifascismo – che apriva la via del ritorno a casa e migliorava immediatamente le condizioni di vita – in grande maggioranza negarono ogni collaborazione alla Repubblica Sociale Italiana e al Reich tedesco, rimanendo fedeli alle istituzioni legittime e alla propria dignità umana. Scegliendo di restare nei lager in condizioni durissime, circa 45.000 non fecero ritorno; altrettanti morirono dopo il rientro a casa per le conseguenze delle privazioni e delle malattie contratte in prigionia.

L’ODISSEA DI MASCO E DEGLI ALTRI “VOLONTARI” DEL LAGER – Anche il Sottotenente Martino Scovacricchi comandante di un caposaldo costiero nel settore di Rodi, catturato dai tedeschi l’11 settembre 1943, rifiutò ripetutamente, come la stragrande maggioranza dei commilitoni, di combattere al loro fianco: 

«avremmo potuto con una semplice firma porre fine ad ogni sofferenza fisica e morale, ma abbiamo preferito l’onore del sacrificio all’infamia e alla libertà. Nonostante la defezione di pochi […] la massa degli internati italiani in Germania stette ferma al suo posto». 

Per il suo coraggioso diniego, l’ufficiale viene dapprima internato nel lager polacco di Sieldce: qui scrive clandestinamente, per mitigare i morsi della fame, un resoconto della vita militare passata a Rodi. Successivamente, nei Campi di Sandbostel e Wietzendorf, condivide sofferenze e convincimenti ideali con personaggi straordinari: tra questi l’attore Gianrico Tedeschi, lo scrittore Giovannino Guareschi, l’eroico “anziano del campo”, Ten. Col. Pietro Testa, e il mitico cappellano, don Luigi Pasa. 

Molti anni dopo, Scovacricchi, divenuto nel frattempo un importante uomo politico (2) – in occasione di una serata a Villa Manin dedicata a Guareschi – rilasciò un’intervista sulla comune esperienza di prigionia:

«Eravamo insieme a Sandbostel nel 1944. Era un lager immenso vicino a Brema, con 70 mila internati di varie nazionalità, una vera città del dolore. […] La fame era la maggior sofferenza, a cui si aggiungevano i pidocchi e le cimici a frotte, una tortura. Lo ricordo benissimo Guareschi, magro, con quei baffoni sporgenti sul volto affilato. Lo conoscevo già per le vignette del Bertoldo e per alcuni romanzi umoristici. Io avevo solo 23 anni, lui 36. Eravamo in baracche diverse, ma ci si incontrava spesso. Ci tirava su il morale, anche con una semplice battuta: Tutto sommato, questo digiuno – diceva – mi farà guarire l’ulcera!». 

Nei campi di internamento – anche se non erano “di sterminio” come Dachau, Auschwitz e simili – si moriva lo stesso di fame, di sfinimento, di tubercolosi e altre malattie. Eppure, nella “Regia Università del lager” (Guareschi), si poteva svolgere qualche attività culturale:

«Con una specie di radio galena [“Caterina”, la chiameranno] messa insieme non so come – ricorda Scovacricchi- riuscimmo a raccogliere notizie sull’andamento della guerra. E facevamo il giornale parlato, qualcosa tra la recita e la sommaria informazione. Con Guareschi c’erano artisti di vaglia come il musicista e pittore Arturo Coppola, il pittore Giuseppe Novello, l’attore Gianrico Tedeschi […] Nel dicembre 1944 Giovannino scrisse La Favola di Natale, musicata da Coppola, una delle sue pagine più toccanti. Ricordo il ritornello: Oh che bel Natale! Sulla terra c’è la guerra». 

Non si trova, invece, tra le carte di Masco un quaderno dedicato all’internamento nel lager di Sandbostel, che da marzo si prolunga fino al 26 dicembre del ‘44: una sorta di “anticamera dell’inferno” di cui anche il Diario clandestino di Guareschi evita di fare la cronistoria, raccogliendo invece le storie e gli aneddoti che l’autore leggeva nelle baracche per far sorridere i compagni. 

Quanto accadrà successivamente all’ufficiale friulano lo sappiamo, quindi, in forma molto sintetica, dalla Relazione consegnata al distretto militare di Udine al suo ritorno, nel settembre del 1945, e da altri due quadernetti, in cui descrive gli ultimi mesi in Germania – da marzo ad agosto ’45 – trascorsi nell’Oflag 83 di Wietzendorf; fino al 16 aprile come prigioniero e poi nell’attesa del rimpatrio. Infatti, quando tra l’aprile e il maggio del ‘45 riaprirono i cancelli dei lager, gli Imi presi in consegna dagli Alleati – fra calcoli politici, disorganizzazione e scandalosa indifferenza – rimasero ancora nei campi di raccolta per mesi; in tal modo, Scovacricchi e Guareschi ritornarono a casa solo ai primi di settembre del ‘45. 

 

IL DIFFICILE RIENTRO A CASA – L’accoglienza in Patria non fu quella che i reduci avevano sperato: nonostante la presenza operosa dell’Associazione nazionale ex internati (A.N.E.I.), di cui anche Masco entra subito a far parte, stato e governi non fecero molto per loro, ritenendoli semplicemente ex prigionieri e non combattenti. Parlando ad un incontro di reduci Scovacricchi – l’8.11.1945 a Lavariano – osserva: 

«Ritorna il reduce e trova la casa distrutta, qualche familiare assente per sempre. Egli va a chiedere lavoro e lo si fa girare da un ufficio all’altro per ripetergli sempre le solite cose, per accentuare vieppiù il suo scoraggiamento […] pochi sono stati coloro che hanno fatto qualcosa con convinzione e magnanimità. […] L’Italia ci aspettava, così si dice, per ricostruire. Ma si dà ai reduci la possibilità di ricostruire? Io credo che molte cose dovranno essere ancora fatte per noi se si vuole rendere omaggio alla giustizia».

Per molti anni, nella prima fase della storia repubblicana, degli internati militari si parlò assai poco. Le istituzioni non compresero il valore antifascista della scelta degli Imi e quindi negarono loro la qualifica di “Volontari della Libertà”, cioè la loro partecipazione alla Resistenza. Pur rappresentando tale partecipazione una diffusa e radicata convinzione tra gli ex internati, come testimoniano le stesse parole di Martino Scovacricchi, al raduno suddetto: 

«Qualche mese fa è uscito nella nostra città un libro di un noto scrittore friulano intitolato La Patria era sui monti (3). Si tratta di una apoteosi del movimento insurrezionale friulano nell’Italia fascista repubblicana. Noi abbiamo sempre ammirato questi nostri amici partigiani che […] lottarono per quella causa che ci aveva portati nel reticolato, imponendoci di rimanervi. Ora noi reduci ci sentiamo in dovere di precisare, non per gretto spirito di parte o amore di polemica, che la Patria era sui monti e nei lager […] Ben 600.000 di soli internati militari hanno dato alla causa della nuova Italia, incredibile a dirsi […] 200.000 tubercolosi, senza contare i morti di sevizie, di fame, di stenti, di freddo e delle più svariate malattie».

 

LA RIVALUTAZIONE STORICA – Soltanto in seguito, a partire dagli anni ’80 e ‘90, gli storici hanno  messo in luce il significativo contributo degli Imi – una “Resistenza senz’armi” – al riscatto italiano dal fascismo e dalla guerra di aggressione, insieme a quello dato dal movimento partigiano e dal Corpo Italiano di Liberazione che combatté a fianco degli Alleati: e non solo perché il loro rifiuto a collaborare impedì alla Repubblica sociale italiana di dotarsi di un esercito degno di questo nome; ma anche perché centinaia di migliaia di giovani partiti per la guerra con simboli, slogan, canzoni e non di rado convinzione fasciste, ritornarono dai lager con una nuova consapevolezza dei valori di democrazia e libertà, che porteranno in dote alla ricostruzione materiale, istituzionale e sociale del Paese (4).

Questa maturazione è evidente anche in Scovacricchi, confrontando le sue dichiarazioni nel Diario militare con il resoconto degli ultimi mesi trascorsi a Wietzendorf. Se alcuni ideali, come l’amor patrio e la fede cristiana, sono rimasti e si sono, anzi, approfonditi, gli orientamenti politici sono radicalmente mutati: Masco intende perseguire, nella «nuova Italia», ideali di giustizia e libertà. 

 

UN’ESPERIENZA CHE HA SEGNATO LA VITA – Per questo nel dopoguerra il giovane si assocerà alla socialdemocrazia di Giuseppe Saragat. L’esperienza della prigionia lo farà anche aderire al Movimento federalista – per scongiurare altre guerre fratricide in Europa – e coltivare intensi rapporti con i Paesi dell’Est, cioè con popoli che aveva scoperto durante l’internamento essere fratelli. Una volta diventato parlamentare nel 1976 Martino Scovacricchi si occuperà delle forze armate italiane, come Sottosegretario della Difesa, durante ben otto governi italiani. Infine, durante l’intero corso della sua vita, si impegnerà nelle associazioni degli ex combattenti: Presidente della sezione friulana e Vicepresidente nazionale dell’ANEI, il politico friulano ha guidato l’ANMIG udinese ed è stato eletto Vicepresidente nazionale dell’ANRP (5).

 

CONCLUSIONE – Su una popolazione complessiva allora di soli 40 milioni di italiani, ben 650.000 soldati si sono strenuamente rifiutati, dopo l’8 settembre, di continuare a combattere per i nazifascisti: vuol dire che ognuno di noi annovera un internato nella propria famiglia o in quella di conoscenti/amici! 

Gli Imi per il loro rifiuto hanno affrontato la fame e i tormenti del lager, con un’eroica determinazione che a moltissimi costerà la vita stessa. Una storia – ancora sconosciuta a gran parte della gente – che può cambiare in meglio il nostro modo di pensarci come popolo. Spero quindi con il libro di aver contribuito non solo ad onorare la memoria di Masco e degli altri internati, ma a ispirare con il loro nobile esempio qualche lettore, specie se giovane. 

 

 

Note 

La scelta dei vertici politici e militari di lasciare la capitale, per sfuggire al rischio di essere fatti prigionieri, poteva essere una scelta legittima, ma solo dopo aver organizzato una difesa del Paese dall’aggressione tedesca: con le loro ambiguità e indecisioni essi furono i principali responsabili del disfacimento delle istituzioni. Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, Il Mulino 2003

2 Parlamentare (1976-1992) nelle file del PSDI, Sottosegretario alla Difesa in ben otto diversi governi, Scovacricchi ha diretto, a livello locale e nazionale, diverse associazioni di ex combattenti a favore dei quali lottò per tutta la vita perché fosse resa loro, anche da parte tedesca, giustizia.

3 Chino Ermacora, La Patria era sui monti, La Panarie 1945. 

4 Mario Avagliano, Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), Il Mulino 2021, pp.20, 21.

5 L’ ANMIG è l’Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra, costituitasi durante la Grande Guerra (1917), l’ANRP è invece l’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari, nata alla fine del Secondo conflitto mondiale.

 


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