di Sabino Paciolla
Un rapporto del Gruppo di studio sinodale n.9, pubblicato all’inizio di maggio 2026 dalla segreteria del Sinodo sulla Sinodalità, ha scatenato un acceso dibattito all’interno e all’esterno della Chiesa cattolica. Su questo blog abbiamo pubblicato nei giorni scorsi numerosi articoli sul caso. Molte sono state le critiche e le prese di posizioni su questo rapporto. Tra queste, ritengo valga la pena prendere in considerazione quella contenuta in un bel saggio scritto da Mary Rice Hasson, pubblicato su Catholic World Report. Di seguito riporto una sintesi di questo interessante articolo che invito tutti a leggere per intero.
Presentato come “documento di lavoro” privo di autorità magisteriale formale, il testo ha ricevuto entusiastici applausi dai media mainstream e dalla stampa LGBTQ per quello che viene definito un “cambiamento di paradigma” nell’approccio vaticano alle relazioni tra persone dello stesso sesso. La giurista e scrittrice cattolica Mary Rice Hasson smonta il documento pezzo per pezzo, denunciandone non solo i singoli errori, ma l’intero impianto metodologico come incompatibile con la fede cattolica.
Un documento senza autorità, ma non senza effetti
Sebbene il Rapporto sia tecnicamente privo di valore normativo, Hasson avverte che «è probabile che venga ampiamente diffuso e influenzi la pratica pastorale a livello globale». Le notizie secondo cui padre James Martin, SJ, fondatore di Outreach — un “ministero cattolico LGBTQ” — avrebbe probabilmente garantito la pubblicazione delle due controverse testimonianze al centro del documento non sorprendono l’autrice, se vere. Il cuore del problema, tuttavia, va ben oltre la questione delle responsabilità editoriali: riguarda la struttura stessa del ragionamento proposto.
Il Cardinale Willem Eijk ha già criticato il Rapporto per aver «di fatto normalizzato le relazioni omosessuali all’interno del contesto ecclesiale», sottolineando i problemi dell’«intero quadro metodologico» che, nonostante il linguaggio «pastorale», «nasconde un radicale allontanamento dalla teologia morale cattolica». Hasson condivide pienamente questa valutazione.
La dottrina fuori, le “esperienze” dentro
Il nodo centrale dell’analisi riguarda quello che il Rapporto stesso chiama il “nuovo paradigma” pastorale. Secondo questo schema, occorre superare il «modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”, applicando principi generali e astratti alle situazioni concrete e personali della vita». In altre parole: la dottrina morale oggettiva viene deliberatamente messa da parte, sostituita dall’«esperienza vissuta», dal «discernimento sinodale» e dall’«ascolto». Il Rapporto immagina «un processo di continua teorizzazione e attuazione», in cui la teologia non ha il compito di illuminare la verità, ma di «apparecchiare la tavola» e «strutturare lo spazio» per il dialogo su «questioni emergenti» come l’omosessualità.
Hasson è netta: non si tratta di un approccio nuovo, ma del vecchi0 relativismo morale rivestito di linguaggio sinodale. La Chiesa, ricorda citando Veritatis Splendor, «riceve la verità» e le è affidato il compito di «interpretarla autenticamente». Il ruolo della teologia non è quello di preparare il terreno per un «nuovo consenso», ma di «guardare alla verità ultima che la Rivelazione le affida, senza mai accontentarsi di fermarsi prima di aver raggiunto tale obiettivo» (Fides et Ratio 92). Un «nuovo consenso», osserva l’autrice con lucidità, «è un altro modo per dire: decideremo da soli».
Le testimonianze: autoinganno elevato a modello
Il Rapporto pone al proprio centro le testimonianze di due uomini cattolici in unioni sessuali con partner dello stesso sesso — da loro definite “matrimoni” senza virgolette, e senza alcun commento correttivo da parte degli estensori del documento. Entrambe le testimonianze descrivono il percorso attraverso cui i protagonisti sono giunti ad abbracciare la propria attrazione omosessuale definita come identità innata e dono divino. Nella Testimonianza 1, un uomo afferma che i propri desideri omosessuali sono «una parte intrinseca di me» e «la più vera espressione di me stesso». Nella Testimonianza 2, si legge: «La mia sessualità non è una perversione, un disturbo o una croce; è un dono di Dio» e ancora: «I sacerdoti mi hanno incoraggiato a seguire la guida dello Spirito nella mia vita mentre discernivo la chiamata di Dio alla vita di coppia… Sono arrivato a vedere la mia sessualità come una benedizione, non un peso».
Il Rapporto riporta anche la «scoperta» di uno dei testimoni secondo cui «il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale), ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione». Il documento, lungi dal contestare questa affermazione, sembra avallarne le implicazioni. Per Hasson «le due testimonianze riportate nel rapporto sono preziose, in un certo senso, come esempi concreti dell’infinita capacità umana di autoinganno». L’autrice dell’articolo cita a tal proposito la Veritatis Splendor (1), nella quele il Papa San Giovanni Paolo II avvertiva che:
su istigazione di Satana, colui che è «un bugiardo e il padre della menzogna», l’uomo è costantemente tentato di distogliere lo sguardo dal Dio vivente e vero per rivolgerlo verso gli idoli, scambiando «la verità su Dio con una menzogna». Anche la capacità dell’uomo di conoscere la verità viene oscurata, e la sua volontà di sottomettersi ad essa viene indebolita. Così, abbandonandosi al relativismo e allo scetticismo, parte alla ricerca di una libertà illusoria al di fuori della verità stessa (citazioni interne omesse).
L’ideologia di genere come ospite invitato
Uno degli aspetti più gravi denunciati dall’articolo è la penetrazione dell’ideologia di genere nell’impianto stesso del documento. Il Rapporto, pur usando il termine «attrazione verso persone dello stesso sesso», assimila l’esperienza omosessuale a una forma di «diversità antropologica e culturale», paragonandola — in modo fuorviante — alla questione della Chiesa primitiva sull’integrazione dei gentili. L’ideologia di genere, spiega Hasson, non è una questione di diversità culturale: è «una falsa antropologia che rifiuta sia l’autorità di Dio sia la verità sulla persona umana». Essa afferma che l’identità umana è autodeterminata dai sentimenti, nega il significato della differenza sessuale, ridefinisce il matrimonio come accordo tra qualsiasi adulto e trasforma i figli in oggetti acquisibili per soddisfare i desideri adulti.
Il Rapporto, invece di riconoscere questa incompatibilità radicale, «incorpora queste affermazioni ideologiche senza metterle in discussione» e attribuisce le resistenze delle famiglie e delle comunità cristiane non alla fedeltà alla dottrina, ma a «incomprensioni radicate in atteggiamenti di omofobia e transfobia». Non una parola, invece, sul danno spirituale arrecato a chi vive relazioni sessuali omosessuali, né sulla tragedia di coloro — spesso minori — che vengono indotti dall’ideologia di genere a rifiutare il proprio sesso e a intervenire sui propri corpi.
Secondo la Hasson, l’ideologia di genere sta corrompendo la cura pastorale all’interno della Chiesa.
Una calunnia calcolata contro Courage
Tra i passaggi più gravi del Rapporto figura la menzione dell’apostolato Courage — il ministero approvato dalla Chiesa per persone con attrazione verso lo stesso sesso — ma solo per denigrarlo, «descriverne falsamente l’opera» e amplificare tali calunnie «al mondo, il tutto basato su un’unica testimonianza di un noto attivista LGBTQ». Hasson definisce queste azioni «palesemente ingiuste»: Courage ha dedicato oltre quarant’anni al servizio della Chiesa, offrendo a migliaia di persone «guarigione, speranza e santità». Le affermazioni del Rapporto e le critiche unilaterali al ministero «dovrebbero essere ritirate». E resta aperta, scrive l’autrice, una domanda inquietante: «Quando un comitato sinodale danneggia in modo così sconsiderato un’opera buona della Chiesa, sorge la domanda: chi ha commissionato questo attacco?»
Un appello alla responsabilità
Hasson conclude con una valutazione severa ma chiara. Il Rapporto, pur involontariamente, si rivela un caso di studio esemplare che dimostra perché il «paradigma del primato dell’esperienza fallisce come modello di cura pastorale». La sua pubblicazione da parte del Segretariato del Sinodo è «indifendibile», e la giustificazione secondo cui il Segretariato si limitava a trasmettere i lavori dei gruppi di studio è «un patetico tentativo di eludere la responsabilità».
La richiesta finale è triplice: il Segretariato dovrebbe ritirare il Rapporto, fare ammenda nei confronti di Courage e chiedere scusa ai fedeli. Separare l’amore dalla verità, avverte Hasson, «è impossibile, e il tentativo crea un disastro pastorale». Una Chiesa che accompagna con misericordia non può farlo a scapito della verità — perché è proprio la verità, come insegna il Vangelo, a rendere liberi.
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